Partito Comunista Internazionale
Il Partito Comunista N. 273 - gennaio 2000
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organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 – LA GUERRA CECENA È CONTRO LA CLASSE OPERAIA DI RUSSIA.
– TUMULTUOSA ASCESA, FINE INGLORIOSA DEL MILLENNIO BORGHESE
UNA REALTÁ «VIRTUALE»
– I FERROVIERI HANNO DECISO DI VENDER CARA LA PELLE
PAGINA 2 – SULL’ORIGINE DELLE RELIGIONI (Prima parte)
PAGINA 3 – LA LOTTA DEI PORTUALI DI LIVERPOOL  ovvero, COME NON SI CONDUCE UNO SCIOPERO
PAGINA 4 PANORAMA INTERNAZIONALE
 

 
 
 
 
 
 


LA GUERRA CECENA
È CONTRO LA CLASSE OPERAIA DI RUSSIA

 La guerra cecena sta producendo i suoi frutti velenosi. Il popolo russo, di fronte alla commozione e al terrore sollevati dalla propaganda al tritolo, non riesce ad opporsi alle mire guerrafondaie dalla borghesia, vecchia e nuova. La Chiesa ortodossa, come da tradizione, ha benedetto la guerra santa contro il nemico islamico ed anche le grandi barbe dell’intelligenza non hanno mancato di appoggiare l’intervento slavo. Un risultato è stato la vittoria elettorale alla Duma del partito eltsiniano, nonostante la disastrosa situazione economica, i pesantissimi scandali finanziari, i legami sempre più evidenti con la criminalità organizzata.

«Il patriottismo è l’armatura della nostra nuova ideologia» sentenzia Eltsin in un momento di lucidità; rispondono i quotidiani: «Nessuno toglierà la Cecenia al Cremlino, né il FMI, né l’Europa, né Clinton». Il patriottismo, come dice Eltsin che se ne intende, è il miglior sipario per coprire le nefandezze del regime. «Se non ci fosse stata, la guerra cecena bisognava inventarla – afferma un economista, direttore della Casa Bianca russa – il conflitto è un gran bene perché sta risanando la bilancia dei pagamenti e favorendo gli investimenti nei settori industriali più moderni. La guerra sta stimolando i settori produttivi nazionali» (Unità, 13 dicembre).

 Anche le dimissioni di Eltsin e l’andata al governo del poliziotto Putin, come presidente ad interim, sono passate senza scosse sia all’interno del paese sia al di fuori. Dalla sua nuova poltrona questo grigio servitore dell’apparato potrà preparare al meglio la campagna in suo favore per l’elezione a presidente, controllando non solo buona parte dei mezzi di comunicazione ma anche i centri chiave del potere.

 I militari naturalmente hanno contribuito a gonfiare la propaganda patriottica. Il comandante delle truppe russe nel Caucaso, Viktor Kasantsev, a metà dicembre dichiarava che entro due o al massimo tre settimane Mosca avrebbe ripreso il controllo di tutta la Cecenia. I tempi si sono però allungati ed è sempre più evidente che lo scopo finale dell’azione di Mosca non è la lotta contro i gruppi terroristi, come ancora recita la propaganda ufficiale, ma l’occupazione del territorio ceceno. Questo conferma che il vero motivo per lo scatenamento della guerra era riprendere il controllo sull’oleodotto che attraversa la regione, di grande importanza strategica, soprattutto per contrastare le iniziative degli Stati Uniti che, con l’appoggio della Turchia, tentano di ridurre fortemente l’influenza russa sull’intero Caucaso, cercando di estrometterla dal controllo sul trasporto del petrolio del Caspio.

 La ripresa del territorio prevede la sua occupazione con forze di terra. Ma questo risultato sembra sempre più lontano per le truppe di Mosca – giovani proletari mandati allo sbaraglio e soldati di mestiere sottopagati – che si trovano a dover affrontare un nemico tenace, che si muove con la tecnica della guerriglia, ben addestrato e ben armato. I fantasmi dell’altra recente guerra cecena, che vide i fantaccini russi costretti alla ritirata, stanno di nuovo turbando i sonni dei generali moscoviti.

 Nelle ultime settimane, dopo mesi di duri bombardamenti, le truppe corazzate hanno più volte cercato di occupare il centro della capitale e sono sempre state respinte, spesso con gravi perdite in uomini e mezzi. Un comunicato del comando militare russo, in data 8 gennaio, parlava di "accaniti combattimenti nella capitale" precisando che i soldati federali avevano ingaggiato violenti corpo a corpo nelle strade della città dove i ribelli opponevano una "forte resistenza". Questi comunicati si sono ripetuti sempre più spesso nei giorni seguenti, riportando cifre di morti tra i soldati, anche se presumibilmente decurtate al ribasso.

 Nonostante la stretta censura militare che impedisce la diffusione di ogni notizia sulla guerra, censura che è stata addirittura rafforzata negli ultimi giorni dopo la diffusione di notizie su alcuni dei cocenti rovesci subiti dai militari russi (un modo come un altro per avere una guerra "pulita"), si parla ormai di più di mille morti tra i soldati di Mosca, di decine di carri distrutti, di aerei ed elicotteri abbattuti in più occasioni.

 I giorni scorsi le milizie cecene sono addirittura passate all’offensiva in territori già considerati sotto occupazione russa: la città di Argun è stata liberata per alcune ore, mentre a Shali pare addirittura che sia stato preso d’assedio il quartier generale russo. Degli stessi giorni la notizia della sostituzione (o destituzione) di due generali russi, Shamanov, comandante del fronte occidentale, e Troshev, comandante di quello orientale, i due responsabili diretti delle operazioni al fronte, subito al disotto del generale supremo Kasantsev. Nell’occasione il Comando Supremo ha ammesso che sono stati commessi "errori ed ingenuità", cui si è cercato di rimediare aumentando ancora la pressione sui guerriglieri e sulla popolazione civile. Nei giorni successivi l’esercito di Mosca ha scatenato una nuova offensiva contro la capitale e nel sud del paese.

 La guerra quindi potrebbe rivelarsi una scommessa sbagliata per Putin e, soprattutto, per la borghesia russa. Se il numero dei giovani coscritti mutilati ed ammazzati in terra cecena continuerà ad aumentare è probabile che poco possano i palpiti nazionalisti e l’odio antislamico contro l’istinto di classe del proletariato russo e che riprendano forza tra i lavoratori quei principi dell’internazionalismo proletario e della guerra alla guerra che in un passato non lontanissimo li seppero mobilitare e portare alla vittoria contro un mondo intero di rapina e di macellai.
 
 
 
 

TUMULTUOSA ASCESA, FINE INGLORIOSA
DEL MILLENNIO BORGHESE

 Manifesto del Partito Comunista, 1848.
 «La borghesia ha avuto nella storia una funzione sommamente rivoluzionaria. Essa per prima ha mostrato che cosa possa l’attività umana. Ha creato ben altre meraviglie che le piramidi d’Egitto, gli acquedotti romani e le cattedrali gotiche. Il bisogno di sbocchi sempre più estesi per i suoi prodotti spinge la borghesia per tutto il globo terrestre. Sfruttando il mercato mondiale ha reso cosmopolita la produzione e il consumo di tutti i paesi. Con gran dispiacere dei reazionari, ha tolto all’industria la base nazionale. Subentra un’universale dipendenza delle nazioni l’una dall’altra. E come nella produzione materiale così nella spirituale. Con le comunicazioni infinitamente agevolate la borghesia trascina nella civiltà anche le nazioni più barbare».

* * *
 In questo fine millennio non si contano ormai più le esercitazioni sulla natura e sulla "conta" del Tempo: scontro di calendari e di kabale, che ai nostri occhi hanno un valore molto relativo e non cadiamo nei giochi parafilosofici, o peggio, in proposte astratte su possibilità di correggere una nozione che ha importanza per la nostra non secolare ma millenaria lotta. Ma non ci sottraiamo ad un bilancio d’un Millennio che ha visto l’ascesa e l’ingloriosa fine d’una classe, quella borghese, che tanto aveva promesso in termini di Libertà, di Progresso e di Benessere, e che invece sta chiudendo il convenzionale conteggio degli ultimi giorni del millennio nella peggiore delle maniere.

 Non stiamo a mettere in discussione le date salienti né i metodi di divisione e di organizzazione del Tempo utilizzati fino ad oggi, ma non possiamo tacere che nella nostra concezione il Tempo, come del resto lo Spazio, non sono nozioni astratte e metafisiche. Rimandiamo, a questo proposito, ai nostri studi che hanno individuato nella relatività di Einstein una definitiva sconfitta d’ogni interpretazione che non si incarni nella realtà storica, ed in particolare nella lotta tra le classi, quella lotta tra le classi che ha così profondamente segnato in specie gli ultimi due secoli.

 Ci atteniamo, senza inutili esotismi, al calendario gregoriano anche se, come è noto, la Rivoluzione, per esso di Ottobre, per il calendario ortodosso diventa... di Novembre. Non ci meravigliamo che il mondo musulmano conti gli anni dall’Egira, nel 622 d.C., né che i nostalgici dell’impero romano vorrebbero contare ab Urbe condida, dalla nascita di Roma nel 753 a.C. Non ci possiamo permettere questi lussi, ma non è inutile ricordare che, a proposito di ascesa e ingloriosa fine della borghesia, i giacobini cancellarono per un breve periodo le settimane in nome della Decadi, più digitali, e presero a contare il Tempo partendo dall’avvento della Repubblica, ribattezzarono i mesi con nomi naturali legati alle stagioni... per poi ricadere nel vecchio Tempo romano, segno della sconfitta e della rassegnazione. Né ci dimentichiamo quando, con più ridicoli scimmiottamenti, si impose di contare gli anni dell’Era Fascista dalla Marcia su Roma del 1922, come se finalmente il Tempo si fosse piegato ai poteri della borghesia, sempre dittatoriale, imperialistica, antiproletaria.

 Ebbene, tentiamo il bilancio del millennio – che soli ci contraddistingue – il modo migliore per prendere la distanza dal presente iniquo che vede il proletariato in trincea, in una difesa delle proprie posizioni più economica (anzi, neppure economica) che politica, a causa degli eventi che hanno segnato una serie di contraccolpi dalla Rivoluzione del 1917 ad oggi e che hanno influito negativamente sul progredire storico a livello generale.

 Mano a mano che ci allontaniamo dal nostro secolo, definito breve da Hobsbawm, crudele da altri, e da noi inutile, ci rendiamo conto dei tradimenti, dell’abbandono delle promesse, del cedimento d’una classe che, sorta nella prima parte del Millennio, ha avuto il merito storico di liberare energie immense, nei lunghi secoli della sua preparazione rivoluzionaria, sui piani della formazione delle lingue che saranno nazionali, nell’affinarsi delle arti espressive, nelle scoperte geografiche e nel gettare, o recuperare i fondamenti antichi della scienza moderna, nella elaborazione del pensiero politico, economico e sociale, slancio epocale culminato nell’affermazione orgogliosa dell’avvento del Lume della Ragione sulle miopie e chiusure del passato chiesastico e feudale.

 Alla luce (o meglio, alle tenebre) del loro Novecento la storia pregressa rischia di apparire un idillio, sia l’epopea delle Nazioni che in Europa raggiungono la loro affermazione nell’Ottocento, sia la politica illuminata dei sovrani del Settecento, che non è spiegabile senza tener conto delle esigenze e delle pressioni che la nuova classe comincia ad esercitare sui poteri costituiti prima del sua avvento alla ribalta nei più evoluti paesi ed aree. Non ci riduciamo a spacciare un’immagine positiva della borghesia alle sue origini, e demoniaca al suo esito; il fatto è che il materialismo dialettico non ha mai nascosto la sua ammirazione per una forza sociale che ha storicamente avuto il merito di gettare le basi materiali per la propria negazione e per il passaggio al comunismo. Riconosciamo che a pensare, combattere e vincere le Rivoluzioni ce l’ha insegnato la Borghesia.

 Nella nostra ottica era inevitabile che le contraddizioni interne al modo di produzione capitalistico nella sua fase imperialistica producessero una serie di guerre generalizzate tra gli Stati. Lo "scoppio" (mai verbo è stato tanto giustificato) della Prima Guerra Mondiale, 1914, che a molti, anche grandi dirigenti politici, apparve improvvisa, era stato da tempo previsto dal nostro movimento, al quale anzi appariva tardiva; la promessa di interminabili decenni di sviluppo economico e di benessere sempre più diffuso veniva brutalmente smentita, rimettendo in discussione spartizioni e illusioni consolidate.

 Ci si rendeva conto che la storia della lotta delle classi procede effettivamente secondo leggi dialettiche, sussultorie e non graduali e pacifiche. Ciò merita d’essere messo bene in evidenza, poiché la tentazione di presentare la storia come un gioco tranquillo di forze che si mettono in equilibrio grazie ai negoziati ed al Mercato, nonostante le dure repliche, continua ad essere l’unico modulo col quale la borghesia corrompe le file del proletariato.

 Se è vero che la storia è sempre inevitabilmente "storia contemporanea", la nostra permanente rassegna intende ammonire che ancora una volta, davanti a conflitti sempre più aspri, lo scoppio delle ostilità tra grandi potenze imperialistiche verrà presentato come "imprevedibile", "inevitabile", sebbene prodotto di movimenti irrazionali, di teste calde ed altre oscenità.

 Ma nel bel mezzo della Prima Guerra imperialistica l’anello debole della catena, la Russia zarista, assisté all’altro scoppio, quello della Rivoluzione, considerato impossibile in un paese arretrato, secondo le valutazioni del revisionismo socialdemocratico e della borghesia stessa. Inizia da quell’evento il "secolo breve", e per noi…"inutile", cioè contrassegnato dalla controrivoluzione, che avrebbe determinato in Russia la degenerazione staliniana dello Stato e del Partito, e la nascita in Occidente dei movimenti ultraborghesi di contrattacco, come il fascismo e il nazismo.

 La chiave interpretativa del Novecento per noi è questa, e permette di distinguere da ogni altro il nostro piccolo partito. Per tutte le altre forze in campo la Seconda Guerra sarebbe stata un conflitto per le libertà nazionali, un nuovo Risorgimento per l’Italia, la sconfitta delle orde barbariche teutoniche per gli altri. La borghesia, anche in questo problema, si dimostra incapace d’un giudizio critico della sua stessa esperienza storica; ne è prova il fatto che in nome della libertà di espressione e del pluralismo gli stessi intellettuali si censurano e non si azzardano a fare progetti o enunciare tesi sul futuro, pronti a saltare, come sempre, sul carro del vincitore.

 Al contrario noi non possiamo fare a meno di riassumere e di fare un bilancio degli eventi, poiché sono iscritti nel programma, e dal programma devono necessariamente essere derivati! Beh, lo sappiamo, eresie agli orecchi dei benpensanti. Ma chi va controcorrente, o ha la bussola a posto o verrà travolto.

 Tutto il contrario, ancora una volta, delle operazioni in corso che, anche di fronte al fatto esplicito del trionfo del mercato e dell’imperialismo, cercano di nascondere il bandolo della matassa parlando genericamente di globalizzazione, cercando di evitare il segreto, le linee dinamiche delle contraddizioni e dove inevitabilmente portano.

 Il nostro bilancio considera il modo diverso di concepire lo "indurimento ideologico" e le contrapposizioni tra le classi a livello mondiale nella fase più vergognosa della borghesia declinante. Accolta con un sospiro di sollievo nel 1989, la caduta del Muro di Berlino ha consentito la propagazione della doppia illusione ottica che finalmente fosse finito l’incubo del "comunismo" e della guerra: comunismo non era – l’incubo, della guerra, rimane. Le borghesie occidentali avevano fornicato con lo Stato grande-russo di marca staliniana per ben 70 anni e con la sua attiva collaborazione ricacciato indietro la rivoluzione genuinamente comunista che nel 1917 aveva inaugurato una prospettiva di grandi possibilità politiche per la classe operaia. Già lo svelamento di questo paradosso storico la dice lunga sul modo di contare gli anni, di decifrare i ritmi della storia, che ci vede in assoluta controtendenza con gli avversari. Noi avevamo preconizzato la fine ingloriosa del falso comunismo russo fin dal 1926, ed avevamo invocato il crollo del mito russo come condizione per la ripresa rivoluzionaria. Figuriamoci allora le reazioni sulla "fine delle ideologie", come certi ambienti borghesi hanno chiamato la liberazione della centrale Germania dal Muro e dall’incubo russo.

 Il Novecento, non a caso, si è chiuso con il dichiarato fallimento dell’incontro a Seattle del WTO, ultima riprova della vista corta dei movimenti borghesi e piccolo borghesi che si illudono di mantenere i benefici del commercio mondiale senza pagare i suoi terribili prezzi. Un osservatore borghese ha dovuto ammettere che «Marx, contro ogni facile orecchiamento piccolo-borghese, nel Manifesto del Partito Comunista considerava dialetticamente positiva quella che oggi si chiama "globalizzazione"». Il critico de "Il Giornale" si trova costretto a chiosare: «a chi, come i manifestanti di Seattle, contestava il capitalismo con una "critica romantica" e con i "solidarismi comunitari", cioè le varie forme di "socialismo" che vuol ristabilire i vecchi mezzi di produzione e scambio, l’economia patriarcale nell’agricoltura, Marx rispondeva con disprezzo: "È un vile piagnisteo, utopistico e reazionario"». E noi non abbiamo che da ribadire: ben detto, compagno Marx, a riprova che, se si vuole un’analisi chiara e seria dell’attuale realtà "globalizzata", anche il borghese "onesto", se ancora ce n’è ancora qualcuno, è costretto a ricorrere alle barbe dei nostri Maestri.

 Un riconoscimento ulteriore che, nel mentre si vantano chissà quali rivoluzionamenti dovuti alla ragnatela informatica, che sta conquistando fette di mercato in Tempo reale in virtù della potenza e velocità di comunicazioni e scambi, la questione era stata esattamente prevista dal materialismo storico, per la necessità immanente e cogente del modo capitalistico di produzione di accorciare il più possibile i tempi di distribuzione delle merci per compensare l’asfissia e l’intasamento dei mercati.

 Per ammissione diffusa, che a noi interessa poco ma che pure un qualche significato dovrebbe averlo, mai come in questo fine millennio il pensiero borghese si è dimostrato tanto debole e infecondo. L’incapacità di progettare in grande, a scala sociale, in profondità nel Tempo futuro, sì da dar certezza materiale e ideale a quelli che nel nuovo secolo verranno a nascere, in nome di minimalismi di varia entità in tutti i campi dell’attività umana, conferma il nostro fondante giudizio: il modo di produzione capitalistico non ha futuro, è destinato a cadere sotto la pressione della sua ricchezza e della inevitabile ripresa internazionale della lotta di classe.

 Il presunto trionfo del Mercato e della legge del Profitto nasconde in realtà l’inevitabile tendenza alla caduta del suo saggio a livello generale; non si vede con quali marchingegni la borghesia possa rovesciare tale tendenza se non col ricorso alla forza, che porta alla guerra generalizzata, e che nel frattempo significa pressione sempre più oggettiva e spietata sulla classe mondiale dei lavoratori.

 Il fatto che solo il Partito veda queste cose, che ci fruttano l’appellativo di passatisti, dogmatici, fuori dal Tempo, non ci turba affatto: è il prezzo che abbiamo sempre pagato, che dobbiamo pagare alla ideologia dominante. Non riusciranno a farci accodare al sentimento, giustamente dominante, di impotenza, di rassegnazione, di rinuncia all’avvenire. Lo sappiamo bene che le formazioni decadenti hanno fatto tutte la stessa fine nella storia, in un finale di partita che ha inevitabilmente comportato stato marasmatico, spesso tragicommedia.

 Noi comunisti siamo schierati contro questa atmosfera ingloriosa che il virtualismo di moda cerca di presentare come leggera, inevitabile, post-moderna. Per noi è l’espressione e il segno della necessità che le forze del futuro di riorganizzino, trascorso un duro secolo-breve di rinculo, ma anche di grandi lezioni e di nostra ordinata preparazione rivoluzionaria, disciplinata così com’è il lavoro del proletario e, vogliamo dire, davvero eroica in ricordo dei tanti compagni di milizia che il vecchio secolo si è portati con sé.

 Allo scadere di un Tempo che non sta a nessuno scegliersi perché segnato dalla complessa dinamica del formarsi e del fragoroso frangere delle onde sociali che ogni argine travolge, si ergerà davanti a noi urgente il compito che il Partito si è dato e che la storia ha assegnato al moto ormai secolare della generosa e vitale classe dei nullatenenti.
 
 
 
 
 

UNA REALTÀ "VIRTUALE"

 Di questi tempi alcuni economisti, specialmente, e dovremmo dire ovviamente, statunitensi, hanno pensato che troppo mentire di fronte all’evidenza dei fatti comporta il rischio di non esser creduti. Dinanzi al rimbombare dei passi del Capitale si sono chiesti se questo non stesse troppo correndo, paventando la fine della corsa nello scatenarsi delle forze sociali che lo scellerato loro turbocapitalismo scatenerà. I comunisti sanno bene che questo non è il passo chiodato del giovane capitalismo, ma lo sbattere sconcio delle pianelle di un vecchio ciabattone e laido, che perde di continuo il suo equilibrio e che deve aggrapparsi ad ogni appiglio di un saturo mercato mondiale scivoloso ed instabile.

 Ecco allora che per esorcizzare il fantasma della morte mediatamente si ostentano, come gli ex voto pagani, mani tronche stringenti denaro, occhi chiusi, eccetera, le nefandezze del mondo borghese.

 Il primo "problema" è rappresentato da uno dei dati meno occultabili: negli Stati Uniti, la casa del padrone, la "disuguaglianza economica" ha raggiunto livelli record. La decantata tendenza ad un miglioramento "di massa" degli anni sessanta, ha lasciato il posto ad un divario fra "ricchi" e "poveri" aumentato di un terzo negli ultimi venti anni. Fregandocene noi della "ricchezza dei ricchi", che non coincide affatto con la potenza e la forza del Capitale mentre questa si rapporta piuttosto alla miseria dei proletari, rileviamo che, mentre gli orari di lavoro sono enormemente aumentati per tutte le categorie e i livelli di qualifica e le retribuzioni orarie del 70% dei lavoratori si sono ridotte, l’indistinto "reddito nazionale" è cresciuto del 2,5%. I rapporti di forza tra capitale e lavoro sono infatti oggi nettamente a favore del primo: la quasi piena occupazione americana non rafforza il potere contrattuale dei lavoratori perché è costituita quasi per intero da job insicuri che consentono un ricatto continuo verso i proletari, sempre sull’orlo del licenziamento. Questa condizione, normale negli USA, viene introdotta in questi anni in tutti i paesi attraverso l’istituzione e l’allargamento del lavoro interinale e la deregolamentazione dei contratti di lavoro.

 La seconda piaga sta nell’enorme impoverimento delle classi inferiori, di lavoratori poco qualificati e di chi il lavoro non riesce a trovarlo. Chi è costretto alla povertà cronica può venir reclutato nel business della criminalità, ma basta molto poco per esser precipitati nell’inferno carcerario praticamente a vita: negli States sono cinque milioni i carcerati, un ventesimo della popolazione!, una condizione che si è triplicata negli ultimi venti anni. Quello della reclusione nelle workhouses, di cui già parla Marx, è un metodo che le borghesie anglosassoni hanno da secoli utilizzato ampiamente per "regolare" il tasso ufficiale della disoccupazione. L’altro sono le guerre.

 Il terzo cruccio dei critici inutili è la "qualità etica" della vita, rassegnata oramai ad una sola dimensione, quella del dio denaro. Gli ipocriti "limiti morali" di Libertà Uguaglianza Fraternità che ottocentescamente coprivano il monopolio della ricchezza e del potere di classe e le stesse menzogne patriottarde e nazionalistiche del novecento sono stracci troppo logori per nascondere la micidiale incontenibile prepotente auto-giustificativa ed auto-riproduttiva Legge Universale ed Eterna del Profitto. Lo dicono, e forse ci credono, gli occhi appannati per le lacrime, dinanzi al corpo raggrinzito della retorica borghese.

 Ma se il mondo degli imbonitori porta a porta non esiste più, per far prima sono state tolte tutte le porte ed il mondo vive di convincimenti virtuali, tecnicamente all’avanguardia, dove è pacifico che tutto sembra ma non è. Era chiaro al marxismo, ben prima della "rivoluzione informatica", che il Capitale, specie nella sua smaterializzazione finanziaria e internazionalizzazione imperialistica, è fatto esclusivamente scritturale, contabile e virtuale, un convenzionale rapporto di produzione, un falso dio, un Vitello d’Oro. Ma non per questo meno reale e tirannico delle sorti umane, con insindacabile diritto di vita e di morte sulle intimorite moltitudini. È noto, molto giusto e semplice: pagando ognuno può trovare sul mercato quel che non ha; pagar meno è "più giusto" che pagare di più; ergo: il capitale con individuale saggio del profitto più alto uccide il concorrente; più precisamente: uccide, o getta nella disperazione, i salariati del concorrente (mentre il Capitale spesso si reincarna altrove).

 Anche nella provincia italiana l’onda nera ha toccato le coste: tra televisioni che vendono gioco del Lotto e politica come dentifrici, i governi e i partiti coprono di nuovo cerone il mostruoso ghigno. Tutto hanno venduto, anche la immagine già tante volte ritoccata ed aggiustata. Sono al tradimento del tradimento. Non facile ritrovare il filo smarrito per fuggir questi cornuti Minotauri. Non manca alla scena la entrata dei Sindacati di regime che, come i consumati pagliacci, gettano le torte in faccia ai... Radicali.

 Il processo di immiserimento della classe operaia è un effetto tipico dello sviluppo capitalistico e certo non poteva fare eccezione l’Italia governata dal gabinetto D’Alema. L’Europa tutta non offre scenari più rosei, nonostante i vari governi social-democratici e laburisti vantino "miglioramenti" sul fronte della disoccupazione e livello di "zero virgola". La disoccupazione appare come strutturale, dovuta agli investimenti tecnici e soluzioni all’orizzonte non se ne vedono se non quella delle guerre di distruzione: distruggere per ricostruire.

 Nel caso italiano si nota l’aggravamento del tasso di disoccupazione giovanile nelle regioni meridionali (dal 50% della "sviluppata" Puglia al 70% della Calabria) e dell’estensione del rapporto di lavoro "atipico", cioè le forme "para-subordinate" millantate come libera collaborazione o lavoro in "affitto", con pochi diritti, mal pagato e perennemente instabile, anche in settori dove si era giurato che mai si sarebbe autorizzato come per le qualifiche più basse, in edilizia ed in agricoltura.

 Il lavoro giornalistico di consenso alla Finanziaria 2000, quella "senza tasse", mistifica il reale attacco alle condizioni di vita della classe operaia che si sostanzia benissimo anche senza aggravi d’imposta, cosa poi non tanto vera se da gennaio il salario sarà ulteriormente taglieggiato dal nuovo balzello dell’addizionale comunale, la cui entità varia da comune a comune!. Con la scala mobile smantellata e la voce della contingenza anche sparita nominalmente, come per il CCNL metalmeccanico, i salari perdono potere d’acquisto di fronte alla "sorpresa" di un’inflazione ridesta e al caro-vita sospinto dal rincaro del petrolio e dalla debolezza della pseudo-moneta Euro nei confronti del ben difeso da corazzate e portaerei Dollaro Usa.

 I Sindacati Confederali avallano tutte le politiche anti-operaie. Oggi è il turno della Cgil di recitare il ruolo di fedele portavoce di Ds e Governo, con lo scopo di accreditare perfino la compare Cisl come "sindacato di lotta", che abbozza una parvenza di opposizione sulla tassabilità dei fondi-pensione. Domani, con un governo "diverso", i ruoli si invertiranno per il frastornamento dei proletari. Di reale, dietro a simili motteggi, si nasconde solo l’interesse delle finanziarie facenti capo a Cgil-Cisl-Uil verso questi "nuovi strumenti", mettendo le mani sulla "liquidazione delle liquidazioni".

 Intanto le condizioni della classe operaia continuano a peggiorare, come puntualmente confermano le statistiche degli stessi istituti borghesi. Per l’Italia i dati diramati dall’Istat per il 1998 sono eloquenti: 7.423.000 italiani sono poveri, cioè il 13% della popolazione, e fra questi sono 1.900.000 quelli considerati nella fascia della povertà assoluta, cioè coloro che hanno consumi inferiori a quelli considerati essenziali. Lo stesso studio evidenzia che nel 39% dei casi la povertà è dovuta ad uno stato di disoccupazione.

 Uno studio, condotto sulla scorta dei dati forniti dall’Istat, dalla Banca d’Italia e dalla Banca Nazionale del Lavoro, registra come siano oltre 2.000.000 le famiglie costrette ad indebitarsi per sopravvivere, cioè il 10% del totale. Se si ricorre a prestiti bancari per il mutuo della casa nel 46% dei casi, nel 54% è per "motivi personali"; nel 13% delle volte i debitori non riescono ad onorare le rate della restituzione e si stima che una somma di circa 25.000 miliardi prestati dalle banche non sarà restituito.

 È interessante notare come, oltre ad una quota di piccola-borghesia andata in malora a causa del fallimento della propria impresa, l’area del disagio vede coinvolti soprattutto strati proletari. Su una media nazionale di 45,3 milioni di reddito annuo, il 28,7% ne detiene uno inferiore a 20 milioni. 500.000 nuclei familiari sono composti da ultra-trentenni disoccupati "di lunga durata" che si mantengono con un reddito da pensione di un convivente; sono 60.000 le famiglie rovinate dal licenziamento, 15.000 da cassa integrazione guadagni, 2.500 da infortunio sul lavoro e ben 1.200.000 a causa di malattie; separazioni e divorzi provocano la miseria per 450.000 famiglie, confermando come sia pur sempre debole la posizione femminile nel mondo del capitalismo.

 Mentre il proletariato assiste a tutto questo senza tentare la pur minima resistenza, privo di qualsiasi organismo che lo rappresenti, si alternano i governi comunque borghesi nonostante il cambiamento o la riconferma di bande di politicanti e di personaggi più o meno stivalati e baffuti.

 I comunisti non imprecano né si meravigliano. Sanno che questo del disfacimento borghese è il miglior terreno su cui potrà allignare la pianta della rivolta sociale, il ridestarsi di forze potenti che, nel loro arduo procedere, con modesto calcio scanseranno dalla loro strada la viltà di cotanti stregoni.
 
 
 

FERROVIERI HANNO DECISO
DI VENDER CARA LA PELLE

 Il tre febbraio i ferrovieri torneranno a scioperare. Il COMU ha potuto verificare che esiste una forte disponibilità tra le categorie a proseguire una lotta che dall’ultimo sciopero ha mostrato una nuova, determinante caratteristica: la sua opposizione ed indipendenza da tutto il sindacatume filopadronale. Il contratto firmato dai Confederali è stato un colpo di frusta anche per i tanti che avevano voluto illudersi sino in fondo che certi limiti morali non sarebbero mai stati sorpassati.

 I ferrovieri sono anche convinti che l’avversario non sia invincibile e mal sopporterebbe una dura azione di lotta, rigettando quella immagine di efficienza imposta da tutto l’apparato informativo-giornalistico di regime. Questa condizione non diviene immediatamente coscienza della propria forza, ma spinge verso la prosecuzione della protesta generalizzata.

 Al contratto-capestro, che prevede una riduzione del salario reale a partire dai nuovi assunti, e tra due anni di tutti, la riduzione delle competenze accessorie e delle ferie, si è aggiunto l’accordo sul diritto di sciopero. FS e Sindacati hanno firmato un accordo sui servizi minimi che è una ulteriore restrizione delle già draconiane regole esistenti. I punti principali recitano:

a) - introduzione della rarefazione oggettiva, il che, in parole comprensibili, significa che potrà essere dichiarata una sola azione di lotta e solo dopo averla effettuata sarà possibile indirne un’altra; b) - non sarà possibile scioperare più di 24 ore consecutive; c) - è introdotto il concetto di sciopero incidente sullo stesso bacino di utenza: in pratica tra uno sciopero anche locale ed il successivo nazionale dovranno trascorrere almeno venti giorni; d) - oltre ai servizi minimi pendolari dovranno essere garantite almeno tre coppie di treni sulle direttrici, più tutti quelli compresi nei primi sessanta minuti dall’inizio dell’astensione, più altri da concordare; e) - sono vietati gli scioperi concomitanti con quelli di altri settori di trasporto incidenti sullo stesso bacino di utenza; f) - nel caso che la trattativa per rinegoziare, a cambio turno, i servizi minimi non produca accordo varranno le decisioni della Commissione di Garanzia.

 Se a queste regole si sommano i tanti periodi dell’anno in cui in ferrovia è vietato scioperare, ci si accorge quanto sia importante respingere queste assurde pretese padronali. Occorre lavorare per un’organizzazione di tutti i ferrovieri, che mantenga e potenzi i rapporti di forza che si sono creati dopo gli ultimi due grandi scioperi. Solo su questa strada sarà possibile vanificare tutto l’attacco della S.p.A. e dei sindacati di regime. Proseguire dunque su questa strada senza lasciarsi impastoiare da false alleanze, puntando unicamente sulla forza dei lavoratori.
 
 
 
 
 
 

SULL’ORIGINE DELLE RELIGIONI

MONOTEISMO "INNATO"

 Secondo la teologia cattolica «uno studio diretto ed accurato dei fatti ha portato alla scoperta di un culto dell’Ente Supremo, che si riscontra più o meno in tutti i popoli primitivi. L’Ente Supremo o Gran Dio è presentato come creatore di tutto, anche degli spiriti o divinità inferiori, come onnipotente, immenso, giusto. Questo fatto abbastanza costante nei popoli più antichi dimostra che il Monoteismo è anteriore al Politeismo e che questo è una degenerazione di quello (...) Il Monoteismo, conservato mirabilmente nella tradizione ebraica, (...) fu la religione primitiva» (Dizionario di Teologia Dogmatica - Roma, 1945). Fino dalla sua comparsa, o meglio dalla sua "creazione", l’uomo avrebbe avuto coscienza dell’esistenza di un Ente Supremo, Dio unico ed onnipotente. E ciò sarebbe stato possibile attraverso la "rivelazione" che, teologicamente, è l’atto con cui Dio si rivela, anzitutto nella creazione dell’Universo. È la cosiddetta "rivelazione naturale".

 L’uomo, fin dall’inizio, avrebbe avuto una volontaria disposizione dell’anima a riconoscere Dio come Ente Supremo e padrone dell’Universo e a rendergli il culto dovuto. Senza contare che Dio, si legge nella Genesi, con l’uomo parlava, passeggiava, mangiava e perfino misurava la sua forza fisica nella lotta. La Bibbia (Genesi, 32-24/32) racconta dello scontro fisico, durato una notte intera, tra Giacobbe e Dio in persona e come, in seguito a questo avvenimento, Dio stesso abbia cambiato il nome di Giacobbe in Israele, "colui che combatte", "il guerriero".

 Continua il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Nel corso della loro storia, e fino ai nostri giorni, gli uomini in molteplici modi hanno espresso la loro ricerca di Dio attraverso le loro credenze ed i loro comportamenti religiosi (preghiere, sacrifici, culti, meditazioni, ecc). Malgrado le ambiguità che possono presentare, tali forme d’espressione sono così universali che l’uomo può essere definito "un essere religioso"».

 Quindi se idolatria, feticismo, politeismo, rappresentano solo una degenerazione del primitivo monoteismo, nondimeno confermerebbero la necessità, connessa alla natura umana, della credenza in un Essere Superiore.

 Ne L’Origine della Famiglia, della Proprietà privata e dello Stato, Engels descrive in questi termini lo stadio inferiore dello stato selvaggio: «Fanciullezza del genere umano, il quale viveva, almeno in parte, sugli alberi – solo così si spiega il suo sopravvivere di fronte ai giganteschi animali da preda – e si trovava ancora nelle sue sedi originarie: foreste tropicali o subtropicali. Frutta, noci, radici servivano di nutrimento; la formazione del linguaggio articolato è il risultato principale di questo periodo. Di tutti i popoli conosciuti in epoche storiche, neppure uno si trova più in tale stato primitivo. Sebbene questo periodo abbia potuto durare migliaia di anni, non abbiamo prove dirette della sua esistenza, ma una volta ammessa la discendenza dell’uomo dal regno animale, bisogna necessariamente ammettere questo passaggio».

 In questo stadio iniziale della storia umana, quando gli strumenti utensili sono pressoché inesistenti, le facoltà rappresentative minime e lo stesso linguaggio fonetico quasi inesistente, i nostri progenitori conducevano una vita troppo simile a quella degli animali per poter esprimere una qualsiasi forma religiosa.

 Ma la capacità evolutiva dell’uomo, stimolata dalla necessità di provvedere ai propri bisogni, ha creato i primi mezzi tecnici per produrre il necessario per vivere. «È in questo meccanismo di sviluppo dei bisogni sociali, di organizzazioni sociali, e quindi di sviluppo di conoscenza, che, ad un certo punto del cammino dell’umanità, si forma ed appare, in tempo vario ed in modo pressoché uguale nei vari aggruppamenti di essa, quel fenomeno intellettuale che, ad un certo grado della sua evoluzione, assume i caratteri per cui viene designato col nome di religione».

 Possiamo quindi affermare che dopo un lunghissimo periodo in cui l’idea di religione fu del tutto inesistente, l’evoluzione umana ha conosciuto le religioni delle comunità primitive, cui seguirono, dopo lungo corso di millenni, le religioni della società schiavistica, poi quelle della società feudale, infine di quelle del capitalismo. Poiché l’uomo ha creato Dio a sua immagine e somiglianza, se lo raffigura in base alle idee della società in cui vive. Già il filosofo greco Senofane, vissuto circa cinque secoli avanti Cristo, affermava: «Se i buoi, i cavalli e i leoni avessero le mani e potessero con quelle mani dipingere, i cavalli dipingerebbero gli dei simili a cavalli, i buoi simili a buoi, e forgerebbero i loro corpi come ognuno di loro è forgiato (...) Gli etiopi sostengono che i loro dei sono camusi e neri, i traci che hanno occhi cerulei e capelli rossi».

 Dopo un lunghissimo periodo durante il quale la vita dell’uomo poco o nulla si differenziava da quella di altri animali, quando l’uomo è finalmente riuscito a forgiare i primi mezzi tecnici per produrre il necessario alla vita e le singole società umane hanno acquisito delle caratteristiche che differenziano i suoi componenti dal resto degli animali viventi, a quel punto si forma ed appare quel fenomeno intellettuale che viene designato col nome di religione.

 Non vi sono religioni diverse a seconda delle diversità di tribù o popoli messi sommariamente a confronto, ma a seconda delle fondamentali epoche storiche nelle quali è suddivisa l’evoluzione dei singoli popoli.

 «Lo spirito umano – scrive L.Morgan in L’Antica Società – che è lo stesso in tutti gli individui, in tutte le tribù, in tutte le nazioni, e limitato rispetto all’estensione delle sue forze, opera e deve operare in direzioni uniformi e costanti e in stretti limiti di variabilità. I risultati ai quali perviene in paesi lontani nello spazio e nel tempo, costituiscono gli anelli di una catena logica e continua di esperienze comuni (...) Come le successive formazioni geologiche, le tribù dell’umanità possono essere catalogate in strati successivi in base al loro sviluppo: così classificate esse rivelano con precisione quasi assoluta il cammino completo del processo umano, dallo stato selvaggio alla civiltà (perché) il corso delle esperienze umane ha seguito vie quasi uniformi».

 Se il pensiero filosofico, religioso, morale, ecc., percorre determinati ed analoghi stadi, ciò significa che i popoli, qualunque sia la loro razza ed il loro ambiente geografico, nel corso del loro sviluppo sperimentano esigenze materiali ed intellettuali analoghe in corrispondenza ad analoghi processi di produzione. La conclusione è quindi quella che, poiché le religioni corrispondono a comuni necessità di interpretare i fenomeni non controllabili dall’uomo, seppure in epoche ed in regioni differenti, ad un medesimo sviluppo sociale corrispondono le medesime idee religiose.

IL TOTEM

 La più antica forma di religione, anteriore alla divisione della società in classi, è il cosiddetto "totemismo". La parola Totem, presa dal dialetto algonchino significa "l’affine del fratello" o "il consanguineo". È il vincolo di parentela che intercorre tra il clan ed il suo capostipite presunto che, il più delle volte, viene ravvisato in un animale, in una pianta, in un fiume, dal quale il sostentamento del clan dipende, ne garantisce la sopravvivenza e la continuità. Nel mito latino che narra di Romolo e Remo allattati dalla Lupa affiorano i residui leggendari di una antica società totemica, e gli stessi affiorano anche nel mito biblico del Serpente (divenuto solo in un secondo tempo ingannatore) che permette all’uomo la conoscenza del Bene e del Male. Nella religione giudaica le figure totemiche animali, specialmente il Serpente e il Toro, hanno lasciato forti tracce, dimostrando come sia del tutto falso che il Monoteismo, conservato mirabilmente nella tradizione ebraica, fosse la religione primitiva, anzi, si dimostra come tale religione abbia, al pari delle altre, attraversato tutti gli stadi in concomitanza allo sviluppo dei modi di produzione, di scambio e dell’organizzazione sociale, riferentisi non soltanto ai limiti nazionali, ma, come minimo, a quelli di una area geografica che andava dalla valle del Nilo fino a quella del Tigri ed Eufrate.

Per quanto riguarda il Serpente possiamo ricordare, oltre all’arcinoto rettile del paradiso terrestre, quello di bronzo costruito da Mosè e che fu posto in mezzo all’accampamento perché chi fosse stato morso da un serpente, guardandolo, potesse guarire (Numeri, 21-8/9). Il popolo di Israele continuò a bruciare incensi e a venerare il Serpente bronzeo fino a che non venne fatto a pezzi dal re Ezechia (IV libro dei Re, 18-4). Gesù stesso, nel Vangelo di Giovanni (3-14/15), viene paragonato al Serpente di bronzo innalzato da Mosè. Aronne, fratello di Mosè, fu il gran sacerdote del Toro d’oro, ridimensionato poi a vitello in segno spregiativo. Il culto totemico nei riguardi del Toro, diffusissimo su tutto il bacino mediterraneo, aveva ancora presso gli ebrei grande prestigio tant’è che il Dio degli eserciti ebbe serie difficoltà prima di riuscire a sbarazzarsi di questo tenace concorrente. Si veda nella Bibbia il III libro dei Re (12-28) ed il IV libro dei Re (10-29 e 17-16).

 Le figure totemiche assumono il ruolo di progenitore, parente, amico. Il rapporto che si stabilisce tra il gruppo umano ed il Totem è quello di reciproca dipendenza. Il Totem non è ancora un Dio, è soltanto il progenitore; ad esso non vengono rivolte preghiere, al contrario si danno degli ordini, manifestando con riti, ritenuti magici, la volontà collettiva del clan.

 L’uomo che viveva in una società a carattere comunista, ragionava in modo comunista. Ricorreva a rappresentazioni fantastiche della realtà per integrare la relativa parzialit… delle sue conoscenze. Questo però non gli impediva una lucida visione dei rapporti intercorrenti tra uomo e natura. «Le religioni naturali, come il feticismo dei negri o le comuni religioni primitive degli ariani, nascono senza che vi giochi un ruolo l’impostura; l’impostura dei sacerdoti diviene molto presto inevitabile nella loro successiva formazione» (Engels, B.Bauer e il Cristianesimo Primitivo). Nelle religioni primitive nessuna separazione esisteva tra religione e vita: le due cose erano una sola cosa.

 A dimostrazione riportiamo brani da un discorso del capo Seattle della tribù del Duwamish nel territorio di Washington (North West Coast), del 1855. Il governo degli Stati Uniti aveva proposto al capo pellerossa l’acquisto di alcune terre di appartenenza della sua tribù. Le parti del discorso che riportiamo riguardano la risposta del capo dei selvaggi.

 «Il Grande Capo di Washington ci fa conoscere il suo desiderio di comprare la nostra Terra. Il Grande Capo ci invia anche espressioni di amicizia e di pace. È un gesto gentile da parte sua, poiché sappiamo che egli in cambio non ha molto bisogno della nostra amicizia.

 Esamineremo la vostra proposta, poiché sappiamo che, se non vendiamo, l’uomo bianco può venire con i fucili a prendere la nostra terra.

 Come si possono comprare o vendere il cielo, il calore della terra? È un’idea assurda per noi. Come potreste infatti comprare da noi la frescura dell’aria o gli zampilli dell’acqua, dal momento che non ci appartengono? (...) Ogni angolo di questa terra è sacro al mio popolo. Ogni ago di pino scintillante, ogni lido sabbioso, ogni bruma nei boschi ombrosi, ogni radura, ogni insetto che ronza sono sacri nella memoria e nella esistenza del mio popolo. La linfa che scorre negli alberi porta il ricordo dell’uomo rosso. Noi siamo parte della terra ed essa è parte di noi. I fiori profumati sono le nostre sorelle; il daino, il cavallo, la grande aquila, questi sono i nostri fratelli. Le cime rocciose, le linfe nei prati, la foga irruenta del cavallo e l’uomo, tutto appartiene alla stessa famiglia (...) L’acqua limpida che scorre in ruscelli e fiumi, per noi non è solo acqua, ma il sangue dei nostri antenati. Se vi vendiamo della terra dovrete ricordare che essa è sacra, e dovrete insegnare ai vostri figli che è sacra e dire loro che ogni ombra che si riflette nell’acqua chiara dei laghi parla di fatti e di ricordi della vita del mio popolo. Il mormorio dell’acqua è la voce del padre di mio padre. I fiumi sono i nostri fratelli, placano la nostra sete. I fiumi trasportano le nostre canoe e nutrono i nostri figli (...)

 Sappiamo che l’uomo bianco non comprende il nostro modo di pensare. Per lui un pezzo di terra vale l’altro, poiché egli è uno straniero che arriva di notte e prende dalla terra tutto ciò che gli piace. La terra non è per lui un fratello, ma un nemico e una volta che l’ha conquistata l’abbandona. Egli si lascia alle spalle la tomba di suo padre e non se ne cura. Non gli importa di privare della terra i suoi figli. Egli trascura le tombe dei padri e i diritti vitali dei figli. Tratta sua madre la terra e suo fratello il cielo come cose che si comprano, si saccheggiano, si vendono, non diversamente da pecore e gemme scintillanti. La sua voracità divorerà la terra e lascerà dietro di sé il deserto.

 Io sono un selvaggio e non comprendo un modo di pensare diverso dal mio. Ho visto un migliaio di bisonti in putrefazione nella prateria, lasciati dall’uomo bianco che li aveva abbattuti sparando da un treno in corsa. Io sono un selvaggio e non comprendo come il fumante cavallo di ferro possa essere più importante del bisonte che noi uccidiamo solo per sopravvivere. Che cos’è l’uomo senza gli animali? Se essi sparissero l’uomo morirebbe per una grande solitudine dello spirito. Tutto ciò che accade agli animali ben presto capita anche agli uomini; tutte le cose sono collegate fra loro. Tutto ciò che la terra subisce lo subiscono anche i figli della terra. Se gli uomini sputano per terra, sputano sopra se stessi.

 Questo noi sappiamo: la terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra. Questo noi sappiamo: tutte le cose hanno un legame, come il sangue che unisce una famiglia. Ogni cosa è collegata alle altre. Qualunque cosa accada alla terra, accadrà anche ai figli della terra (...)

 Anche i bianchi passeranno, forse più in fretta degli altri popoli. Continuate ad insudiciare il vostro letto e una notte morirete soffocati dai vostri stessi rifiuti».

 Il primitivo, nella suo sentire la vita, non contrappone l’uomo alla natura, lo immedesima nella natura stessa e su questa base imposta il suo lavoro e i suoi rapporti sociali. Il Totem è una rappresentazione ingenua, ma non falsa, di questi rapporti. La teoria della continuità delle specie della scienza moderna, non solo era già stata intuita dai pensatori del Rinascimento e messa a punto dai naturalisti della fine del ’700, ma era conosciuta e vissuta dal selvaggio.

AGRICOLTURA E PASTORIZIA

 Quando i gruppi nomadi, che vivevano quasi esclusivamente dei prodotti offerti dall’ambiente naturale, cominciarono a stabilire fisse dimore e a coltivare la terra, per stimolare i cicli vegetali in modo da ottenere maggiori prodotti dovettero adattarsi ai cicli stagionali e a fissare delle regole che i primi capi ebbero interesse a determinare e a fare conoscere in modo generale. Di qui la necessità di portare l’attenzione sul movimento degli astri, primo fra tutti per i suoi effetti sul clima, il Sole che, in quasi tutte le religioni, è il più importante degli Dei. La parola Dio, in quasi tutte le lingue indoeuropee, si ricollega al principio della luce: la radice div, deiv, nella lingua latina divenuta deu(m), è antico aggettivo con il significato di luminoso. Questa derivazione è ben evidenziata dalla parola latina dies (il giorno), contrapposto al concetto delle tenebre, identificato con potenze malefiche, concetto sopravvissuto fino ad oggi.

 La espressione di queste regole aventi forza di leggi, non poteva che assumere forme vaghe, misteriose e fantastiche, tuttavia sorte direttamente da un bisogno reale e da un procedimento sperimentale.

 Il nascere della religione sta ad indicare che l’uomo è giunto a tal punto della sua evoluzione intellettuale che ricerca un rapporto causale tra i fenomeni ai quali assiste o partecipa e tenta di formulare una teoria, sia pure fantastica, che possa spiegare questi fenomeni.

 La pratica magica delle popolazioni primitive si presenta come un tentativo "sperimentale" di pressione materiale esercitata dall’uomo nei confronti nella natura. Come più tardi la filosofia e la scienza, la religione ebbe il compito di assolvere alla necessità di formulare delle ipotesi per spiegare i fenomeni dell’Universo. Religione e scienza sono state generate dalle stesse cause e, sostanzialmente, rappresentano il medesimo fenomeno a diversi gradi di sviluppo.

 Le scienze procedono costruendo ipotesi che successive osservazioni eliminano, in tutto od in parte, per formularne di nuove. Queste sono possibili e costituiscono un progresso in quanto si avvalgono delle nozioni precedentemente formulate che sono servite da base, anche se talvolta in contraddizione con esse. Ogni passo avanti si trova, però, ad essere imprigionato nei limiti costituiti dalle cognizioni socialmente già acquisite. Così anche nella religione la nuova dottrina, considerata "più vera" di quella che fino a ieri era ritenuta tale, prende campo e soppianta quella precedente perché riesce a dare una spiegazione a fenomeni naturali o sociali fino a quel momento non spiegati o inesistenti, oppure ne dà una spiegazione più accettabile, completa, precisa.

 Con l’evoluzione sociale incomincia la trasformazione religiosa. L’uomo, diventato pastore ed agricoltore, acquista nuovi rapporti di dipendenza con la natura fino ad allora non avvertiti. L’uomo, che fino ad allora aveva guardato alla Terra, rivolge ora il suo occhio al Cielo: al sole, alle nubi, alle stagioni. Nasce la credenza in forze personalizzate che presiedono al succedersi dei cicli e delle alternanze atmosferiche. Questa credenza, molto probabilmente, è sorta in questo modo: esisteva la osservazione ancestrale che vi erano esseri che si muovevano, si alimentavano, si modificavano e morivano; vi erano altri esseri che si modificavano e morivano, ma non si muovevano e non si alimentavano; vi erano, infine, esseri (o cose) che non si modificavano e non si muovevano da se stessi e per muoversi dovevano essere trasportati o spinti da altri esseri che avevano la facoltà di muoversi. L’idea del moto fu fra le prime a formarsi. Fu allora un significativo passo nella conoscenza quello che consisté nella formulazione della ipotesi che corpi (come ad esempio del Sole e della Luna) non appartenenti a quelli che si muovevano da sé, dovessero essere spinti o trainati da esseri simili a uomini o animali dotati di enorme potenza, anche se non visibili. Ammessa l’esistenza di questi esseri si dovette ammettere anche la caratteristica dell’immortalità. L’idea della divinità era nata.

 La parola "religione" viene fatta derivare dal latino relegere (ripensare), o religare (legare strettamente), oppure reeligere (rieleggere). Comunque sia, in definitiva, la religione costituisce una legge, un vincolo morale, una regola, che lega gli uomini nei loro rapporti: è il "senso della giustizia". I concetti che nelle varie epoche e nelle varie società hanno costituito l’idea della giustizia dipendono dai rapporti sociali esistenti nei diversi stadi dell’evoluzione storica ed economica umana.

GIUSTO E INGIUSTO

 Scrive P.Lafargue, in Il Determinismo Economico di Marx: «Le passioni e le nozioni esistenti nell’uomo prima della costituzione della proprietà, e gli interessi, le passioni, le idee che la proprietà genera, agendo e reagendo gli uni sugli altri, hanno finito per partorire, sviluppare e cristallizzare nel cervello dei civilizzati l’idea del giusto e dell’ingiusto. Le origini umane dell’idea di giustizia sono le passioni della vendetta e il sentimento dell’uguaglianza».

 La vendetta è uno dei sentimenti più antichi dell’animo umano. I selvaggi trasmettono di padre in figlio il ricordo di una offesa patita e l’impegno a vendicarla. La Bibbia ci insegna che Dio vendica «le iniquità dai padri nei figli e nei nipoti fino alla terza e quarta generazione» (Esodo, 34/7).

 Il Dio ebraico non differiva per niente dagli Dei babilonesi, egiziani e di qualsiasi altro popolo. Il primitivo, in continua lotta con l’ambiente ostile, gli animali e le altre genti, non concepiva il senso dell’individualità. Non potendo vivere isolato si radunava in tribù; i membri della tribù agivano e pensavano in sintonia: andavano a caccia, combattevano e coltivavano in comune. L’uomo selvaggio non riusciva a concepire la vita individuale al di fuori dall’ordine sociale comunitario. La punizione più grave che veniva inflitta a coloro che venivano meno alle regole del contratto sociale era l’espulsione dalla tribù, cosa che equivaleva ad una condanna a morte. Caino, scacciato dopo l’assassinio del fratello Abele, innalza il suo lamento: «Ecco, tu mi scacci oggi sulla Terra; fuggirò la tua faccia, e sarò fuggiasco e ramingo nel mondo. Perciò chiunque mi trovi mi ucciderà» (Genesi - 4-14).

 La tribù riteneva di avere lo stesso antenato, lo stesso sangue era il sangue che scorreva nelle vene di tutti; versare il sangue di un membro della tribù equivaleva a versare il sangue della comunità. Tutti i membri avevano il dovere/diritto alla vendetta. È presumibile che questo sentimento comunitario, garanzia alla protezione che ne derivava nei confronti dell’offesa subita per opera di un estraneo alla tribù, comprendesse perfino il membro allontanato per indegnità. A Caino che teme per la sua sorte, Dio assicura: «No, non sarà così. Anzi chiunque ucciderà Caino sarà punito sette volte di più. E pose il Signore su Caino un segno acciocché nessuno che lo incontrasse lo uccidesse» (Genesi, 4-15).

 (Segue al numero 275)

 
 
 
 
 

LA LOTTA DEI PORTUALI DI LIVERPOOL
ovvero, COME NON SI CONDUCE UNO SCIOPERO

«Those who work hard and do their best / go down the road like all the rest» (quelli che lavorano duro e fanno del loro meglio vengono cacciati come tutti gli altri - Vecchio proverbio operaio).

 La lotta dei portuali di Liverpool è durata per più di due anni. Ha richiesto dosi enormi di determinazione e sacrifici, non solo da parte dei lavoratori ma anche per le loro famiglie e per i loro sostenitori. Sono stati maltrattati dalla stampa, arrestati durante i picchetti, alcuni feriti perché investiti da veicoli nel forzare l’entrata nel porto. Nel fare un riassunto ed un bilancio della lotta, e criticando la tattica seguita, compresa l’incapacità di svincolarsi dalla presa soffocante del sindacato, non intendiamo attribuire colpe individuali (come alcuni hanno fatto) né denigrare i portuali. D’altra parte, quelli che si sono messi semplicemente alla loro coda, senza proporre le alternative di lotta, hanno svolto un ruolo tanto distruttivo quanto quello dei denigratori, perché a ciò si riduce limitarsi a plaudire e a giustificare la credenza falsa e senza speranza che si potesse convincere i padroni ed il loro Stato che fosse nel loro interesse far tornare al lavoro gli scioperanti.

 Da un pezzo si doveva operare una "selezione" fra i portuali in seguito alla meccanizzazione, osannata dai sostenitori della "deprecarizzazione" di Devlin. Ma l’introduzione dei container non ha mai avuto l’obbiettivo di dare un futuro sicuro ai portuali – la classe operaia non ha mai avuto né può avere un futuro sicuro sotto il capitalismo. La costante ricerca del profitto significa per l’operaio insicurezza, sudore, malattie, e talvolta morte. Questo è il destino del proletariato, perlomeno fino al momento in cui sarà lo stesso capitalismo ad esser trattato come "esuberante", quando la produzione sarà solo per i bisogni e non per i profitti, e i libri con i bilanci in partita doppia serviranno solo a riempire le sale più squallide dei musei.

I precedenti della agitazione.

 Lo sciopero dei quasi 500 lavoratori del porto di Liverpool (compresi gli operai del Torside), iniziato il 28 settembre 1995, ha avuto termine nel gennaio 1998. Le condizioni dell’accordo? Qualcuno ha avuto il posto di lavoro, la maggioranza solo l’indennità di licenziamento – non molto se si pensa che molti di loro non lavoreranno mai più. Un accordo che è del tutto simile a quello che un anno prima era stato respinto.

 I portuali erano dipendenti della Mersey Docks & Harbour Company (MDHC), di altre ditte di sua derivazione o di subappaltatori; Liverpool era considerato l’ultimo porto sindacalizzato dopo lo sciopero contro l’abolizione del National Dock Labour Scheme (NDLS) nel 1989. Tutti gli altri porti erano passati all’ingaggio di lavoro precario. La MDHC aveva promesso che il lavoro precario non sarebbe stato introdotto in quanto rimaneva dei docks di Liverpool, in particolare nel complesso intorno al terminal di container Seaforth. Con questa "garanzia", e grazie alla completa collaborazione della Transport & General Workers Union (TGWU), la forza lavoro venne ridotta di più della metà degli effettivi, da 1.100 a 500 tra il 1989 e il 1991. Parte del lavoro già veniva subappaltato ad altre compagnie. Fu durante un’agitazione sulla riduzione dell’occupazione sulla banchina dell’Irish Traffic Berth che gli Shop stewards (consiglio di fabbrica, composto da funzionari sindacali del rango più basso) vennero disconosciuti dall’azienda.

 La Compagnia e il Sindacato stabilirono un nuovo accordo che avrebbe cambiato radicalmente il modo di lavorare: erano introdotti incentivi annualizzati, turni di dodici ore che potevano aver inizio a qualsiasi ora (al posto dei soliti turni di otto ore) mentre il lavoro del fine settimana non veniva più pagato come straordinario e i lavoratori dovevano essere sempre reperibili e disponibili nell’eventualità che fosse richiesta la loro presenza con urgenza. Tutto questo si accompagnava a riduzioni salariali del 25%.

 La questione del riconoscimento degli Shop stewards divenne una componente essenziale del nuovo ordinamento del lavoro. L’MDHC accettò di mantenere il riconoscimento degli Shop stewards a condizione che gli eletti firmassero un modulo di accreditamento presso Sindacato e Direzione aziendale che limitava la loro libertà di azione; inoltre le elezioni si dovevano tenere per posta e non, come era l’uso, per alzata di mano sul posto di lavoro. Questo sistema di accreditamento degli Shop stewards andava più che bene al TGWU, che si diede da fare per farlo accettare, anche se un terzo dei lavoratori era contro la necessità di tenere un qualsiasi tipo di elezione. Ma gli attacchi veri dovevano ancora arrivare.

 La minaccia di licenziamenti di massa, mentre sui giornali locali si offrivano a crumiri quegli stessi posti, riuscì a costringere i lavoratori ad accettare l’accordo, anche se con una maggioranza di soli cinque voti. Il fatto che fece pendere la bilancia in favore dell’accettazione fu la possibilità di mantenere i rappresentanti sindacali; ma i portuali avrebbero pagato un alto prezzo per questa capitolazione. Non solo così si spianava la strada al definitivo licenziamento di tre anni più tardi, ma si sprecava anche un’ottima possibilità di unirsi ai lavoratori precari per condurre una lotta per la difesa degli interessi di tutti i lavoratori portuali del paese.

La vertenza iniziale

 L’agitazione del 1995 iniziò come uno sciopero nella forma di rifiuto di attraversare una linea di picchetti costituiti da 80 giovani portuali licenziati da una compagnia minore (Torside). Presto si trasformò in una serrata, quando la MDHC licenziò tutti i lavoratori che avevano partecipato.

La Torside Ltd aveva licenziato 20 lavoratori il mese prima (agosto 1995), con l’intenzione di rimpiazzarli con lavoro precario o part-time. Gli operai rifiutarono di accettare questo peggioramento ed iniziarono a picchettare i docks. Inizialmente i licenziamenti furono ritirati, ma poi, il 26 settembre, tutti gli operai furono licenziati. Di fronte a un simile attacco molti altri lavoratori, allora assunti in modo permanente dalla MDHC, si rifiutarono di attraversare le linee dei picchetti e furono quindi licenziati a loro volta. Il sindacato TGWU tentò di convincere gli operai a tornare al lavoro entro il 9 ottobre ma a questo si opposero i padroni, e quindi iniziò anche una serrata.

 Per gli operai era uno sciopero, per il sindacato una serrata. Per i primi tutti dovevano essere riassunti, il secondo invece si adoperò, attraverso una serie di assemblee e riunioni, per raggiungere un accordo per cui alcuni sarebbero stati ripresi, altri licenziati ma con una indennità. Date le cifre irrisorie offerte inizialmente le proposte furono respinte dagli scioperanti.

 Il 23 ottobre la MDHC annunciò la sua intenzione di rimpiazzare l’intera forza lavoro con manodopera assunta in altri porti e con crumiri locali. Lo scioperò si trasformò quindi in una scomoda combinazione di attività tese ad estendere la lotta e di una campagna per influenzare le ditte di spedizioni che utilizzavano le strutture portuali. Utilizzando come slogan le stesse frasi che i padroni usavano sugli opuscoli pubblicitari: "I dockers di Liverpool, i migliori in Europa", il comitato degli Shop stewards insisteva sul fatto che nei loro obbiettivi era il mantenimento di un porto redditizio sulla Mersey. E di fatto essi non facevano che continuare sulla linea condotta dal sindacato nel 1993, quando rinunciarono a opporsi in quanto pensarono che la loro esistenza come struttura fosse più importante della lotta contro l’accordo capestro.

 Il sindacato ha collaborato a dimezzare la forza lavoro. I posti scompaiono attraverso il "ricambio naturale", cosicché non c’è stato bisogno di renderli ufficialmente esuberanti (né di pagare compensi per il prepensionamento o altri incentivi), alcuni se ne vanno perché trovano altri posti, altri vanno in pensione o divengono in qualche modo inabili al lavoro. Si tratta di un modo di vedere le cose tipicamente da sindacalista. Quelli che abbandonano il lavoro prendendo incentivi in denaro sono marchiati per aver "venduto il posto", come se privassero le future generazioni dei loro "diritti". Ma il disprezzo e gli insulti per chi parte servono soprattutto a isolare e terrorizzare sempre di più quelli che restano.

 Molte migliaia di portuali nel passato, resi esuberanti, avendo capito che cosa stava succedendo avevano votato con i loro piedi lasciando il porto e accettando gli incentivi. Tra questi era la gran parte dei lavoratori più giovani e più combattivi, la spina dorsale degli scioperi selvaggi, non "ufficiali", cioè non dichiarati dal sindacato, di fatto la gran parte di quelli che si erano opposti alla "deprecarizzazione".

 Questa, la "deprecarizzazione" (decasualisation), che è stata realizzata a partire dagli anni ’60 secondo lo schema Devlin, non significa, come vorrebbero la TGWU e gli stalinisti intorno a Jack Dash, maggiore dignità e sicurezza. Lo stesso termine serve solo a creare confusione. Il vecchio sistema di assunzione dei portuali o a ore o a mezze giornate, era già finito nel corso della seconda guerra mondiale (i padroni non possono condurre una guerra impegnativa con certi sistemi di gestione della manodopera) ed era stato rimpiazzato dal "sistema consorziale" gestito dall’NDLS, che forniva manodopera alle aziende di spedizioni. Fu questo "sistema consorziale" che consentì ai dockers di organizzarsi e, attraverso lotte economiche di lunga durata, di innalzare i loro salari e la loro dignità ad un livello tale da farli divenire una minaccia non solo nei confronti degli interessi delle imprese portuali, ma talvolta anche verso la stessa economia nazionale. Nei fatti, il "sistema consorziale" tendeva all’unificazione dei lavoratori, e questa è una delle ragioni per cui è stato abolito, mentre l’affidamento dei lavoratori a diversi imprenditori ha significato divisione in piccoli gruppi e frammentazione delle eventuali azioni di lotta.

 Ma la ricerca dell’impiego permanente significò il passaggio dei lavoratori alle dirette dipendenze di aziende ben decise a sfruttare fino in fondo sia il porto sia i portuali per raggiungere i loro scopi, cioè il massimo profitto possibile a tutti i costi. Ne conseguì l’introduzione della meccanizzazione, con massiccia riduzione della manodopera e dei salari, e la preparazione per la "selezione" finale dei dockers.

Gli inizi della campagna di solidarietà

 Il primo volantino che indiceva un corteo popolare e un comizio portava come slogan, tra l’altro, "Liverpool è il nostro porto e deve essere mantenuto nell’interesse della nostra comunità". Il volantino invitava i "contribuenti" a meditare su come era stato speso il denaro pubblico, e sottolineava come il governo mantenesse ancora una partecipazione del 20% nella MDHC. All’epoca c’era un governo Tory a controllare questa quota azionaria. In seguito i laburisti di Blair hanno aspettato che finisse lo sciopero per vendere le azioni quando sono risalite con un considerevole profitto, come una qualsiasi banda di capitalisti quali essi sono.

 Il volantino continuava affermando che gli armatori "sono pubblicamente e giustamente critici" nei confronti della MDHC; il tono del testo mostra come si ricerchino alleanze nei ranghi degli armatori piuttosto che in altri settori della classe operaia. Non ci si rivolge principalmente ai lavoratori, né si affrontano questioni legate agli interessi di larghi strati proletari, ma ci si appella piuttosto all’orgoglio regionale e civico, con frasi come "Il nostro porto, linfa vitale della comunità, simboleggia la rigenerazione della nostra grande città". Si ripete il copione stalinista della preparazione della sconfitta come fu nel caso dei minatori nel 1984-85, quando si difese l’attività di estrazione mineraria come industria, invece di mettere avanti a tutto e in esclusiva il destino degli operai.

 Le prime piattaforme rivendicative scricchiolavano sotto il peso dei deputati e del resto della marmaglia borghese; d’altronde, via via che lo sciopero si allungava, e gli oratori "rispettabili" svanivano come neve al sole, la "svolta" fu di rivolgersi ai dirigenti di altri sindacati, soprattutto di altre fabbriche locali. Così, questi campioni degli accordi sulla produttività e di tutti i tipi di attacchi ai lavoratori delle fabbriche che "rappresentavano", hanno potuto rifulgere nel lucore della solidarietà, anche se sotto sotto, sui posti di lavoro, ringhiavano su "che diamine hanno mai fatto i portuali per noi?" In effetti da parte dei sindacati dei portuali in passato non era arrivato grande sostegno alle lotte operaie non "ufficiali"; qualche soldo venne raccolto, ma mai che si tentasse di organizzare scioperi di solidarietà. Questo non vuol dire che solidarietà non ci fosse con i compagni in lotta di altre categorie: atteggiamento che si traduceva di solito nel boicottaggio di merci in transito verso o da particolari fabbriche. Inoltre la categoria era attiva negli scioperi di tono più politico, come nel caso della guerra del Vietnam. Ma tutto questo era frutto dell’attività degli aderenti ai vecchi movimenti non "ufficiali", al di fuori del controllo della TGWU, e più tardi dei loro delegati.

 I capi di questo sciopero non avevano alcuna relazione con i vecchi movimenti e con le loro espressioni organizzate; al contrario, ne erano stati fieri oppositori. Parleremo con più ampiezza di questa storia in altra sede, ma in breve possiamo ricordare che il movimento "non ufficiale", i comitati indipendenti dei lavoratori del porto, costituiva un ostacolo all’ammodernamento dei docks. Ammodernamento che poteva essere realizzato solo alla condizione di distruggere i comitati di base, e di ristabilire l’autorità della TGWU. L’obbiettivo fu raggiunto con l’applicazione del Piano Devlin, e quindi con la "deprecarizzazione". Gli Shop stewards, i delegati dei consigli di fabbrica, che come sindacalisti sostenevano il Piano Devlin, e i funzionari di vario rango del sindacato diedero una mano a modernizzare il porto, anche se questo non impedì ai padroni di cacciare anche gran numero di essi nell’esercito dei disoccupati. Una triste glossa a questa storia è che costoro non ne hanno tratto insegnamento alcuno.

Una svolta "internazionale"

 Siccome i primi contatti con l’azionariato della MDHC non erano riusciti a far riassumere i lavoratori, e poiché le dimostrazioni davanti alla Borsa Valori e ad altre importanti istituzioni della borghesia non avevano raccolto alcuna solidarietà da parte del mondo degli affari, si verificò una evoluzione tattica. Non volendosi scontrare con le burocrazie sindacali, né impegnarsi in azioni che avrebbero rappresentato un pericolo per le casse del sindacato, si decise di operare una svolta "internazionale". La scelta servì soprattutto per evitare di fare appello al resto della classe operaia del paese. Non ci sogniamo certo di criticare qualsiasi scelta tendente ad internazionalizzare le lotte essendo qualsiasi azione che tenda ad allargare l’ambito delle lotte è per noi sempre positiva; ma come la stesso Marx ebbe a sottolineare parlando della questione polacca, l’internazionalismo comincia in casa propria.

 Questa "internazionalizzazione" della vertenza consisteva in parte nel tentativo di convincere uno dei più importanti clienti statunitensi della MDHC, la American Containers Ltd, a rescindere il contratto se la forza lavoro licenziata non fosse stata riassunta. Tre portuali di Liverpool fu spediti a New York dove tanto si diedero da fare che ottennero qualche ritardo nella partenza di navi dirette a Liverpool, ma ciò fu frutto solo del sostegno dei portuali americani. Altri porti furono contattati e un pò da tutto il mondo arrivarono promesse di solidarietà, compresi scioperi, e soldi, dei quali c’era disperato bisogno. Scioperi e boicottaggi si verificarono quindi sporadicamente in numerosi porti, in paesi anche lontani come l’Australia.

 Il 17-23 febbraio 1996 si tenne a Liverpool una Conferenza Internazionale dei Lavoratori Portuali, con la partecipazione di delegati e simpatizzanti da un gran numero di porti di tutto il mondo. In quell’occasione furono stretti legami tra lavoratori di diversi mestieri e

località; anche associazioni di lavoratori donne, il cui sostegno allo sciopero era stato determinante sin dall’inizio, sotto la sigla WOW (Women of the Waterfront, Donne del Fronte del Porto). Una delle principali posizioni prese allora fu la rinuncia ad allargare la lotta a altri porti della Gran Bretagna, questo fu ammesso nella dichiarazione di prima pagina del "Dockers Charter" (La Carta, lo Statuto del Portuale) n.5, del marzo 1996: «Il comitato dei delegati (Shop Stewards) del Porto del Mersey, conscio del fatto che la sua azione è stata non ufficiale e illegale, e che non è possibile ricevere sostegno fisico da parte dei portuali degli altri porti britannici, si rivolge ai fratelli nei paesi di tutto il mondo».

 È proprio questa reverenza, questo rispetto per le leggi anti-sindacali (che poi in realtà sono leggi anti-sciopero), l’atteggiamento che impedisce il collegamento dei vari settori operai. L’MDHC possedeva e possiede anche il porto di Medway, vicino a Londra, ma questo sembra sia stato dimenticato, e nessun tentativo fu fatto per estendere lo sciopero almeno là. Se lo si fosse fatto, questo è certo, ci si sarebbe trovati immediatamente in conflitto con la TGWU.

 Neppure ci si rivolse ad altre categorie di lavoratori sottoposte a simili attacchi della borghesia, sia in patria sia all’estero. E di fatto era assai improbabile che ciò avvenisse. Il Liverpool City Council (il Comune) permise ai portuali di utilizzare i locali del Consiglio Comunale, in Municipio, per la Conferenza. Tale aiuto e i suoi promotori furono nell’occasione lodati in modo sperticato; ma conseguentemente ci si guardò bene da offrire un collegamento tra l’agitazione dei portuali e la situazione drammatica dei dipendenti comunali che l’amministrazione stava attaccando a tappeto (contro i lavoratori destinati all’assistenza a domicilio dei bambini bisognosi, contro i lavoratori precari che venivano licenziati, contro tutti i dipendenti perché sempre più si faceva ricorso a contratti stagionali piuttosto che a regolari assunzioni a tempo indeterminato, insomma la copia carbone della strategia praticata dalla Dock Company).

 Un’altra Conferenza del National Labour Movement si tenne il 27 aprile 1996 alla Transport House di Liverpool, la sede regionale della TGWU. Erano presenti 195 delegati in rappresentanza sia di gruppi di lavoratori sia di sezioni sindacali, di gruppi politici o semplicemente di se stessi. Era uno spaccato che ben rappresentava la confusione politica che ancora domina nella classe operaia inglese.

 Uno degli scopi della conferenza era di discutere sulle azioni di solidarietà da adottare per il 1° Maggio. Nel corso delle discussioni furono sollevate critiche nei confronti del comportamento della dirigenza della TGWU; era anche nell’aria che sarebbero state presentate mozioni per criticare ed emendare le dichiarazioni conclusive che già si conoscevano. Il presidente della riunione, un delegato dei portuali, mise bene in chiaro che, per quanto riguardava gli Shop stewards come lui, «la TGWU dietro le quinte aiuta i portuali e li rappresenta nella loro azione "non ufficiale"». Doveva quindi essere chiaro a tutti che loro non si sarebbero associati ad alcuna critica della TGWU che sostenevano al 100%.

 Con la garanzia di questa "posizione", non sorprende che gli scioperanti potessero utilizzare i locali della TGWU con libero accesso a telefoni, fax, ecc. e mentre il sindacato si accollava i costi del fondo di sostegno per il comitato di sciopero. Provatevi ad uscire allo scoperto e non vedrete più un penny!

 I principali gruppi trotskisti, in particolare il Socialist Workers Party, il Workers Revolutionary Party (Workers Press) e Militant Labour, non esitarono a mettersi in riga. Certo, si fece un gran parlare di temi molto "sinistri", su come influenzare i sindacati, sulla "ricostruzione" della dirigenza, ecc., ma ci si guardò bene dal criticare in modo serio le direttive dello sciopero. Ci fu solo una voce a sostegno di un emendamento che criticava la TGWU, emendamento cassato d’autorità dal presidente della seduta...

 La solidarietà con i portuali, da esprimere in una dimostrazione in occasione del 1° Maggio, fu sostenuta da tutti, ma anche in questo caso il tipo di sostegno che intendevano i sindacati apparve chiaro. Un sindacato in particolare, quello dei lavoratori dei servizi sociali, o per meglio dire i rappresentanti della sezione di Liverpool, fecero una bella dichiarazione annunciando che i lavoratori della sezione si sarebbero messi in agitazione e che sarebbero stati tutti fuori per il 1° Maggio (che in Gran Bretagna non è, vivaddio, festa nazionale). Ma ciò non avvenne, per un fatto che è indicativo del clima che vige da quelle parti (e non solo). Poco prima della data fatidica tutti i lavoratori dei servizi sociali di Liverpool ricevettero due lettere, diverse nella forma ma identiche nella sostanza, una del Comune di Liverpool, l’altra del loro sindacato; vi si diceva che lo sciopero proposto non era ufficiale, quindi illegale, e che quindi i lavoratori in esso coinvolti si sarebbero posti in una posizione di infrazione del contratto di lavoro. Poche ma chiare parole, che indicavano come sia il padrone sia il sindacato minacciavano gli eventuali scioperanti di licenziamento! Salvo rare assenze individuali non vi furono né azione di solidarietà né astensione dal lavoro.

 Non sorprende che le sezioni sindacali siano sempre più svuotate di lavoratori e frequentate solo da burocrati occupati in un lavoro fine a sé stesso, per produrre documenti, passare risoluzioni, organizzare conferenze che non interessano a nessuno; è solo l’apparenza di una attività sindacale che la storia in questo momento affida ai sindacati ufficiali.

 Una imponente dimostrazione ebbe comunque luogo il 1° Maggio 1996, ma non vi si accennò mai ai veri problemi dei portuali (né, a dire il vero, a quelli di tutta la classe operaia nel suo insieme). Gli oratori parlarono dal terrazzo del municipio di Liverpool, quello stesso, che aveva minacciato i suoi dipendenti di licenziamento se avessero osato scioperare. Si proclamò solidarietà, ma ci si dimenticò di dire in vista di quale obbiettivo. Venne anche una artista della TV, a dichiarare che i portuali sono sexy! Un’altra macchietta fra il tragico e il comico fu quella di un delegato sindacale dei minatori bosniaci che, dopo aver espresso il suo sostegno ai portuali, fece un appello perché "la nostra società mineraria ha bisogno di denaro per funzionare come si deve". Nessuno gli spiegò che una volta provvista di risorse la compagnia avrebbe fatto a loro quello che la MDHC stava facendo ai dockers!

Il silenzioso disfacimento della vertenza

 Subito dopo la marcia di solidarietà del 1° Maggio gli Shop stewards annunciarono che la vertenza sarebbe stata sottoposta ad arbitrato, e quindi messa nelle mani dell’ACAS; in poche parole, si tratta di una conciliazione fra le parti e del raggiungimento di un accordo grazie al quale gli interessi dei padroni sono salvaguardati, a parte qualche briciola gettata ai lavoratori. Di fatto le discussioni più importanti si tennero tra MDHC e TGWU, mentre gli Shop stewards aspettavano nella stanza accanto. Dovrebbe essere questo quello che i capi degli scioperanti intendevano quando parlavano di "far passare la loro rappresentanza attraverso la TGWU e giungere a vere trattative con i padroni del porto"!

 Il gran manovrare attraverso la TGWU per convincere i padroni a restituire i posti perduti non ebbe esito alcuno. Vi fu una serie interminabile di iniziative atte a convincere particolari compagnie di spedizioni, come l’ACL, a andarsene da Liverpool, ma anche qui non si ebbe alcun risultato. Si riteneva che questo tipo di pressioni avrebbe convinto gli azionisti a intimare ai dirigenti di restituire agli operai i loro posti! Come se gli azionisti, in genere grosse istituzioni finanziarie, non fossero interessati in altro che alla capacità dell’azienda nel produrre profitti; e i profitti si possono far crescere solo colpendo gli operai. Subito prima del fallimento finale dello sciopero vi fu anche un’iniziativa per "destock the Dock": tutti i fondi, compresi quelli pensionistici e altri, che i sindacati avessero investito in azioni MDHC avrebbero dovuto esser venduti per protestare conto il modo in cui i portuali erano stati trattati.

 Altre bozze di accordo per "farla finita con lo sciopero" furono rigettate dagli scioperanti. Vi fu un graduale calo nella mobilitazione, che alla fine si riduceva a qualche contatto internazionale e alla gestione di un sito web, oltre a dimostrazioni di sostegno e alla pubblicazione del "Dockers Charter", che ripeteva le seguenti richieste: «1. Non si torna al lavoro precario; 2. Posti veri in un porto redditizio ed in espansione per i disoccupati del Merseyside; 3. Niente vendette: tutti i lavoratori licenziati devono essere riassunti; 4. Ristabilimento del riconoscimento dei sindacati e riconoscimento dei rappresentanti (Shop stewards) eletti».

 Le richieste erano molto "ragionevoli" non solo perché si volevano rivolgere a tutto le "persone ragionevoli" quanto alla dirigenza del TGWU, visto che gli scioperanti continuavano ad utilizzare gli uffici di Liverpool del sindacato per le riunioni e come centro organizzativo. Tutte le volte che si creava qualche problema il centro nazionale del sindacato alludeva, nemmeno tanto oscuramente, alla possibilità di cacciarli fuori; a quel punto il comitato di sciopero sdegnato faceva i suoi progetti per spostarsi in altra sede, ma poi tornava infallibilmente in riga. Il fatto che uno dei dirigenti del comitato fosse anche nel comitato esecutivo del TGWU non ebbe, in fine, alcun peso. Il TGWU perseguiva i suoi scopi, che si identificano, in questo caso, negli interessi delle aziende portuali, ovviamente contro quelli degli scioperanti. D’altronde i dirigenti dello sciopero non criticarono mai la politica del TGWU, nemmeno i più "sinistri".

 Mentre i negoziatori ufficiali del TGWU continuavano a lavorare per "sistemare la vertenza", il picchettaggio ai cancelli dei docks stava costando caro agli scioperanti. Ogni giorno essi dovevano affrontare violenza e intimidazioni e arresti sempre più frequenti. Nel frattempo le azioni di sostegno internazionale, come quella dei portuali della East Coast U.S.A. che avrebbero dovuto boicottare carico e scarico di merci dalle navi che andavano o tornavano da Liverpool, si risolsero in niente.

La situazione richiedeva con urgenza un cambiamento di strategia, perché quella della "via internazionale", de "il mondo è la nostra linea di picchetto" evidentemente non funzionava. La situazione finanziaria delle famiglie degli scioperanti cominciava a farsi drammatica all’avvicinarsi della fine del primo anno di lotta. Un cambiamento vi fu, ma in peggio. Ci si spostò verso il populismo del tipo più triviale e bancarottiero, per estirpare dallo sciopero quanto ancora vi rimaneva di proletario, e affogarlo nella melassa di questioncelle politiche da parolai, come l’ambientalismo e affini. La copertura politica per questo trapasso venne dai trotskisti di Workers Press e di Militant Labour.

Gli "Eco-guerrieri": una meteora

 Forze fresche da portare sul campo di battaglia, così fu detto, sotto lo slogan "vogliamo il futuro". Questo chiedeva il "Dockers Charter" sul numero dell’anniversario. Il "Workers Press" del 24 agosto aveva preparato la svolta trasformando la dimostrazione di solidarietà in un raduno anti-inquinamento: "gli inquinatori minacciano il Merseyside". Così gli operai del porto erano stati trasformati da lottatori in difesa del posto a amici dell’ambiente! La dimostrazione dell’anniversario ebbe regolarmente luogo, con qualche ambientalista che passeggiava nel porto per protestare sulle importazioni di rifiuti tossici. Ci fu una festa, e poi tutti a casa. E per i portuali niente.

 Esistevano oggettivamente alternative davanti ai dockers in quel momento? Esistevano altre forze con le quali stabilire legami e mobilitarsi? A quel tempo era in corso una campagna sul meccanismo di sostegno ai disoccupati. Il vecchio sistema veniva sostituito dalla Job Seekers Allowance e per il nuovo sistema chi chiedeva di percepire i benefici di sussidio doveva dimostrare di stare attivamente cercando lavoro e di essere pronto ad accettare qualsiasi condizione fosse offerta, compresi lavori pagati appena al di sopra della indennità di disoccupazione. Il bello è che ai padroni che utilizzavano questo lavoro sotto-pagato oltre tutto ricevono altri soldi dallo Stato come "indennità di addestramento". La prospettiva di una condizione analoga a quella americana – o fai qualcosa, o non prendi niente – era, ed è ancora, reale. Ma un collegamento di questo tipo tra portuali e disoccupati non fu stabilito. La prospettiva di organizzare i disoccupati era sicuramente "fuori linea" e li avrebbe posti in rotta con il resto del mondo sindacale, in particolare con i burocrati dei sindacati e delle loro organizzazioni dei disoccupati. Sarebbe stato certo duro, ma avrebbe dato qualche possibilità in più di vincere la lotta piuttosto che l’alleanza con i "Verdi"!

Un accordo ispirato dal TGWU

 A dicembre 1996 i capi del TGWU erano di nuovo a negoziare con la MDHC per raggiungere una "sistemazione". Per chiudere la vertenza, con la rinuncia ai vecchi posti e a qualsiasi altro impiego nei docks, si offriva un’indennità di licenziamento fino a 25.000 sterline (sui 75 milioni di lire), più altre 3.000 sterline (9 milioni) per un contratto a termine di 12 settimane. Avrebbero anche potuto fare domanda per quaranta posti che erano disponibili, ammesso naturalmente che la MDHC avesse ritenuto opportuno riassumerli, ma la possibilità di riavere i posti sui docks era divenuta estremamente remota, se non per attività ausiliarie, come pulizie, ecc.

 L’offerta fu fatta una settimana prima di Natale, e sarebbe stata valida solo fino al 31 dicembre. Si trattava della famosa tattica di presentare le scelte da farsi in momenti particolari nella speranza che la disperazione degli operai li avrebbe spinti ad accettare; ma a volte l’effetto è il contrario di quanto atteso, poiché è proprio in quei momenti che sentono di aver ormai speso tanto nella lotta che non ha più senso accettare condizioni capestro. L’offerta fu respinta.

 Il gennaio successivo gli Shop stewards dei portuali resero note proposte tese a "sbloccare l’ingorgo" e a produrre un accordo di compromesso. L’accordo era stato preparato dal TGWU ed era un bell’esempio di come essi intendessero mantenere buoni rapporti con i padroni. I dockers avrebbero ricevuto un’indennità di licenziamento, poi avrebbero costituito una cooperativa e fornito alla MDHC il lavoro che questa necessitava, quando serviva. La MDHC sarebbe stata l’azionista di maggioranza, e altri azionisti sarebbero stati trovati per avere i necessari fondi per l’investimento. Questa proposta, dicevano gli Shop stewards, era una soluzione improntata al buon senso, e avrebbe dovuto funzionare seguendo le regole della buona gestione commerciale. Il fatto che questo significava vendere lavoro a salari ancora più bassi di quelli miserabili pagati ai crumiri in quel momento non fu detto. Né vi fu nessuno che ricordasse come tutto ciò avrebbe esaltato proprio quanto lo sciopero voleva scongiurare, il precariato.

 Ma in realtà la MDHC non vedeva alcun interesse in questa particolare proposta e lo scopo vero dell’"accordo" era di distrarre gli scioperanti da altre eventuali soluzioni da perseguire e di tenere tutta l’attenzione concentrata sulla questione della redditività economica del porto. Esso svelava anche i veri interessi del TGWU, cioè garantire gli interessi economici dei padroni del porto a scapito dei suoi iscritti. In questa vicenda in realtà è impossibile individuare la minima discrepanza di interessi tra padronato e TGWU.

 La proposta non arrivò ad alcun esito e un altro anno passò con qualche dimostrazione di sostegno ogni tanto, ogni volta più disperata e con meno partecipanti. Infine, nel gennaio 1998, ad una votazione passò con una maggioranza di 4 a 1 una proposta di porre fine allo sciopero. All’epoca gli Shop stewards non dissero perché avevano raccomandato di accettare il piano liquidatore della MDHC; la spiegazione venne qualche giorno più tardi: la TGWU aveva annunciato che non avrebbe più erogato i fondi di sostegno agli scioperanti.

 In conclusione, l’idea che gli attuali sindacati siano aperti ad una possibile influenza degli operai, senza che questi siano organizzati come classe, ha portato al disastro. Il desiderio di trovare punti di forza della lotta di classe all’interno dei sindacati – che hanno dimostrato ripetutamente e in ogni occasione di essere dalla parte dei padroni – serve solo a guidare gli operai alla sconfitta ed è solo una copertura per il tradimento ed il disfattismo. Anche accodarsi a queste manovre significa collaborare allo schiacciamento e alla sconfitta dei lavoratori in lotta.

 Le lezioni negative a volte sono le più utili: in questo caso, è facile vedere come non si deve condurre uno sciopero. Come già ha cominciato ad avvenire in altri paesi, le lotte economiche degli operai saranno costrette a spostare i loro centri organizzativi al di fuori dei sindacati ufficiali, che ormai sono legati allo Stato e ai padroni da mille legami inscindibili, e a strappare il potere di direzione delle lotte dalle mani dei cosiddetti "dirigenti operai", il cui scopo primo è da decenni quello di parcheggiare i loro eminenti deretani sulle panche della Camera dei Lords, e accontentandosi i più delle sinecure locali.
 
 
 
 
 
 
 

PANORAMA INTERNAZIONALE

Proteste in Brasile
 I risultati miracolosi del ricettario economico propugnato dal FMI e messo in pratica in Brasile dal borghese governo di Cardoso sono davanti a tutti. Il saggio di disoccupazione è balzato alle stelle, in un paese dove di fatto non esistono sussidi economici per i disoccupati, aumentando ancora la già enorme cifra dei proletari totalmente diseredati. Le proteste popolari, organizzate sotto la copertura dell’apparato parlamentare di opposizione al governo di turno, dovranno prima o poi sfuggire al suo controllo, nella lotta per rivendicazioni genuinamente operaie e classiste.

La dimenticata guerra del Golfo
 Per mantenere alto il prezzo del petrolio un buon metodo sembra essere inviare di quando in quando un’incursione aerea sul territorio irakeno. Questa risulta l’opinione dei governi di Usa e Gran Bretagna, visto che dal dicembre 1998 fino all’agosto di quest’anno gli aerei dei due paesi hanno – democraticamente – sganciato 1.100 missili contro 359 obbiettivi, cioè il doppio dei bersagli attaccati durante l’operazione Volpe del deserto.

Crumiri di mestiere all’Iberia
 Non contenti di aver perorato e accettato un piano draconiano di ristrutturazione della compagnia aerea spagnola Iberia, a base di licenziamenti, contratti al ribasso, privatizzazione, riduzioni salariali e altre piacevolezze, il sindacato filo-statale e filo-padronale UGT ha dichiarato guerra al "corporativo" sindacato dei piloti SEPLA per i suoi «misfatti, spropositi e provocazioni» in occasione dello sciopero dello scorso maggio-giugno. Stavolta, oltre alla solita denuncia dei piloti in sciopero, questi crumiri di professione, queste vere sanguisughe attaccate al corpo della classe operaia sono andati oltre chiedendo senz’altro alla direzione dell’impresa la punizione esemplare con il licenziamento degli scioperanti. Fedeli alla loro ripugnante, ma necessaria, missione per il capitale, questi organismi statali lotteranno sempre contro i lavoratori per difendere l’economia nazionale e gli interessi dell’impresa.

Super approvvigionamento alimentare
 Il capitalismo non conosce barriere nella sua marcia per diminuire i costi di produzione delle merci. Gli alimenti, in quanto merce, non sfuggono a questa legge determinista, minacciando l’integrità fisica di quanti si trovano costretti a cibarsene. L’ultima novità "tecnica", come ha rivelato una serie di denunce, è il mescolare al foraggio resti fecali, materia prima con la quale, detto di passata, è giustamente modellata la sacra morale della società capitalista.

Intervento russo nel Caucaso
 Approfittando delle mortifere conseguenze dell’ondata di attentati spacciati per "islamici", il governo imperialista russo ha dato il via ad un’operazione militare in grande stile contro la Cecenia. L’opportunità di quegli attentati e delle rappresaglie conseguenti è evidente a tutti: il capitalismo russo si trova a dover controllare il mercato petrolifero del Caucaso e la rete di oleodotti che attraversa la regione. Il contrario significherebbe un duro colpo per la sua disastrata economia ed è in ballo, inoltre, la difesa della sua stazza fra i briganti dell’imperialismo mondiale.

Pensioni in Spagna: demagogia e menzogne
 La prossimità del periodo elettorale apre la stagione delle promesse sui miglioramenti assistenziali, ben propagandati dai mezzi di comunicazione del regime capitalista. È successo recentemente con la firma di un accordo sulle pensioni fra il governo e i sindacati UGT-CCOO, mettendo in chiaro quale sarà l’andazzo dei prossimi anni. Tanto i pensionati, molti dei quali con pensioni da fame vera e propria, quanto gli impiegati pubblici vedranno le loro entrate progressivamente ridursi. Nel frattempo le imprese avranno diminuite le loro quote per la sicurezza sociale. Anche in Spagna la politica della concertazione sociale dei sindacati di regime fa sì che non aumentano i salari mentre i prezzi si europeizzano sempre di più.

La terra trema, il Capitale si rigenera
 La condizione indifesa alla quale il capitale costringe gli strati più poveri della popolazione si rende evidente quando capitano disastri "naturali". I recenti terremoti in Turchia, Taiwan, Grecia... dimostrano la totale connivenza dei cosiddetti "poteri pubblici" con gli interessi dell’industria delle costruzioni. Un’industria e una classe che aspettano e si augurano la favorevole occasione di grossi affari offerta dalla disgrazia di centinaia di migliaia di esseri umani.

Colombia: massacri permanenti
 Prendendo a pretesto le attività della guerriglia, bande di assassini al soldo dei latifondisti e dello Stato capitalista stanno seminando il panico in alcune zone del paese. Le vittime di queste bande bianche sono attentamente individuate fra i membri più in vista del combattivo proletariato agricolo colombiano. Unire le sue generose lotte a quelle dei compagni delle città, garantendo con essi un’adeguata risposta alle aggressioni capitaliste, con totale indipendenza politica ed organizzativa dalla guerriglia democratica e borghese, è una questione di sopravvivenza per la classe operaia colombiana.

Si vis pacem para bellum
 Questa parrebbe essere la massima delle ennesime conversazioni di pace in Medio Oriente. La visita negli Stati Uniti lo scorso luglio del primo ministro israeliano Barak pare confermarlo. Con gran pompa ha dichiarato davanti all’amico padrone americano la convenienza della pace nella regione: infatti gli costerà un oneroso contratto per 50 caccia bombardieri americani F-16, valutati un 2.500 milioni di dollari. Come si vede, un vero accordo di pace.

Protezioni insperate
 La classe operaia e i diseredati non possono sperare niente dalla giustizia capitalista, come si dimostrerà ancora una volta con il processo al macellaio Pinochet. La borghesia cilena, infastidita da questa bega passeggera, fa però pressioni perché, giustamente, difende un suo uomo fedele. Ed è noto che la Spagna mantiene in Cile notevoli investimenti su cui si fa leva, più per finta che per davvero, per far pressione in favore della totale libertà per l’adorabile vecchietto. Alcuni di questi argomenti, con profonde radici nei portafogli, devono esser state avanzati poiché anche Felipe Gonzales ha spezzato una lancia in favore di Pinochet. Il maramaldo ha dissimulato il motivo reale della sua indulgenza con un ragionamento di sapore anticoloniale, il fatto che da 180 anni il Cile è indipendente dalla Spagna. Il Gonzales, anticolonialista di convenienza, mira a far dimenticare il post-coloniale imperialismo economico e le truffe che le imprese spagnole continuano ad ordire contro l’America Latina.

Argilla e costola primigenia
 Questo sembra che sarà il contenuto didattico-scientifico sull’origine dell’uomo e delle specie nelle scuole di alcuni Stati dell’onnipotente Unione. Tutta la campagna che si svolge in Usa contro l’evoluzionismo e in favore della validità scientifica di quanto si narra nella Bibbia, evidentemente è orientata al consumo delle grandi masse, ottenebrate da abili telepredicatori in un paese nel quale, pare, un 47% dei suoi abitanti è candidamente convinto che Dio "creò" l’uomo, a sua immagine e somiglianza si dice, un 10.000 anni fa. Con questo potenziale mercato di spettatori quanto tarderanno i marpioni di Hollywood a mandare Indiana Jones a cercare l’Argilla e la Costola primigenia?

Terrorismo bianco in Svezia
 Come anticipazione sui tempi che si preparano per i proletari socialmente molesti per la borghesia, ci arriva dalla molto democratica Svezia la notizia dell’ultimo lavoro sporco delle bande di picchiatori al servizio del capitalismo. In questa occasione è stato assassinato uno dei militanti della SAC, Sveringes Arbetares Centralorganisation, una organizzazione anarcosindacalista svedese.

Lotta di classe in Kuwait!
 All’inizio di ottobre in Kuwait, (quello "liberato" dagli invasori iracheni qualche anno fa e restituito ai dollari degli sceicchi), migliaia di lavoratori, per la maggior parte emigrati dall’Egitto, sono scesi in piazza per rivendicare salari più alti e migliori condizioni di lavoro. Nonostante la facilità con cui intasca le sue rendite pare che la florida classe dominante del Kuwait non sia particolarmente generosa con i lavoratori. La polizia ha attaccato la manifestazione facendo ben duemila arresti tra i dimostranti. Era proprio necessaria una tale guerra sanguinosa per difendere i diritti inalienabili di simile genìa? Certamente sì, risponde la canaglia borghese.