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"Il Partito Comunista"   n° 317 - aprile-mag. 2006 - [.pdf]
PAGINA 1 Primo Maggio: Proletari di tutto il mondo unitevi!
A cosa serve il Parlamento
– La crisi iraniana e i veti incrociati imperiali sul petrolio e sull’uranio
Il Comunismo.
PAGINA 2 – Gennaio-marzo,  Le lotte in Francia contro la precarietà del lavoro
– La carriera di parlamentare
PAGINA 3 La storia italica nello specchio deformante della sua ideologia, (III - Indice dei capitoli), Il Secondo Risorgimento mancato.
La “Festa della Liberazione” e gli operai della Bosch
PAGINA 4 – Lotte operaie in Indonesia
– Licenziamenti antisindacali nelle Ferrovie
– Ancora incidenti mortali al siderurgico di Taranto

 
 
 
 
 
 

PAGINA 1


Primo Maggio
Proletari di tutto il mondo unitevi !
 

Le borghesie di tutto il mondo, in lotta per accaparrarsi risorse primarie, aree strategiche e mercati, hanno come nemico comune il proletariato.

Ma questo si presenta alle battaglie disarmato.

Le borghesie dei paesi a capitalismo avanzato stanno erodendo le condizioni di vita e di lavoro della classe operaia. A causa della natura propria del capitalismo il proletariato si ritrova sempre più ad avere salari ridotti e carichi di lavoro sempre più disumani.

In Italia, la "riforma del lavoro" ha consentito una miriade di contratti che rendono il lavoro completamente flessibile, cioè secondo le necessità del capitale.

I recenti scioperi in Francia sono riusciti a rimandare il contratto di primo impiego, ma certamente partirà un nuovo attacco, perché i capitalisti transalpini devono comprare forza lavoro a prezzi inferiori, pena la loro perdita di quote di mercato.

Il proletariato industriale in questi ultimi anni si è concentrato verso oriente, soprattutto in Cina e in India. Oggi è da quelle parti che si estorcono masse enormi di plusvalore. È grazie a queste aree di nuova industrializzazione che il cadavere del capitalismo riesce a fare gli ultimi suoi passi.

Ma con i velocissimi ritmi di crescita di questi paesi è facile prevedere una prossima crisi di sovraproduzione mondiale e catastrofica.

La crisi del Capitale può essere risolta solo con la guerra mondiale. Questo sistema di produzione non può non convergere nello scontro armato tra gli imperialismi. Le guerre in Kossovo, in Afghanistan e in Iraq, e le prossime preannunciate, sono di preparazione allo scontro tra tutte le potenze.

Solo la classe operaia ha la forza e l’energia storica di opporsi a tutto questo. Occorre che rinasca dai luoghi di lavoro la lotta per la difesa economica e per migliori condizioni lavorative, lotta inquadrata in una vera organizzazione sindacale di classe.

Ma questo da solo non basta: occorre che la classe ritrovi il suo partito comunista internazionale, indispensabile per la direzione dell’assalto rivoluzionario, per la presa del potere, per l’instaurazione della dittatura proletaria, necessaria per reprimere gli irriducibili borghesi.

Solo allora sarà possibile liberare un nuovo sistema di produzione, senza classi, per un armonico sviluppo della specie umana, quando a ognuno sarà dato secondo i suoi bisogni e si prenderà secondo le sue capacità.
 
 
 
 
 
 
 


A cosa serve il Parlamento
 

«Dal 1944 ad oggi, dietro questa lacrimevole scena, e meglio che mai, molto meglio che nel ventennio, il capitalismo e l’affarismo più spinto, che divengono ad arte sempre più anonimi, imperversano nella loro dittatura: l’Italia, che quei signori dicono importare loro più dei loro principii universali di partito, l’Italia è amministrata nel modo peggiore della sua storia, non solo recente; si fanno da burocrati amministratori e tecnici più fesserie che mai, si ruba più di quanto si sia mai rubato. E questo stato di cose va, dato il metodo premesso, imputato in egual misura a partiti al governo e partiti all’opposizione, dato che si tratta di opposizione costituzionale, collaborazionista e “nazionale”.

«Le inquadrature delle masse, affogate nel conformismo e nella corruzione riformista assistenziale e patronesca, che sviluppa la stessissima linea fascista, sono dunque svincolate dalla guida “di classe”, sono svincolate dalla guida “di partito” e sono costrette ad orientarsi solo sulla guida di Uomini, di Capi, di Nomi famosi.

«I partiti che pretendevano di continuare il filone di quelli proletari non fanno più mistero di avere adottata questa, e questa sola bussola: morti deificati da una parte, e levati su altari (meno pericolosi come persone fisiche ma sempre pericolosi per l’uso traditore della loro fama), viventi idolatrati come Padri, Migliori o Perfetti, alla cui opera direttiva si attribuisce ogni virtù di fare la storia. Allo sforzo gigantesco dell’originario marxismo che dimostrò che l’economia è politica, la lotta sociale è politica, la guerra civile è politica, si surroga oggi la ignobile ammissione che è politica non lo scontro a vasto sfondo degli interessi delle classi e dei partiti che si affrontano, per e contro le rivoluzioni, ma è politica il basso caudeggiare un tipo dal nome notissimo, l’ammirazione cretina, l’adulazione più vile, da parte non di un singolo fessoide, che importerebbe poco, ma delle collettività organizzate».

Questo scrivevamo nel 1952.

Oggi, quando di nuovo tutti gli ambiti borghesi vanno a rotoli, dalla fondamentale economia e le casse sono vuote, hanno messo un “ex comunista di destra” al Quirinale; alla presidenza della Camera, dopo il “laico” Pera, mettono l’”ex comunista di sinistra” ed ex sindacalista Bertinotti; alla presidenza del Senato, dopo il papalino Casini, l’ex sindacalista Marini. Un Tricorno rosso addobba la testa dello Stato borghese, che dovrebbe servire, ancora una volta, a riavvicinare, in un momento di profonda crisi economica, il proletariato alle Istituzioni.

Al di sotto delle dichiarazioni bellicose, si è trattato di una serie di mosse politiche concertate tra tutti i partiti dello schieramento parlamentare, dalla sinistra al centro alla destra, allo scopo di preparare la scena all’imposizione di nuovi sacrifici per i lavoratori. Vedete come le Istituzioni lavorano per voi, si dirà; voi lavorate dunque per la Patria e sopportate con pazienza quello che a cui è necessario costringervi!

L’unica funzione del Parlamento è quella di dare l’illusione che il Paese è governato nel nome del Popolo. Abbiamo più volte ricordato che il fascismo non ha mai avuto un vero programma politico, quello suo unico è stato difendere il regime borghese con ogni mezzo. Lo stesso accade oggi: le due coalizioni sono ambedue prive di un qualsiasi programma. Tanto è il volgarissimo e nauseante chiasso, quanto la assoluta inconsistenza dello “scontro” fra le bande di “destra” e di “sinistra”, i programmi delle quali coincidono in tutto, dalla politica estera di guerra all’interno, e in particolare i piani contro la classe operaia, che deve lavorare di più, più a lungo e per meno salario.

Evviva la Costituzione, fondata sul Lavoro (salariato)!
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 



La crisi iraniana e i veti incrociati imperiali sul petrolio e sull’uranio
 

Con la vittoria di Nejad alle elezioni presidenziali in Iran del giugno 2005 si vorrebbe dare alla crisi economica e sociale del gigante petrolifero iraniano una soluzione di tipo “peronista”.

Il cauto processo di apertura all’Occidente pilotato dall’alto pretume sciita, custode e gestore del commercio petrolifero e delle enormi risorse finanziarie che ne derivano, non ha avuto futuro. Se da un lato questo apre nuove prospettive per le strategie petrolifere di Cina ed India, dall’altro tutto il sistema di accordi faticosamente messi in piedi con l’Europa sono rimessi in discussione.

Le fazioni dei “conservatori moderati”, i “riformisti” alla Khatami, che puntava su riforme civili per sostenere e rafforzare la media borghesia, o i “conservatori” alla Rafsanjani, a capo della lobby petrolifera, esponente della corrente dei poteri finanziari e fondiari, danno la platea al “descamisado”, che meglio si addice a controllare gli strati più poveri e turbolenti della giovane società iraniana.

Per contenere un colosso di oltre 65 milioni di abitanti, con una bassissima età media, due terzi intorno ai trenta anni, serve il ritorno al “fondamentalismo religioso” dei “miserabili” per cercare di rivitalizzare l’ideologia della “rivoluzione komeinista”, della difesa patriottica, che riprende in mano la bandiera del nazionalismo rivestito della mistica religiosa. A difesa di quella ideologia populista e chiesastica sta anche, e piuttosto, una “milizia popolare”, formalmente indipendente dall’esercito regolare, vera e propria “falange”.

Nulla di nuovo: tutto nella migliore tradizione di molti Stati capitalistici che, nella morsa della crisi sociale, hanno sfoderato la stessa soluzione ed avviato il movimento popolare e sottoproletario in partiti politici che si son detti “nazional-rivoluzionari”, ad un tempo “antiborghesi” ed “anticomunisti”.

Depurato tutto il processo dai fumi dell’ideologia religiosa e dalla vista delle vesti sacerdotali dei governanti, che fanno sembrare quanto accade in Iran qualcosa di diverso da quanto nel fradicio Occidente “ateo”, considerato che l’Iran è ormai un paese a capitalismo maturo, un gigante moderno, e avanzato rispetto alle satrapie degli altri vicini mediorientali, si deve leggere questo percorso politico come il solito, ben conosciuto e smascherato da noi comunisti, alternarsi del personale politico in funzione dello sviluppo delle contraddizioni interne ed esterne.

Su questi cardini, tensioni sociali interne tese fino al punto di rottura e dinamica degli scontri imperialistici per il controllo e sfruttamento del petrolio, cose ben concrete e materiali, si articola il presente dell’Iran, e il futuro della drammatica situazione che scuote l’intera area del petrolio d’Arabia. Solo l’esteriorità si ammanta nell’intransigenza religiosa, nella minaccia del terrorismo, nelle invettive contro il cuneo israeliano, nella sfida allo strapotere americano nell’area. Ed infine nella decisione di riprendere la strada del nucleare, secondo il programma degli anni ‘70.

Ecco il fattore critico – questa volta reale, non come la baggianata delle “armi di distruzione di massa” di Saddam, con la quale si tentò di dare una giustificazione alla invasione militare dell’Iraq – che ora “spariglia” quei rapporti di forza che gli Usa cercavano di blindare a proprio vantaggio con l’infelice campagna militare di “pacificazione”.

L’Iran appare oggi accerchiato dal “nuovo Satana”, i cui eserciti stazionano alle frontiere di Iraq e Afghanistan, mentre l’alleato siriano appare sempre più in difficoltà sotto le pressioni occidentali. I rapporti con le altre potenze regionali, dall’Arabia Saudita al Pakistan, sono compromessi o resi difficili da una serie di contenziosi e intese in funzione anti iraniana.

All’Iran rimangono non trascurabili alleati nel campo energetico e nucleare, con la Russia che ha sostenuto il suo programma nucleare, con la Cina e l’India a caccia di gas e petrolio ovunque siano. La prima e la seconda lo proteggono al Consiglio di Sicurezza con il veto da eventuali sanzioni.

I governi che si sono succeduti in Iran hanno sempre fornito una giustificazione alla scelta del “nucleare civile”, negandone finalità militari; più difficile dar conto dell’arricchimento.

In via generale, l’affermazione che un paese ricco di idrocarburi e gas naturale non dovrebbe aver bisogno di energia prodotta per via nucleare può essere smentita alla luce di considerazioni macroeconomiche e di previsione. Per quel che riguarda l’Iran, infatti, dei 4 milioni di barili di greggio giornalmente estratti (inferiori all’estrazione precedente la “rivoluzione”, che assommava a 6 milioni), 1,5 milioni, circa il 40%, sono destinati al consumo nazionale. E questo per una popolazione di 65 milioni; ai tempi pre-rivoluzione, con 35 milioni di persone, il consumo nazionale quotava circa 600 mila barili. In percentuale grosso modo lo stesso, in volume più del doppio! Ma il tasso di aumento della popolazione è in crescita, e le previsioni del consumo interno indicano un 7% annuo nel decennio.

Per mantenere alto il volume dell’esportato, e continuare la coltivazione dei giacimenti esausti, una possibilità in Iran è di iniettare nei pozzi petroliferi l’eccedenza della produzione di gas sì da garantire una riserva per la produzione di energia elettrica per i prossimi venti anni. Fatti i debiti conti, ai prezzi odierni la produzione nel ventennio della medesima energia tramite il nucleare costituirebbe un risparmio rispetto alla produzione con il petrolio o il gas. Difficile contestare o accettare il conteggio. Alla luce delle tensioni in atto però, simile “giustificazione” della via nucleare per l’Iran è certo semplice propaganda.

La “scelta nucleare”, peraltro, già alla fine degli anni ‘60 era stata vigorosamente perseguita dal regime dello Scià, con la benedizione allora degli Stati Uniti d’America, mediante un programma che prevedeva addirittura una ventina di centrali nucleari, contratti e accordi con USA, Germania, Sud Africa e Francia, e, come è stato in seguito rivelato, anche accordi segreti con Israele per cessione di tecnologia missilistica. Ma erano i tempi del “Gendarme del Golfo” ed una potenza nucleare regionale poteva essere accettata, ed anche favorita dagli USA, come oggi gli USA aiutano il riarmo nucleare indiano e non contestano quello pachistano, in funzione anti-cinese. E poi c’era comunque l’affare, non indifferente, della vendita di centrali e apparati.

La rivoluzione del ‘79 e la guerra con l’Iraq segnò l’arresto del nucleare iraniano. A regime mutato e con nuove disposizioni strategiche nell’area del Golfo, riprende tra il ‘90 ed il ‘95, con l’aiuto e la consulenza di Russia e Cina. Ne segue un crescendo di tensioni che, anche sull’argomento del nucleare, ha caratterizzato i rapporti con l’Iran di USA, Israele, Stati della UE.

Si addivenne con i rappresentanti dell’alto clero agli accordi di Teheran nel 2003 e di Parigi nel 2004, saltati nel 2005 con il governo Nejad, quando fu chiesto unilateralmente all’Iran di smantellare tutte le strutture legate al ciclo di arricchimento dell’uranio, per rendere impossibile lo sviluppo parallelo di una tecnologia militare. Questo è, nelle rivendicazioni americane e di buona parte dell’Europa, il nodo centrale della questione, non certo l’uso di centrali nucleari, che l’Occidente sarebbe ben felice di vendere.

Le borghesie imperiali hanno un solo, ovvio, “principio” di fronte alla “proliferazione” delle armi nucleari: noi, e i nemici dei nostri nemici, è bene che dispongano di simile armamento, gli altri no di certo.

Dopo la micidiale guerra “per procura” fra Iran e Iraq, smaltito poi il lungo periodo dissanguato dai costi economici e sociali di quella, dopo l’invasione militare dell’Iraq da parte degli Stati Uniti e loro difficoltà a venirne fuori, riprende vigore, nella stessa tradizione del pur maledetto Scià, la lotta per il predominio nell’area.

Ad oriente Cina e India premono per il petrolio, a nord la Russia briga per i porti persiani sul Golfo e sul Mar Arabico. Il regime si prepara per un possibile conflitto locale dalle conseguenze imprevedibili.

Immobilizzato, per il momento, l’eroico proletariato d’Iran.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 



Il COMUNISMO
 

80 anni di continua, ed interessata, disinformazione rendono necessari alcuni chiarimenti a riguardo di ciò che sta alla base della teoria marxista.

La letteratura borghese é prodiga di teoremi, allusioni e conclusioni intorno a quelle che vengono definite esperienze di comunismo reale: Russia, Cina, Cuba, etc. sono state studiate e strumentalizzate per discreditare agli occhi dei proletari il semplice concetto di comunismo. Quale migliore pubblicità negativa, usando le parole tanto care al capitale! L’unico problema é che tutta questa letteratura ha in comune un unico vizio, ovvero che queste esperienze riportate, con il comunismo non hanno nulla a che spartire.

Intanto, tra tutte le aberrazioni possibili del comunismo, la teoria del socialismo in un solo paese é la più aberrante; socialismo nazionale, ovvero nazionalsocialismo, ricorda ben altre teorie. Il comunismo o é mondiale o non lo é. Così come il capitalismo stesso o è mondiale o non lo é, poiché non si sarebbe potuto sviluppare all’interno di una sola nazione.

In quei paesi mai é avvenuta l’abolizione del mercato, del denaro, dello scambio di equivalenti; di conseguenza non é avvenuta neppure l’abolizione del lavoro salariato e il denaro resta il criterio fondamentale dei rapporti tra gli individui. S’impone quindi l’intrinseca necessità di produrre profitto. In questione, nel comunismo, non è una diversa distribuzione della ricchezza, più equa, perché è la produzione del profitto la caratteristica fondamentale del capitalismo, che a questo deve sacrificare, e non può fare altrimenti, uomini, ambiente e materie prime.

Ci viene detto che guerre, malattie, miserie, inquinamento sono “incidenti di percorso” guasti dovuti a questo o quel politico “disonesto”, imprenditore “scorretto”, mentre, in realtà, tutto ciò è semplicemente utile e necessario al capitalismo per mantenere sé stesso.

Nel capitalismo il prezzo medio del lavoro salariato è la somma dei mezzi di sussistenza minimi che sono necessari per mantenere in vita l’operaio in quanto operaio. Quello di cui l’operaio salariato s’appropria mediante la sua attività è sufficiente soltanto per riprodurre la nuda esistenza sua e dei suoi figli. Il comunismo elimina il carattere miserabile di questa appropriazione, nella quale l’operaio vive solo allo scopo di accrescere il Capitale.

Nella società borghese il capitale è indipendente e personale, l’individuo operante è dipendente e impersonale.

Nel capitalismo il lavoro dei vivi è soltanto un mezzo per moltiplicare il lavoro passato, accumulato in conoscenze, macchine ed impianti. Nella società comunista il lavoro accumulato è un mezzo per ampliare, arricchire, lasciar esprimere le qualità dell’uomo. Nella società borghese il passato domina e grava sul presente, nella società comunista il presente si erge sopra, se ne appropria ed esalta il lavoro delle passate generazioni.

Già oggi esistono i presupposti per l’abolizione del capitale e del denaro come regola del rapporto tra gli individui.

Proviamo ad immaginare i nostri attuali “centri commerciali” come magazzini di distribuzione dai quali ognuno può prelevare ciò di cui abbisogna per le proprie soddisfazioni, senza bisogno di denaro. Prelievi nella misura delle proprie necessità, poiché sarebbe inutile prelevare di più quando si avesse la certezza di averne a disposizione domani e domani ancora. Senza denaro perché, non esistendo più il lavoro salariato e non verrà più corrisposto un salario in denaro ma una carta, un ticket, una tessera, che attesta lo svolgimento del proprio compito sociale del lavoro, e con questo il diritto di prelevare ciò di cui abbisogna.

E la mancanza di salario sarà possibile poiché il compito sociale del lavoro non avverrà più come scambio tra lavoro e capitale (impersonato dalla figura dell’azienda e delle sue necessità contabili e concorrenziali) ma avverrà come puro ricambio spontaneo di cure, premurosità tra individui appartenenti alla comunità umana. Questo perché, non esistendo più la proprietà capitalistica dei mezzi di produzione, ma essendo essi direttamente disponibili alla comunità umana, il lavoro non servirà più a generare profitto per il capitale ma solo utilità per l’uso dei beni e il consumo dei prodotti.

Questo significherà anche non dover più produrre a tutti i costi, in misura folle, ma solo in base ai bisogni effettivi da soddisfare. Lavorando, tutti gli uomini e le donne capaci, nella misura dei bisogni reali, e portando a livello mondiale l’attuale tecnica, lavorando 1/3 del tempo attuale ce ne sarebbe d’avanzo. La parola disoccupazione non avrebbe più significato.

Finalmente tutte le giuste preoccupazioni per l’ambiente riceverebbero reali risposte: senza la necessità della produzione ipertrofica ed inutile, oggi imposta dalle esigenze del profitto, non sarebbe più necessario sprecare materie prime se non quelle veramente necessarie alla vita, e non il contrario com’è nel consumismo.

Ed ultimo, non certo per importanza: le guerre. Liberi finalmente dalle necessità di produrre all’infinito, e quindi di cercare e creare i mercati necessari allo smaltimento di queste merci, non avrebbero più motivo di esistere le guerre, che oggi hanno come unico scopo appunto quello di procurare i mercati e le materie prime al costo più basso possibile e, nello stesso tempo, a distruggere proprio quelle merci altrimenti eccedenti.

A questo punto è doverosa e necessaria una precisazione: tutto questo non si realizzerà partendo dalla base di un principio, un ideale astratto contenuto nella testa di pochi eletti. Se così fosse resterebbe utopia per sempre. È la necessita storica che spinge e prima o poi costringerà la classe mondiale dei lavoratori ad affrontare le contraddizioni del capitale ed i problemi che da esse nascono e che esso non sa risolvere. Contraddizioni che già stanno generosamente distribuendo a tutto il pianeta, sebbene in misura diversa, situazioni precarie ed esplosive. Oggi in misura minore nei paesi più industrializzati rispetto alle periferie del mondo; ma domani?

Ovviamente in poche righe non è possibile esaurire un argomento tanto vasto e complesso. Vogliamo però affermare che del comunismo, non solo al materialismo scientifico è possibile trattare, ma che tale definizione costituisce una primordiale e permanente necessità del partito comunista, del solo partito rivolto al domani.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

PAGINA 2


gennaio-marzo
Le lotte in Francia contro la precarietà del lavoro
 
 

Più flessibilità nelle norme sui licenziamenti, individuali e collettivi, è una delle pretese della borghesia a scala mondiale fin dagli anni della crisi economica. Il mondo anglo-sassone, Usa e Gran Bretagna, è in questo all’avanguardia, ma anche in Europa i padroni hanno intrapreso la stessa strada. In l’Italia la legge Treu, votata dalle sinistre nel 1997, e soprattutto la legge Biagi del 2003 hanno introdotto un arsenale di contratti, di una durata da qualche giorno a più anni, che possono essere revocati in ogni momento. L’allarme quindi che la borghesia francese vuol far passare è «La Francia è in ritardo! Divenite finalmente precari, per il bene del capitale internazionale! Lavorate di più, pur guadagnando meno, per avere il “diritto al lavoro”, ma senza alcun diritto a mantenerlo! Semplifichiamo il codice del lavoro, e soprattutto nelle norme che proteggono il lavoratore! Il “liberalismo” è l’avvenire dell’umanità!»

Vediamo qual’è la situazione in Francia.

Dalla fine degli anni ‘70 il mercato del lavoro vi si è profondamente trasformato. Nel 1975 l’industria impiegava più di 6 milioni di dipendenti. Nel 1986, dopo la ristrutturazione della siderurgia, dell’automobile, del tessile, questi sono scesi a 5 milioni, e alla fine del 2005 a meno di 4. C’è stato un ingresso massiccio di donne: il numero di attivi maschi quasi non è cambiato (14 milioni fra il 1980 e il 2005) mentre quello delle donne è passato da 9,6 a 12,3 milioni, e queste si sono dovute piegare a mestieri e condizioni di lavoro più precari. Infine, terzo grande cambiamento, c’è stata la crescita esponenziale del settore terziario, da 9,5 milioni di posti nel 1975 a 16,8 nel 2003, con pratiche d’orario flessibili nell’informatica, dei servizi telefonici, nella grande distribuzione, ecc.

Il tasso di disoccupazione non fa che salire: dalla fine degli anni ‘70 si è moltiplicato per 5, dal 2% della popolazione attiva nel 1970 per arrivare al 9,5% nel 2006. Le cifre ufficiali contano in 2,4 milioni i disoccupati, mentre in realtà, se si considerano tutti i tipi di disoccupati, chi è in mobilità e chi nemmeno più si iscrive agli elenchi, questi salirebbero da 4,5 a 5 milioni, cioè il fra il 17 e il 19%. Per contro le statistiche ufficiali dichiarano il 23% di disoccupati fra i giovani (un po’ sotto a quello dell’Italia, che ha il tasso di disoccupazione giovanile più alto d’Europa).

Da due anni l’economia francese è in recessione, come quella dell’Italia, e della Germania. Il numero delle “smicard” (lavoratori remunerati sulla base del salario minimo di 1.100 euro) ha raggiunto nel 2005 il livello più alto da 20 anni, con 2,5 milioni di persone, cioè il 16,8% dei lavoratori non agricoli e temporanei.

Non stiamo ad elencare tutte le misure prese dalla borghesia francese per cercare di inquadrare il lavoro precario: anche in Francia è stato messo sù un apparato giuridico estremamente complesso e spesso incomprensibile per il lavoratore. In realtà la legislazione sul Lavoro si va svuotando inesorabilmente, benché lentamente; non dell’intrico dei suoi Codici, ma di efficacia a proteggere i lavoratori. E questo dopo decenni di silenzio complice delle centrali sindacali che hanno partecipato a tutta la manovra. I media di massa fanno passare il messaggio che la legislazione del lavoro sarebbe in Francia molto più favorevole ai lavoratori che negli altri paesi, che devono quindi accettare di fare alcune concessioni. Dicono che, per lottare contro la concorrenza internazionale occorre aiutare il padronato a diminuire i salari, tagliare gli oneri sociali e rendere il lavoro più precario, per facilitare “entrata” e “uscita” di mano d’opera (assunzioni e licenziamenti). Benché già oggi in Francia vi siano più di 6 milioni di assunzioni e licenziamenti l’anno!

Veniamo agli avvenimenti attuali. Cosa c’è dietro al movimento in corso?

Dal 1974 lo Stato, sia diretto dalla destra sia dalla sinistra, è sembrato voler favorire l’assunzione dei giovani consentendo i Contratti d’Aiuto all’Impiego nei quali i datori di lavoro erano esonerati dagli oneri sociali e lo Stato pagava una parte del salario. L’ultimo contratto di questo tipo, del 2002, si chiamava Nuovo Contratto giovanile. Ma la precarietà è, evidentemente, continuata: secondo studi ufficiali un giovane lavoratore deve attendere in media da 8 a 11 anni per arrivare ad un impiego stabile.

Ma la borghesia ha un’ambizione ancora maggiore: quella del contratto individuale per tutti i salariati qualunque sia la loro età! E il CDD, Contratto a Durata Determinata, così come il CDI, Contratto a Durata Indeterminata, avrebbero fatto il loro tempo!

Appaiono così altre denominazioni. Il CNE, Contratto di Nuovo Impiego, è stato varato nell’agosto 2005 (quando erano tutti in vacanza!). In Francia, nel frattempo, il voto per le elezioni europee aveva dimostrato il diffuso rifiuto della politica economica cosiddetta liberale, invocata da destra e da sinistra “per una Europa più Grande”; anche per questo che il testo sul CNE è stato votato nella più grande discrezione. Una piccola manifestazione contro il CNE si ebbe in ottobre, e per la difesa del potere d’acquisto dei salari. Era questo una forma contratto a durata indeterminata che riguardava le imprese con meno di 20 dipendenti ma per lavoratori d’ogni età, contratto che poteva essere interrotto senza motivo nei due primi anni. Il governo affermò di voler favorire l’occupazione abrogando norme che garantivano il lavoratore per concedere una totale flessibilità nel licenziamento, con costi di buonuscita per l’impresa inferiori a quelli di un CDI, ecc. Questo CNE non costava niente allo Stato, contrariamente ai precedenti contratti sovvenzionati che l’impegnavano da 5.000 a 50.000 euro per anno e per lavoratore. Come ci si poteva attendere questo CNE non favorì le assunzioni, piuttosto permise licenziamenti più facili, secondo il fluttuante bisogno delle imprese e senza dover dare giustificazioni.

Ma governo e padronato hanno ancora dei passi da fare prima di riuscire ad imporre ai lavoratori il contratto individuale, cioè la precarietà totale. Il governo del primo ministro Villepin ha così continuato il lavoro ed affrettato il passo. Ha escluso dalla concertazione i sindacati, compresa quella CFDT compagna di tutti i governi e di tutte le “riforme”.

Uno studio di economisti francesi aveva fatto il punto sui primi sei mesi di questo CNE dimostrando la sua “instabilità” al fine delle assunzioni (!) e proponendo di aumentarne l’efficacia applicandolo a tutte le imprese qualunque sia la loro dimensione. Lo Stato ha fatto sua questa proposta, ma applicando questo super contratto soltanto ai giovani fino ai 26 anni. Si chiama CPE, o Contratto di Primo Impiego, detto “contratto per l’uguaglianza delle opportunità” (visto che i giovani lavoratori avrebbero “meno opportunità”)! Poveri “giovani” proletari, quanti imbrogli sulle vostre spalle!

E siamo arrivati allo scorso febbraio.

Un certo malessere attraversa le classi inferiori e arriva ad esprimersi nelle forme e obiettivi tipici dei diversi ceti: proletari, piccolo borghesi, sottoproletari. I giovani lavoratori, per effetto della crisi oggi per lo più disoccupati o sotto-occupati, sono stati traditi e abbandonati a se stessi dalle organizzazioni sindacali di regime, che non li difendono, non li inquadrano e non li mobilitano. Di questi, quelli provenienti da famiglie della piccola borghesia e dell’aristocrazia operaia si trovano “parcheggiati” nelle scuole e nelle università. Sono questi giovani lavoratori e questi “studenti” che protestano oggi contro la nuova legge sul CPE.

Gli universitari entrano in agitazione. Le centrali sindacali e i partiti “di sinistra” ritengono che sia giunto il momento di svegliarsi: denunciano la “istituzionalizzazione” del precariato, anche se il processo è in corso da anni ed essi vi hanno attivamente contribuito. Le manifestazioni si succedono con numero crescente di partecipanti; all’inizio soprattutto giovani usciti dalle scuole, poi lavoratori. Il governo si mostra inflessibile.

Lunedì 7 febbraio: 400.000 manifestano in tutta la Francia (218.000 secondo la polizia). Giovedì 23 febbraio centinaia di migliaia di giovani manifestano contro il CPE a Parigi, Rennes, Tolosa mentre al Senato è in esame il Progetto di legge. Martedì 7 marzo i sindacati (CGT, CFDT, FO, SUD, FSU insegnati), l’UNEF, organizzazione degli studenti, partiti politici con il PS in testa, sono a manifestare con lavoratori, universitari e liceali. 20 università su 84 sono bloccate da settimane. La “opinione pubblica”, secondo la stampa, sarebbe ostile al CPE! Si contano un milione di manifestanti secondo la CGT (396.000 perla polizia), dei quali 125.000 studenti in 160 città e 200.000 a Parigi. Ma i trasporti sono poco coinvolti.

Il governo resta indifferente: l’8 marzo la legge sarà sottoposta al definitivo voto del Parlamento. Sabato 11 la Sorbona, occupata da tre giorni, è sgomberata dalla polizia. Un numero crescente di rettori prende posizione contro il CPE.

I sindacati si riuniscono il 9 marzo nella sede della CFDT, che si atteggia a capeggiare la lotta. Sono presenti anche CGT, FO, CFTC, CFE-CGC, FSU, UNSA, Solidaires, Unef, Confederazione studenti, UNL e FIDL per i liceali. Decidono una giornata di manifestazioni per giovedì 16 marzo e sabato 18 (per l’insistenza dei sindacati dei lavoratori secondo i quali è “meglio” manifestare il sabato che in un giorno della settimana). La manifestazione di giovedì 16 raduna 500.000 persone secondo gli organizzatori. Scontri violenti si hanno con la polizia e con i “casseurs”, estremisti o sottoproletari delle “banlieues”. Questi si danno a spaccare e saccheggiare sotto gli sguardi impassibili della polizia. La manifestazione di sabato raccoglie 1,5 milioni di persone (500.000 secondo la polizia) dei quali 100.000 a Parigi dietro i capi sindacali e del PS. Hanno luogo degli scontri con la polizia nei quali un militante del sindacato SUD è gravemente ferito, ed è tutt’ora in coma.

Villepin resta irremovibile. I sindacati si negano a qualsiasi trattativa prima del ritiro della legge e minacciano di indire lo sciopero generale (se fosse possibile prestar fede alle loro parole). L’Intersindacale che si è creata chiama per martedì 28 marzo ad “una giornata d’azione intercategoriale con fermate del lavoro, scioperi e manifestazioni”, evitando così la terribile parola dello sciopero generarle, rifiutato dalla CFDT!

Il governo continua a non cedere. Tuttavia Villepin riceve il 20 marzo i rappresentati del padronato, daccordo a modificare la legge sui due punti “spinosi”: motivo del licenziamento e riduzione del CPE ad un anno. In effetti il CPE riguarda soprattutto le piccole imprese, mentre il problema di fondo per il padronato è razionalizzare il codice del lavoro, troppo complicato (e troppo garantista) in Francia rispetto agli altri paesi.

Giovedì 23 manifestano in 450.000 (220.000 secondo la polizia). Violenti incidenti scoppiano con “giovani delle banlieues”, che si scontrano sia con i poliziotti sia con i manifestanti.

I sindacati e Villepin cominciano a temere una radicalizzazione e di essere travolti dalla manifestazione del 28. Il 24 marzo ha luogo una parodia di incontro a Matignon fra una parte dei sindacati, che avevano giurato di non trattare prima del ritiro della legge, (CGT, CFDT, FO, CFTC, CFE-CGC) e Villepin, che riceve l’indomani anche i rappresentanti degli studenti. Ma Villepin non retrocede su nulla, nemmeno sul punto dell’assenza di motivo per il licenziamento.

La vigilia del 28 marzo i responsabili dei servizi d’ordine sindacali e studenteschi sono ricevuti dal ministro dell’Interno Sarkosy per definire una strategia contro i “casseurs” che attaccano i giovani nei cortei: i poliziotti in borghese saranno dunque i benvenuti... Si tratta soprattutto di evitare ogni tracimazione. Ciò che temono i borghesi e le centrali sindacali non è la rabbia dei “casseurs” delle “banlieues”, che un servizio d’ordine ben organizzato sarebbe sufficiente a controllare, ma quella dei lavoratori! I sindacati avrebbero solo rifiutato che le manifestazioni si svolgano protette da grate di ferro! Ma chi veramente vorrebbero mettere in gabbia?

Martedì 28 manifestano in 3 milioni, secondo gli organizzatori, cioè più dello sciopero del dicembre 1995 contro il Piano Juppé e quello del marzo 2003 contro la riforma delle pensioni. Le intemperanze sono strettamente controllate dai servizi d’ordine dei sindacati e soprattutto dalla polizia. È evidente che i lavoratori sono esasperati per la situazione sociale, per l’aumento della precarietà che prende sempre più l’aspetto aperto della miseria economica.

All’indomani di questa riuscita manifestazione, i deputati del UMP, il partito del Primo Ministro, gli si dissociano. Villepin tuttavia insiste e chiede la promulgazione immediata della legge. L’Intersindacale non sa più a che santo votarsi! Chi farà infine cedere il Principe! Intervenga Chirac, partigiano non equivoco della legge!

Lo scontro sociale - ad oggi - continua. Non sono solo i giovani lavoratori ad esser traditi ma, per attacchi diversi, tutta la classe operaia. E la classe operaia potrà difendersi solo quando si sarà ricomposta nella sua integrità. Sia in organizzazioni sindacali degne di questo nome, al di sopra delle categorie e delle generazioni operaie, sia nella sua unica coscienza di classe, nel partito del comunismo internazionale!
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 



La carriera di parlamentare
 

Mentre sale il costo della vita e gli aumenti salariali sono risibili ritocchi che non salvano il proletariato dall’immiserimento, pare che anche il prezzo di uno scranno al Parlamento risenta dell’inflazione.

Le segreterie dei partiti impongono, oramai senza finzioni democratiche, alla periferia il “giusto” candidato. Tolti i pochi capoccioni che si fanno iscrivere in collegi “blindati”, nei collegi a cui devono concorrere gli altri, quelli che un tempo venivano chiamati “peones”, a quanto pare si accede “per censo”. Un coordinatore regionale della Margherita ha affermato candidamente alla stampa quanto «sia necessario un contributo dei singoli per le spese generali della campagna elettorale, ed è normale che a finanziarle siano i candidati che hanno certezza di andare in Parlamento».

Gli aspiranti candidati dunque pagano, e tanto, il loro posto. Ovviamente in casa Forza Italia, covo di ricconi, esagerano e richiederebbero un impegno tra i 100.000 e i 150.000 Euro, ma anche più al centro-sinistra, nell’Udeur, la posta minima è 100.000 Euro. I DS sono orientati a chiederne “solo” 60.000, mentre la Margherita sarebbe sui 25.000; persino i Verdi ne vogliono almeno 10.000 se non 15.000!

D’altra parte, con il potere legislativo ormai indebolito, la carica di parlamentare, benché ben retribuita, è solo un fatto onorifico e quindi, decaduta nobiltà e blasone, è fatta pagare! Ormai resta esclusiva incombenza di ministri e parlamentari quella di far l’ospite, alla sera, e fingere di accapigliarsi nei talkshow televisivi; il giorno, poi, dormono. Tanto a legiferare ci pensa il governo con i decreti legge!

Sono questi aspetti esteriori certo, ma significativi della misera fine dei parlamenti borghesi, col potere dello Stato, di fatto post-democratico, concentrato nell’esecutivo o in altre ancora più riposte stanze. Il parlamento è diventato evidentemente un ratificatore di decisioni prese altrove, e attribuirgli una sua autonomia e vitalità è un errore frutto del dolo!

È esplicita l’estraneità della classe operaia a tutti questi apparati. Le stesse deliberazioni legislative che potrebbero essere prese a favore dei lavoratori non saranno che il riconoscimento formale di imposizioni dalla forza e della lotta di classe.

Per questi motivi il nostro Partito non ha atteso l’estrema degenerazione e corruzione attuale per non solo negare l’uso del parlamentarismo come strumento idoneo per l’emancipazione storica del proletariato dal giogo della servitù capitalistica, ma per decidere di tenersi fuori anche da ogni competizione elettorale, perché la classe operaia giudica il partito comunista da quello che fa ed è impossibile far capire, dentro e fuori il partito, le necessità rivoluzionarie mentre ci si sottomette ai falsi miti e ai coinvolgenti riti della conservazione.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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La storia italica nello specchio deformante della sua ideologia
Capitolo III, esposto alla riunione di Firenze del gennaio 2004 [RG88]
 

(Indice dei capitoli)
 

Il Secondo Risorgimento mancato
 

Togliatti commentava la morte del Capo con la famosa formula: “Un gigante del pensiero e dell’azione è mancato all’umanità”.

Naturalmente “un gigante del pensiero e dell’azione” che cominciava ad essere sempre più apprezzato e riconosciuto per la funzione svolta, per noi micidiale, per loro sempre più salvifica. Lo stesso De Gasperi, il campione democratico liberale antagonista di Togliatti, poteva riconoscere: «Noi credevamo che i processi fossero falsi, le testimonianze inventate, le confessioni estorte. Ecco che oggettive informazioni americane assicuravano che non si trattava d’un falso, e che i sabotatori non erano truffatori volgari, erano “vecchi cospiratori idealisti” che affrontavano la morte piuttosto che adattarsi a quello che per loro era un tradimento del comunismo originario».

Ma il problema che emergeva chiaro nelle parole di De Gasperi, su assicurazione americana, era che Stalin aveva giustiziato dei “veri comunisti”, facendo un servizio speciale non solo alla Russia nazionale, ma anche alla borghesia mondiale, che vedeva decimati i fautori del comunismo “delle origini”!

È evidente che il “secondo Risorgimento” non poteva essere sostenuto in modo fondato, senza che i suoi sostenitori avessero preso le distanze dal comunismo rivoluzionario, e non si fosse ammesso che l’opera di Stalin era in linea con l’assunto delle vie nazionali al socialismo.

Ora semmai bisognava esorcizzare “l’egemonia” del partito russo, che, mentre aveva aperto la strada ai “socialismi” in un solo paese, aveva anche la pretesa di indicare la compatibilità di ciascuno di loro con le ragioni della “patria socialista”. Ma questo problema, in rapporto a quello, primario – l’essersi rassicurati che i comunisti veri erano ormai decimati - era una questione che si sarebbe in qualche modo chiarita nel tempo. Stalin, insomma era l’eroe che aveva “normalizzato” la rivoluzione ed il sovversivismo comunista, se lo stesso scrittore Lion Furchtwanger ha avuto a dire che «la maggior parte degli accusati (sempre delle purghe) erano in primo luogo cospiratori e rivoluzionari per tutta la vita (...) sovversivi appassionati e oppositori».

Il fascismo del despota Stalin ha sempre toccato gli ambienti borghesi, anche quando hanno preteso di condannarlo: una ragione ci doveva essere, e c’è. Sia pure alla lunga, i più acuti di loro avevano capito quale alleato si erano fatti per stroncare i conati proletari: «Quest’opera (di Stalin) costò sacrifici inenarrabili e fu condotto con un rigore che non conobbe pietà».

La libertà, il rispetto della persona, la tolleranza, la carità furono parole vane e furono trattate come cose morte. Solo durante la Seconda Guerra mondiale si vide quanto quell’opera avesse lavorato in profondità. E’ la storia di ieri. Ma quando suonò l’ora della prova suprema «l’uomo si mostrò pari a sé stesso e ai grandi compiti che aveva cercato e che la storia gli aveva assegnato» (Mario Missiroli, Corriere della Sera, 6 marzo 1953) in occasione della scomparsa di Stalin.

Se questi personaggi furono affascinati dai grandi sacrifici che Stalin e la controrivoluzione erano riusciti ad imporre al proletariato sia russo sia occidentale, è perché avevano capito che grazie a lui e alla sua spietata repressione, il comunismo aveva pagato un prezzo quasi irrecuperabile. Avevano ragione. E n’erano anche soddisfatti. Perché i “cospiratori idealisti” aveva perduto la partita. E ben gli stava!

Si capisce allora perché nella ricerca dei fondamenti teorici d’un possibile “Secondo Risorgimento” bisognava fare a pezzi la tradizione crociana, fino al punto di imputargli una riforma della dialettica, debole, snaturando quella forte di stampo Hegeliano, che Gramsci rivendicava, perché necessaria per sostituire al liberalismo crociano conservatore, una visione “democratica” aperta... alle prospettive socialiste, una volta che il blocco storico cui faceva riferimento si fosse cementato ed avesse operato le “riforme in profondità” nella società italiana che avrebbero spianato la strada al “potere operaio”. Tali sono gli scherzi del revisionismo, una volta che si siano affossati i principi invarianti di tattica e di strategia, che solo “i cospiratori idealisti” avevano avuto l’ardire di conservare, cadendo sotto i colpi della controrivoluzione.

Naturalmente la polemica con Croce da parte dello storicismo di matrice gramsciana, il suo richiamarsi ad una “dialettica forte e recisa”, significa non certo “materialismo storico e dialettico”, nonostante la convinzione contraria, ma smentita del “determinismo” della Sinistra, “ferma al palo”, incapace di “movimento”. L’aggiramento delle posizioni crociane comporta un volere un’Italia più avanzata e democratica, che non significa ristabilire il contatto colla tradizione liberale, ma piuttosto svolgere le “sue premesse democratiche... e socialiste!”.

Quando Gramsci considera perduto in Croce il senso più profondo della dialettica, per la quale «nella lotta i colpi non si danno a patti e ogni antitesi deve necessariamente porsi come radicale antagonista della tesi, fino a proporsi di distruggerla completamente e completamente sostituirla», si ha l’impressione della determinazione radicale. In realtà si respinge “l’arrotondamento” della dialettica degli “opposti” in dialettica dei “distinti” di stampo crociano.

La prospettiva dovrebbe essere la formazione d’un “blocco storico” deciso a fare delle forze popolari le protagoniste della nuova formazione nazionale.

Se l’idealismo crociano era stato protagonista a sua volta d’un processo d’addomesticamento della dialettica di Hegel, ciò era avvenuto pur sempre all’interno della tradizione “idealistica”. Gramsci è forse invece convinto di farlo secondo la lettura di Marx dell’idealismo tedesco.

Ciò che conta, anche in questo caso, non sono le convinzioni, ma i risultati. Ci si domanda ancora se Gramsci fosse convinto di aprire la strada al socialismo, anzi al comunismo, o fosse già abbastanza rassegnato a riconoscere il fallimento della rivoluzione proletaria sotto i colpi del termidoro staliniano. Certo, egli aveva percepito la brutalità del capo che trattava l’opposizione interna in modo inaccettabile: la sua era preoccupazione di “democrazia interna” nel partito russo, e di conseguenza all’interno dell’Internazionale. Risaputamente la nostra no, non era preoccupazione solo di questo genere, ma d’abbandono dei principi fondanti generali.

Ma perché la questione non assuma il sapore d’una disputa filosofica, ciò che va seriamente precisato è che la ricognizione gramsciana del retroterra “nazionale” non è tanto da respingere per le varie considerazioni sui diversi aspetti del processo di formazione della nazione italiana, quanto l’interpretazione che sia Gramsci sia, a loro volta, gli infiniti e variegati interpreti del suo pensiero diedero di questa operazione: e cioè la legittimazione, con argomenti spesso accattivanti, del terreno nazionale come quello più adatto per svolgere un’attività di lungo periodo, non necessariamente graduale (questo lo avrebbe deciso la storia a venire...), che avrebbe condotto le masse popolari finalmente “dentro la logica dello Stato”, di quello Stato che le aveva sempre escluse.

Ecco: l’esclusione del proletariato dalla gestione dello Stato era il rovello dello storicismo gramsciano. Al contrario la nostra corrente aveva sempre giudicato questo tema secondo discriminanti nette e non negoziabili. Avevamo considerato che la lotta su due fronti, conquista del diritto di voto, e quindi lotta anche parlamentare del proletariato, era necessaria prima della fase imperialista del Capitale. La rivendicazione del suffragio universale era una conquista per la quale valeva la pena battersi, ma sempre nella prospettiva della conquista del potere con metodi rivoluzionari.

Che il Risorgimento avesse seguito una via moderata, ed anzi conservatrice, per non dire reazionaria, è fuori discussione. Ma non per piangere all’infinito sulla sindrome da esclusione. Con la guerra imperialista il Capitale a livello europeo aveva fatto il suo salto di qualità: da quel momento non era più “rivoluzionario” ottenere uno Stato democratico radicale, ma combattere per il proprio ed esclusivo potere.

La mancata rivoluzione in Occidente, al contrario, suggeriva a Gramsci di rivedere il processo risorgimentale per trovare il cuneo adatto per inserire le masse popolari nella gestione dello Stato. Per noi non si trattava più di “inserire” la classe operaia nella direzione dello Stato, perché lo Stato della borghesia (fosse pure della borghesia più anomala dei paesi occidentali, in quanto giunta al potere per le vie che abbiamo detto), non era utilizzabile dal proletariato per la sua emancipazione. Il materialismo storico o è in grado di individuare gli “svolti storici” dai quali si divaricano vie alternative, oppure è una delle tante forme d’interpretazione della realtà sociale, come appunto reclamava il Croce. L’illusione di praticare la “via parlamentare” vide la Sinistra sola ad usarla solo come tribuna per denunciare gli abusi del campo borghese, il suo dominio di classe. E lo fece con radicale impegno, mentre altri preferirono l’Aventino, in una posizione moralistica senza seguito e senza costrutto.

Ma mai e poi mai ci illudemmo di trovare forze con le quali fare un “blocco” comune contro il fascismo, che al contrario era stato in grado di “far blocco”, oltre che con determinate forze sociali, anche con frange parlamentari ben contente di condizionarlo dall’interno, nella speranza di liquidarlo in seguito, una volta usatolo contro la sovversione rossa.

Ma allora, si dirà, Gramsci non aveva ancora operato la sua ricognizione sul terreno nazionale! Quali forze storiche e parlamentari si sarebbero rivelate adatte all’alleanza con la classe operaia ed i contadini poveri? Certe mezze classi divise tra l’adesione al fascio nazionale e la resistenza ideale in difesa dello Statuto, nella pur esistente tradizione radical-democratica che produsse gli “Arditi del popolo” ?

Niente di veramente nuovo, in realtà, perché certe velleità erano state espresse fin dalla formazione dell’unità nazionale. Dei Cavallotti ne sapevamo abbastanza, come degli stessi garibaldini e anarco-sindacalisti che non erano mai usciti dal loro confuso insurrezionalismo, e che la tradizione comunista rivoluzionaria aveva giudicato già dal 1872.

Il fatto nuovo vero era che il Fascismo era identificato nell’Italia “retriva”, fondamentalmente conservatrice, mentre invece non era stato compreso com’estrema “reazione” contro la marea rossa. Reazione in senso letterale, non nel senso di “misoneismo”, cioè insofferenza delle novità, ma d’opposizione contro le forze ostili. Del resto il termine fascismo esprime chiaramente l’idea d’affasciamento di tutte le energie nemiche del proletariato e della sua potenzialità sovversiva. Allora che senso avrebbe considerarlo com’espressione degli interessi agrari e degli industriali parassitari? Nella nostra versione infatti era la punta di diamante della reazione borghese, il tentativo di fare dello Stato non il garante della neutralità tra le classi, bensì del suo schieramento virulento contro i conati rivoluzionari della classe nemica.

Con la sua vittoria non aveva certo intenzione di tornare indietro, come credevano anche gli ambienti liberali facenti capo a Giolitti. Perché vi avremmo dovuto credere noi che avevamo sempre indicato la natura classista dello Stato in quanto tale? Invece le correnti riformiste e massimaliste si illudevano di ripristinare lo Statuto, passata la bufera; e consideravano così le nostre posizioni, maggioritarie nel Partito Comunista d’Italia, come intransigenti e nulliste. Se alla fine del Secondo conflitto mondiale, durante il quale il proletariato era stato trascinato sui fronti avversi per difendere la democrazia, l’elaborazione teorica delle forze antifasciste indicava nello Stato il contenitore comune, all’interno del quale avrebbe dovuto risolversi il conflitto residuo, non deve affatto meravigliare, ma essere invece considerato una conseguenza inevitabile.

Ma a questo punto quali erano le forze “progressiste” capaci di fare blocco contro di quelle che avevano portato al fascismo ed alla guerra? Si vide presto che, secondo la prassi del riformismo tipicamente italico, le grandi formazioni “popolari” si dimostrarono disponibili ad imbarcare i vecchi reazionari, cosicché la lotta si fece confusa nel riprodurre le contraddizioni tra il vecchio e il nuovo.

Che il Risorgimento non sarebbe mai stato finito fu chiaro a tutti, e infatti si è protratto, nella illusione degli opportunisti, fino ai nostri giorni, diventando una facile diatriba nei confronti dei “devoluzionisti”, che invocano libertà regionali e locali per il timore del cosiddetto mondialismo e della globalizzazione.

La breve stagione dell’antifascismo del fervore resistenziale fu presto in crisi, poiché in epoca imperialistica sarebbe stata impensabile un’evoluzione degli Stati nazionali e del loro ordine interno indipendente dall’assetto uscito dalla guerra. A maggior ragione la pretesa di fare da sé a proposito della via nazionale al socialismo. Le avvisaglie erano state chiare già con la famosa svolta di Salerno, allorché il riconoscimento del governo Badoglio era avvenuta su pressione della ragione di Stato russa.

Che Stalin avrebbe subordinato le politiche degli Stati del Cominform e quella del suo “socialismo”, era fin troppo scontato. Diciamo questo tenendo presente che nel 1945 si era ricostituito il nostro piccolo partito, che aveva considerato questi avvenimenti in modo chiaro e inequivocabile. Se la tradizione della Sinistra si era mantenuta inalterata durante la guerra, ora aveva davanti a sé tutto il retaggio delle contorsioni opportunistiche, che avrebbe ulteriormente aggravato il comportamento dei partiti d’obbedienza russa. Infatti presto tra i partiti antifascisti ci sarebbe stato il rendiconto, con la cacciata dal governo dei togliattiani. A noi retrospettivamente interessa mettere in rilievo che l’assetto mondiale uscito dalla guerra non poteva essere rimesso in discussione per lungo periodo dalla velleità dei partiti “comunisti” locali. Ed infatti il fatidico 1948 dette il suo responso elettorale, che bene stette al partitaccio e ulteriormente avvilì il proletariato.

Tutta la retorica che si mise in piazza per accanirsi contro il partito “americano” suonava ai nostri orecchi come giustificazione per nascondere che non si poteva tirare la corda più di tanto. Oramai si sarebbe vissuto di polemiche relative alla necessità di combattere “cricche” reazionarie che covavano nei pur indiscussi partiti popolari come la democrazia cristiana. Per la costruzione d’un “vero Risorgimento” ora si sarebbe dovuto sconfiggere i “gruppi retrivi”, ancora una volta gli agrari, gli industriali forcaioli, i residui del fascismo in senso stretto, che si erano costituiti in partito, nonostante il divieto costituzionale, nel MSI.

Il loro schema tattico rimaneva invariato: combattere la modernizzazione, naturalmente sempre poca, sempre aperta. Chi erano e sono eternamente i suo nemici? I soliti gruppi che si tramandano il potere della rendita sia a livello agrario sia industriale. Chi sono i poteri che garantiscono il rinnovamento (e, politicamente, il Risorgimento nazionale)?: il proletariato aristocratico, certe mezze classi progressiste non meglio identificate, si suppone gli intellettuali “avanzati”...

È evidente che queste formulazioni tendono a riprodursi, se non meccanicamente, certo inevitabilmente, a meno che non intervengano decisioni politiche mirate, che nella intenzione dei riformatori dovrebbero essere prese democraticamente al momento opportuno.

Quanto fosse e sia velleitario e generico questo schema tattico lo ha dimostrato la storia che ha portato il nuovo millennio. Non solo il Risorgimento aspetta d’essere compiuto, ma ancora ci sono Presidenti della Repubblica che si sforzano di far cantare al “popolo” l’inno nazionale... In ogni modo, fuori della facile ironia, una volta che si è preteso di richiamarsi al socialismo, operando un taglio tra strategia e tattica, le conseguenze non possono che essere queste.

Intendiamo ora seguire con un certo ordine quale dibattito teorico ha accompagnato, dal 1945 ad oggi, questo tipo di politica perdente e nefasta per la classe operaia. Diciamo dal 1945 per ragioni che abbiamo ricordato, e cioè perché l’unico esiguo contraltare di classe è stato ed è il nostro.

Mentre l’elaborazione di Gramsci cominciava ad essere stralciata ed adattata al nuovo corso, varie scuole e correnti più o meno collaterali nei confronti dei partiti opportunisti, in primis il partito comunista “italiano”, entravano nell’agone teorico, chi schierandosi con lo storicismo idealistico che aveva intenzione di praticare “l’anti-Croce”, chi aprendo a correnti di pensiero minoritarie in Italia, quali il neopositivismo, il razionalismo più o meno “critico”, tutti in ogni modo animati dalla volontà di “rinnovare la cultura”, aprendo all’Europa, sprovincializzando, modernizzando.

Unica grande assente la tradizione di classe, quella che noi sosteniamo, considerata un “masso erratico”, nella definizione del frigido Palmiro.
 

(Indice dei capitoli)

 
 
 
 
 
 
 
 



La “Festa della Liberazione” e gli operai della Bosch
 

Alla Bosch di Bari, fabbrica tedesca di componenti auto, avevano raggiunto un’intesa con la RSU per scambiare il festivo del 25 Aprile con venerdì 28. Questo per consentire, dicono, un lungo ponte per il Primo Maggio. Lo scambio, in realtà, era richiesto dall’azienda sia per fare l’inventario del magazzino, come suggerisce uno di quel “gruppo di lavoratori” che si è opposto all’accordo, sia, come anche riportato dalla stampa, per completare una commessa importante di valvole per la Mercedes-Benz.

Per effetto della denuncia “patriottica” (il 25 Aprile...) di questo “gruppo di lavoratori”, la Cgil di Bari fece retromarcia e chiese alla Rsu di recedere dall’accordo, sconfessando i suoi delegati e imponendo loro le dimissioni dall’organismo di fabbrica, mentre Cisl e Uil mantenevano la posizione “responsabile” di far lavorare nel giorno della Liberazione. La Uil non si spiega come mai nel 2005 nessuno si oppose al fatto che in 200 lavorarono in quella ricorrenza-tabù. La Cgil ha proclamato quindi uno sciopero e inviato una sua delegazione della Bosch al Sacrario dei Caduti d’oltremare, luogo simbolico dove a Bari le istituzioni commemorano le feste civili.

Grazie ad una troupe televisiva di un’emittente regionale, che è andata a verificare la mattina del 25 il comportamento degli operai, abbiamo scoperto che gli operai in gran massa sono andati a lavorare. I crumiri intervistati si limitavano a dire che non volevano perdere la giornata di retribuzione e che “il lavoro è lavoro”, espressione confuciana che in Puglia significa rassegnazione alle determinazioni economiche, in questo caso da subordinazione salariata.

La Bosch poi ha diramato il suo vittorioso bollettino di guerra (allo sciopero): il 25 Aprile su 2.400 dipendenti assunti a tempo indeterminato hanno lavorato in 1.379, e 200 interinali su 700.

Un economista, editorialista del Corriere del Mezzogiorno, inserto locale del Corriere della Sera, nel suo pezzo “Si al 25 Aprile in fabbrica” del 27, chiosa: «Ci piace pensare che la volontà della Rsu della Bosch di completare in tempi utili una commessa rilevante per quella fabbrica, posticipando (e non sacrificando) il diritto al riposo del 25 aprile, possa considerarsi un piccolo ma significativo contributo degli operai (giovani) della Bosch a mantenere elevata la produttività dell’azienda in cui lavorano, impegnata al pari di tante altre in uno scenario competitivo che tende ormai ad ignorare – ci piaccia o meno – festività civili e religiose, e che impone di mantenere o incrementare i livelli produttivi per fronteggiare concorrenze sempre più agguerrite».

La vicenda offre spunti su cui riflettere: sugli effetti della concorrenza internazionale che avvicina i lavoratori italiani e occidentali in genere a quelli asiatici; sull’estrema debolezza del proletariato, costretto ad assecondare la borghesia sul terreno della flessibilità; sul ruolo delle Rsu, ben educate dalle centrali sindacali di regime ad esser prone al padrone; sull’ambiguità della Cgil, pronta a fare marcia indietro, quando serve al capitale, su temi pur tanto cari alla sua stessa ideologia nazionalista (il padrone “tedesco” che fa lavorare il giorno della Liberazione!).

La “Liberazione” in Italia non fu che un evento interno ad una schifosa guerra imperialista, lontana ormai di 61 anni. Gli eserciti Alleati “liberarono” allora l’Italia dai tedeschi più o meno come stanno “liberando” oggi l’Iraq da Saddam Hussein. Le differenze fra i due episodi storici derivano dal fatto che allora la guerra imperialista stava finendo, con la vittoria alleta, oggi è all’inizio e per gli americani di “vittoria“ non è da parlarne.

È evidente che i proletari gli preferiscano il bisogno di riduzione dell’orario di lavoro, in quest’occasione aderendo a quattro giorni di ponte festivo, infischiandosene delle celebrazione di regime.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Lotte operaie in Indonesia
 

In Indonesia l’aumento in ottobre del prezzo del carburante del 120% ha innalzato i prezzi dei beni di prima necessità e scatenato di conseguenza una serie di proteste sociali. Positivamente i lavoratori si sono mossi su un piano prettamente classista, non cioè con rivendicazioni generiche contro il caro-vita ma lottando per aumenti salariali. Scioperi e manifestazioni per l’innalzamento del salario minimo, variabile in Indonesia da zona a zona, sono scoppiati un po’ in tutti i centri industriali del vastissimo e popolosissimo paese (242 milioni di abitanti, il quarto Stato più popoloso del mondo dopo Cina, India e Stati Uniti).

Il 18 novembre scorso migliaia di lavoratori hanno manifestato a Tangeran, città industriale 22 chilometri ad ovest di Djakarta. Il 12 e il 19 dicembre manifestazioni analoghe, terminate in scontri con la polizia, si sono svolte nella capitale della provincia di Giava Est, Surabaya, la seconda città del paese, dopo Djakarta, con 2.255.000 abitanti. In questa provincia il salario minimo era stato portato da 578.000 rupie (circa 48,60 euro) a 632,775 (57,31 euro: +9%) fuori dal capoluogo, e a 665.000 (60,20 euro: +15%) in Surabaya, aumento del tutto inadeguato alle necessità di vita dei lavoratori che chiedevano esattamente il doppio: 1.330.000 (120,50 euro: +130%). La richiesta degli operai è poi scesa fino a 845.000 mila rupie (76,54 euro: +46%).

A Surabaya e nelle cittadine industriali limitrofe (Sidoarjo, Pasuruan, Malang, Gresik e Mojokerto, tutte nel raggio di 40 chilometri) sono produttivi soprattutto calzaturifici, fabbriche di elettrodomestici e, nel distretto industriale Ngoro Industrial Persada (NIP) presso Sidoarjo, dove si concentrano gli investimenti stranieri in specie taiwanesi, fonderie di alluminio, ottone e stagno e fabbriche di cavi elettrici e cerchioni.

L’aumento del prezzo del carburante ha determinato una crisi industriale. Dei 40 calzaturifici di Sidoarjo del 1998 ne restano oggi 22, che impiegano 15.000 operai. La PT Maspion, una delle più grandi compagnie della provincia con 51 fabbriche di elettrodomestici a Sidoardjo e Gresik e 18.000 operai, da ottobre ha già chiuso tre impianti. All’indomani del provvedimento governativo, il presidente dell’Associazione degli Industriali di Giava Est, Alianto Wibowo, ha affermato che 15 delle 40 aziende del Ngoro Industrial Persada sarebbero già pronte a dislocare la produzione, preferibilmente in Vietnam.

Nonostante questa affermazione, che indirettamente era un chiaro ammonimento ai lavoratori a non chiedere aumenti salariali, lunedì 16 gennaio 24 organizzazioni sindacali della provincia hanno indetto lo sciopero ed una nuova manifestazione a Surubaja. Diecimila lavoratori hanno risposto all’appello convergendo nelle strade del capoluogo. La manifestazione non si è svolta per nulla in modo pacifico. Gli operai, dopo aver abbattuto una cancellata nei pressi degli edifici governativi, hanno tentato di irrompere negli uffici. La polizia ha risposto con i pestaggi e gli idranti, ferendo una dozzina di lavoratori ed arrestandone otto. Il governatore ha rifiutato ogni incontro, sostenendo che un compromesso era già stato concordato con i sindacati. La protesta è stata sospesa dietro la promessa di una nuova rilevazione del costo dei beni di prima necessità e il paventato ricorso ad uno sciopero generale a livello provinciale è stato, almeno per ora, rimandato.

Il 26 gennaio il governatore ha dato il classico obolo ai lavoratori portando il salario minimo a 651.333 rupie (60 euro) nella provincia e 685.500 (62,10 euro) a Surabaya. Nello stesso giorno a Bogor, città industriale 50 km a sud di Djakarta, 6.000 operai soprattutto della fabbrica della PT Great River International hanno scioperato muovendo in corteo dallo stabilimento fino al palazzo provinciale e chiedendo la parificazione del loro salario minimo, 670.000 rupie (60,70 euro) a quello delle città vicine (Djakarta, Tangerang) recentemente aumentato da 711.843 rupie (64,5 euro) a 810.000 rupie (73,40 euro: +14%) e comunque minore di quello della vicina Bekasi, pari a 824.026 rupie (74,60 euro).

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Nell’ottobre 2004 gli operai e i braccianti della Musim Mas di Pelawan (provincia di Riau a Sumatra), proprietaria dell’enorme piantagione locale di palma da olio e dello stabilimento per la sua raffinazione, hanno formato un sindacato indipendente, il Kahutindo PT Musim Mas, inizialmente con 150 membri, cresciuti poi rapidamente a 1.183 su una forza di lavoro totale di 2.000 (inclusi 300 lavoratori temporanei). Musim Mas, il cui quartier generale è a Medan (Sumatra Nord), gestisce la più grande raffineria di olio di palma al mondo che, lavorando, oltre alla sua produzione, quella di altre coltivazioni indonesiane, rappresenta circa 20% delle esportazioni totali di olio di palma del paese.

Il Kahutindo PT Musim Mas ha subito dovuto lottare contro l’azione concertata dell’azienda, dell’autorità statale locale e dei sindacati di regime del settore (FSPPP-SPSI e SP-BUN), creati all’epoca di Suharto e mantenuti integri nel loro ruolo di agenti borghesi entro le file dei lavoratori dal regime successivo. Al rifiuto netto da parte aziendale di qualsiasi trattativa volta al semplice rispetto delle garanzie minime per i lavoratori previste dalla legge, è seguita l’azione persecutoria. Nel febbraio 2005, quattro dirigenti sindacali sono stati licenziati, ed altri cinque sono stati costretti a dimettersi dal lavoro. Le autorità locali ed il “tripartito”, Comitato Centrale per la Risoluzione dei Conflitti del Lavoro provinciale (P4D), di cui fa parte un membro dei sindacati di regime, come regolarmente fatto in passato, hanno confermato i licenziamenti. Ulteriori richieste per aprire le trattative e brevi scioperi non sono riusciti a indurre l’amministrazione ad accettare una discussione sul rispetto delle norme giuridiche minime. La compagnia è andata ancora all’attacco creando un sindacato aziendale e stampando false tessere d’adesione per gli iscritti al Kahutindo PT Musim Mas.

L’8 settembre 2005, il sindacato ha ripetuto le sue fondamentali richieste all’amministrazione, fra cui la reintegrazione del licenziato Presidente del sindacato Kimbi, e ha annunciato l’intenzione di indire uno sciopero se queste non fossero state accolte entro il 20 settembre. Quando l’amministrazione di Musim Mas si é nuovamente rifiutata di trattare ed anzi si è accordata con le autorità locali per reclutate nuovi lavoratori per sostituire i membri del sindacato, questo ha anticipato la data dello sciopero al 13 settembre.

La mattina del 13, tre camion hanno trasportato oltre 100 lavoratori di rimpiazzo nella piantagione e nello stabilimento di lavorazione. Il 14 settembre, un camion aziendale ha investito il picchetto sindacale, ferendo due membri del sindacato. I lavoratori hanno reagito rabbiosamente abbattendo il cancello della fabbrica. La polizia ha usato questo episodio come pretesto per reprimere lo sciopero e distruggere il sindacato e ha arrestato sei attivisti sindacali.

Il 22 settembre, mentre i sei del sindacato erano detenuti nella prigione di Bangkinang, l’amministrazione PT Musim Mas licenziava 701 membri del sindacato. Il licenziamento di massa è stato ancora una volta confermato dalle autorità. Il 26 dicembre l’amministrazione aziendale ha schierato i soldati pesantemente armati per sfrattare forzatamente i lavoratori licenziati e gli oltre 1.000 membri delle loro famiglie dalle abitazioni di proprietà della piantagione. I bambini dei lavoratori sfrattati sono stati umiliati pubblicamente e cacciati dalle scuole della piantagione. Il 3 febbraio la Corte di Stato di Bangkinang ha condannato il presidente e il segretario del sindacato a due anni di carcere ed altri tre membri a un anno e due mesi.

Nel febbraio 2005 intanto era stata fondata la FSPM TG, un federazione formata da ventiquattro sindacati locali di zuccherifici, piantagioni e distillerie private e statali in alternativa ed opposizione ai sindacati ufficiali. Alla riunione di fondazione della FSPM TG in febbraio, Daud Sukamto fu eletto Presidente. A marzo, Daud – che aveva annunciato una settimana prima alla riunione dell’SPSI (sindacato dell’era Suharto) che il suo sindacato locale intendeva lasciare quell’organizzazione ed aderire all’FSPM TG – fu licenziato dalla piantagione Gunung Madu a Central Lampung (Sumatra), il più grosso complesso di lavorazione della canna da zucchero dell’Indonesia.

Gunung Madu è per 45% in mano al Kuok Investment Group del miliardario Robert Kuok (con base a Hong Kong), mentre il resto è in mano a due società controllate dalla famiglia Suharto e da suoi accoliti. Il licenziamento di Daud è l’esempio tipico in Indonesia della triplice collusione tra datori di lavoro, sindacati di regime e governo. Il licenziamento di Daud è stato confermato in una decisione del 21 giugno del P4D: la commissione “tripartita” per la composizione delle vertenze ha deciso che Daud doveva essere licenziato entro fine giugno per motivi di “indisciplina grave” avendo consigliato ai lavoratori di Gunung Madu di rifiutare la proposta della direzione sugli aumenti salariali semestrali. I lavoratori della piantagione avevano rifiutato gli aumenti, insufficienti, quasi all’unanimità. Peraltro, dietro pressioni del servizio di sicurezza privato della piantagione, il sindacato aveva ritirato la sua raccomandazione iniziale di respingere l’aumento.

La medesima situazione s’è verificata anche nel complesso statale con piantagioni e zuccherifici PTPN X (Giava). Poche settimane dopo la creazione della FSPM TG la direzione ed i sindacati ufficiali hanno iniziato a fare pressioni su tutti i sindacati locali affinché si dimettessero dalla FSPM TG. Ma i lavoratori hanno ricostituito i loro gruppi locali come membri della federazione. Allora il locale Dipartimento del Lavoro ha contestato lo statuto giuridico della Federazione opponendosi in febbraio alla registrazione presso le autorità. Il sindacato ha accettato, per motivi pratici, di registrarsi nuovamente, e i lavoratori hanno dovuto pazientemente registrare nuovamente i membri locali della federazione, processo lungo che ha impedito loro di partecipare alle contrattazioni collettive in rappresentanza dei lavoratori.

L’FSPM TG fa parte dell’UITA, l’Unione Internazionale delle Associazioni di Lavoratori nei Settori Alimentazione, Agricoltura, Alberghi, Ristoranti, Catering, Tabacco ed Affini. Il 27 settembre, una “presa di posizione” del “Forum di solidarietà dei sindacati saccariferi indonesiani”, organizzato dai sindacati ufficiali accusava l’UITA di azioni “provocatorie e disoneste” per aver “sottratto dirigenti di altri sindacati”, “discreditato il Governo ed i sindacati indonesiani su Internet” e “rammentava con forza all’UITA di non interferire nelle questioni sindacali interne del paese”.
 
 
 
 
 
 
 
 



Licenziamenti antisindacali nelle Ferrovie
 

Come nel resto del mondo del lavoro, anche in ferrovia il padronato attacca pesantemente. Ma il ritardo e le difficoltà incontrate nel portare a termine la prevista ristrutturazione rendono questo attacco particolarmente arrogante, da apparire, talvolta, incomprensibile ed autolesionista.

Così ai quattro ferrovieri licenziati in seguito alle denunce sulla mancanza di sicurezza divulgate dal programma RAI “Report”, ne sono seguiti altri quattro, due in Trenitalia e due in società satellite. L’ultimo, Dante De Angelis, RLS di Roma, è stato accusato d’interruzione di pubblico servizio a seguito del suo rifiuto a porsi alla guida di un treno munito del sistema VACMA, altrimenti detto “Uomo morto”.

I ferrovieri si battono da sempre contro questo pseudo-nuovo apparato tecnico, sostanzialmente identico a quello che si era provato ad imporre ai macchinisti negli anni dell’interguerra. Nonostante gli arbitrati vinti, la condanna di sette ASL e due accordi con tutti i sindacati che prevedono il suo smantellamento, il VACMA è continuamente riproposto quale “soluzione finale” per giungere all’Agente Solo, ovvero per ottenere l’eliminazione di quasi il 50% dei macchinisti.

La pressione esercitata sul personale è enorme, ma il fronte si è maggiormente compattato nel tempo proprio per l’assurda arroganza esercitata dalla Società e per l’acquiescenza dei Sindacati Confederali.

Anche l’OrSA, da tempo catturata nell’orbita consociativa, ha difficoltà, nel suo insieme, a prendere posizioni decise e coerenti. Al suo interno permane però un fronte di opposizione che è stato il fulcro sul quale si è creato il movimento che a tutt’oggi riesce ad opporsi ad un’operazione che si dava già come cosa fatta.

Il “Coordinamento 12 Gennaio” prima, le assemblee degli RSU ed RLS svoltesi a Roma adesso, mantengono alto il livello organizzativo e di lotta, tant’è che altri scioperi sono stati proclamati ed effettuati in questi mesi, sempre con un’altissima percentuale di adesione.

La Società ha voluto dare un segnale licenziando un lavoratore eletto Responsabile della Sicurezza, pronta ad affrontare una eventuale sentenza ad essa sfavorevole del tribunale, al contempo sollevando un polverone che ha annullato tutto il lavoro operato sottobanco dai Confederali, che sono per un’adozione morbita del sistema di controllo e vigilanza, seppure attraverso meccanismi meno invasivi, ma che sono, in ogni caso, propedeutici all’introduzione del macchinista unico.

I lavoratori sanno di non avere alternative: quello che vogliono le FS è la devastazione del loro modo di operare, la loro “schiavizzazione”, in una ferrovia senza sicurezze, in cui il loro ruolo diverrebbe essenzialmente quello dei capri espiatori.

La lotta sinora ha pagato in termini di assunzioni, che sono state molto più ampie del previsto, nonché con l’adozione da parte di Trenitalia di sistemi tecnologici nuovi, che dovranno essere disposti sull’intera rete nazionale e non su una sola parte come ipotizzato a suo tempo dall’Azienda.

Questo benché il comportamento dell’OrSA abbia creato non poche difficoltà. In questo i ferrovieri hanno dovuto fare incassare l’ennesima delusione, e a maggior ragione i macchinisti, che erano riusciti a creare un’organizzazione, il CoMU che, pur con i limiti determinati dalla sua natura categoriale, era riuscito a frenare sino a pochi anni fa la ristrutturazione.

In una situazione, oggi resa più difficile che in passato dalle leggi sulla regolamentazione dello sciopero, il personale di macchina e quello viaggiante sono costretti a non abbassare la guardia, sapendo di dover ancora una volta ripartire dalla volontà e dalla coscienza di quella minoranza che sa che la ricostruzione dell’organo sindacale della classe è indispensabile per la difesa quotidiana.
 
 
 
 
 
 
 
 
 



Ancora incidenti mortali al siderurgico di Taranto
 

Nel mese di aprile lo stabilimento siderurgico di Taranto è stato teatro di una serie impressionante di incidenti sul lavoro.

Un operaio 26enne, addetto ad un automezzo usato per la raccolta delle polveri di minerale dalle strade interne al grande stabilimento, venerdì 31 marzo, durante le operazioni di pulizia del mezzo, gli è rimasta incastrata la testa in un ingranaggio. Subito soccorso dai colleghi, lo sventurato è in ospedale fra la vita e la morte.

Gli infermieri del pronto soccorso gli hanno scoperto in una tasca della tuta un pacchetto con 11 dosi di cocaina. Sospettando che l’operaio fosse drogato, hanno eseguito dei controlli che hanno dato esito positivo. E già i media di massa locali strepitano che si consuma cocaina all’interno della fabbrica e che si spaccia tra gli operai, ormai in numero preponderante giovani, quella che era definita “la droga dei ricchi”.

Questa brutta storia sarà certo usata dal padrone per avvalorare la propria tesi sulla sicurezza in fabbrica: gli impianti sono sicuri e sono gli operai ad essere distratti e maldestri, e magari pure drogati. E potrebbe avere un peso nella lotta per la sicurezza delle condizioni di lavoro. Il direttore dell’Inail locale, statistiche recenti alla mano, non manca di notare che gli infortuni avvengono soprattutto al lunedì e accusa i giovani operai di iniziare la settimana più affaticati di quando l’hanno terminata.

Il lavoro salariato, è sempre drogato. L’operaio non comunista può esser spinto a cercare di dimenticare la sua triste condizione ieri nel vino oggi nelle pasticche. Per contro l’uso degli eccitanti viene quasi richiesto dalla imposizione di un sempre crescente sforzo di lavoro. All’origine di tutto questo dobbiamo scorgere la decadenza della società borghese che corrompe anche dei proletari, portando tutto e tutti all’autodistruzione.

Ma il 18 aprile si verifica un nuovo incidente, una fuga di gas investe un gruppo di operai che sta facendo manutenzione nell’area dell’altoforno n.1 ed uno di essi muore soffocato, un 48enne di Mesagne, nel brindisino, di una ditta dell’appalto.

Di nuovo nel turno di notte del 21 aprile, tre operai che stanno lavorando ad un quadro elettrico sono investiti da una fiammata e restano ustionati al volto; uno è grave. Pare che sia caduto loro un giravite sopra i contatti.

Solo per il decesso dell’operaio viene indetto uno sciopero di 32 ore, molto partecipato, con l’80% di adesione. Per l’incidente precedente, erano state organizzate nei pressi dell’ospedale delle manifestazioni di solidarietà col collega “giovane e inesperto”, ma non lo sciopero.

La vertenza sulla sicurezza è intermittente, si riaccende solo quando si verifica il fatto grave. I sindacati imputano alla direzione della fabbrica una diffusa insicurezza legata alla obsolescenza degli impianti, alla scarsa formazione del personale, al ricorso ai lavoratori poco esperti degli appalti. E non manca tra i rappresentanti metalmeccanici una certa nostalgia verso la stagione precedente alla crisi economica, che viene, erroneamente, identificata con quella del capitalismo di Stato nella siderurgia.

Il padrone invece sostiene di avere investito ingenti risorse per modernizzare la fabbrica.

Ma quante sono state le vittime al IV centro siderurgico di Taranto dalla sua costruzione, datata 1961, ad oggi, si domanda il giornalistume locale ? Nessuno lo sa, né la direzione (la fabbrica ha cambiato proprietà e il nuovo management non conosce i dati della vecchia gestione Iri), né i sindacati, né l’Inail che ha mandato al macero i vecchi registri. Qualcuno ha pensato di interpellare la Rai, che nelle sue teche conserverebbe un provvidenziale “documentario” del 1977.

Arriva un ex dipendente Italsider che, iscritto alla facoltà di psicologia, prepara la tesi di laurea sugli infortuni all’Ilva, dal titolo “Aspetti psicosociali del problema infortunistico mortale in un’azienda siderurgica”, documentandosi proprio da quegli archivi che l’Inail non avrebbe voluto conservare. Nel periodo oggetto della sua ricerca, dal 1961 al 1977, gli infortuni mortali sono stati 112, 32 fra i dipendenti diretti e 80 nell’appalto. L’anno nero fu il 1964, quando morirono in 15. Nello studio si fanno anche i nomi e i cognomi dei caduti sul lavoro.

Ci auguriamo che questa macabra contabilità e grottesca ricerca delle vittime dimenticate, presto, nella società comunista, sia tramandata come un documento sulle preistoriche condizioni di vita nel ciclo storico delle società classiste.

Nonostante l’alto grado di pericolosità al Siderurgico, e senza contare il numero di morti indirette dovute dall’inquinamento dell’aria, i lavoratori continuano ad affidarsi ai sindacati confederali, che sono strutture essenzialmente esterne alla classe e che mai hanno impostato una lotta seria per la sicurezza.

I lavoratori attuali del Siderurgico sono essenzialmente giovani, per ricambio generazionale. In molti hanno “ereditato” l’impiego dal padre, molti dei quali, secondo una pratica sociologicamente conosciuta come quella del “metal-mezzadro”, erano contadini poveri che, una volta entrati in fabbrica, a volte anche grazie a qualche raccomandazione, continuano i lavori agricoli nel tempo libero. I figli, che hanno studiato all’istituto professionale o a quello tecnico, sono stati assunti con contratti a termine, e quindi sono lontani dal prendere iniziative sindacali sotto ricatto di perdere il posto. Percepiscono il salario base di 1.100 Euro; è un salario elevato per una città meridionale come Taranto, che li rende, relativamente, dei privilegiati; anche perché, quasi tutti, come i loro coetanei di tutta Europa, vivono in famiglia e non hanno figli da mantenere.

Una certa sindacalizzazione però sta riprendendo all’interno di Fiom-Fim-Uilm, mano mano che il rapporto di lavoro si trasforma da determinato a indeterminato, toccando i 6.000 iscritti, mentre fino a pochi anni fa erano forse 3.000.

Un ambiente troppo sfavorevole, per ora, perché sia revocata la delega sulla vivibilità in fabbrica rilasciata ai sindacati confederali, che magari una certa difesa la abbozzano. Faranno pur poco, ma uno sciopero lo hanno indetto, così come le pressioni sull’Azienda per ammodernare gli impianti.

Quel che è certo è che non basteranno sniffate e diaboliche pasticche, oltre alla droga social-pacifista e democratica, a tener buona, per sempre, la classe operaia. Anche se bene non le fanno di certo.