Partito Comunista Internazionale
Il Partito Comunista N. 340 - marzo-aprile 2010
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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 1° Maggio 2010: Il capitalismo è ormai solo un nauseante cadavere - La classe internazionale dei lavoratori può e deve liberarsene - Necessità ed utilità della crisi.
– La Grecia, la guerra nella finanza e la crisi mondiale.
– Dietro crisi e disoccupazione si prospetta il superamento rivoluzionario del capitalismo.
PAGINA 2 L’anti-irredentismo di una sinistra della Seconda Internazionale di fronte alla Prima Guerra: La Sezione Italiana Adriatica del Partito Operaio Socialista in Austria (Parte 4, continua dal numero 339) Manovre di avvicinamento alla guerra: L’irredentismo italiano in Istria e Dalmazia - Dalla guerra alla nuova Internazionale (Fine del rapporto).
Riforma della sanità americana: Un bel regalo alle assicurazioni.
PAGINA 3 – La rivolta dei braccianti immigrati: Proletari di tutto il mondo unitevi.
PAGINA 4 – Il capitale, cinese ma sempre apolide, si impadronisce dei “gioielli di famiglia” italiani.
– Cresce ovunque la disoccupazione.
– Sempre peggiori le condizioni di lavoro dei trasportatori su strada.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

PAGINA 1


1° Maggio 2010

Il capitalismo è ormai solo un nauseante cadavere

Per il marxismo la storia è una successione di modi di produzione e dei rapporti fra gli uomini che essi determinano, dal comunismo primitivo, organico e naturale, alle società di classe. L’epoca capitalistica si affermò sulla base della tecnica produttiva moderna, che utilizza le scoperte della scienza e nelle grandi fabbriche concentra i lavoratori. Il proletariato moderno, privo di ogni mezzo di sussistenza, diventa un venditore della propria forza lavoro.

Ma il potenziarsi dei sistemi produttivi, anziché condizione di benessere, nel regime capitalista genera una crescente miseria e insicurezza. Lo spropositato accumulo di merci prodotte, nella quasi totalità inutili o dannose, che il mercato non riesce ad assorbire, genera quel fenomeno esclusivo del capitalismo che è la sovrapproduzione, la povertà nella ricchezza.

Inoltre, per il crescente impiego di macchine e la relativa diminuzione del numero di lavoratori, si determina la caduta tendenziale del saggio del profitto: il Capitale, più smisuratamente cresce e sembra ergersi potente sopra tutta la società, più riduce la sua forza e vitalità. Questo meccanismo della crisi economica la rende in nessun modo sanabile.

È questo stato agonico del capitalismo che costringe gli Stati al ricorso alla guerra imperialista: è solo per rimandare la propria fine che la mondiale classe borghese spinge, da una parte, all’aumento dell’estorsione di plusvalore dalla classe operaia, dall’altra, a precipitare l’umanità in una terza guerra imperialista, ove schierare i lavoratori gli uni contro gli altri.

La crisi del 1929 portò gli imperialismi a scontrarsi nel secondo macello mondiale: solo dopo distrutti uomini, città, macchinari, merci riuscirono a far ripartire l’accumulazione. Questo demente ciclo di crescita si è chiuso a metà degli anni settanta con l’inizio dell’attuale crisi.

La classe internazionale dei lavoratori può e deve liberarsene

Una sola forza esiste all’interno della società capitalistica che può dare il colpo finale a questo regime, la classe operaia, la classe che non solo già produce la totalità della ricchezza ma che anche, una volta liberatasi dalla sottomissione politica ed economica al Capitale, è portatrice della società nuova, il Comunismo, che dal guscio capitalista sempre più preme per venire alla luce.

Ma oggi, nonostante questa maturità oggettiva, la classe operaia in tutti i paesi, a causa del travagliato secolare percorso della sua emancipazione, è costretta a ripartire da zero.

Il travolgente tentativo rivoluzionario nei primi due decenni del secolo scorso aveva prodotto un partito comunista mondiale, la Terza Internazionale Comunista, impostata sulle tesi radicali ed intransigenti del marxismo originario di sinistra, ed era giunto alla vittoria in Russia e alla presa del potere, in nome della rivoluzione comunista mondiale.

Sconfitta in tutti i paesi quella ondata rivoluzionaria, che aveva fatto leva sul disfattismo proletario in pace e in guerra, la classe operaia da allora è stata investita da tradimenti e inganni da ogni lato che, peggiori di quelli che avevano portato alla degenerazione della Seconda Internazionale socialdemocratica e riformista, le facevano perdere ogni coscienza e ricordo di sé.

Stalinismo, maoismo, castrismo, con la teoria del socialismo in un solo paese, venivano a mascherare sotto le insegne del comunismo, ideologie, principi, partiti, Stati ed economie in tutto capitalisti e borghesi.

In parallelo si portava il movimento comunista ad allinearsi e confondersi con le rivendicazione della difesa della democrazia, che non può essere che borghese, e dell’anti-fascismo, facendo dei partiti comunisti degenerati i difensori ad oltranza dei parlamenti, delle Costituzioni e della legalità borghese.

Anche il movimento sindacale era trascinato in questa corrente di sottomissione agli interessi e alle istituzioni del capitalismo e portato a rinunciare alla prospettiva, che prima lo aveva informato, non solo della difesa del lavoro e del salario, ma della emancipazione della classe lavoratrice dal Capitale, indirizzo che solo ne rappresenta il proprio vero e pieno significato.
 

Necessità ed utilità della crisi

La crisi del Capitale non è la crisi della classe operaia, correttamente intesa, anche se è soprattutto questa a pagarne le conseguenze. È, propriamente, la crisi mortale del suo nemico storico e sociale, ed è la premessa per l’abbattimento rivoluzionario di questo regime, per la dittatura del proletariato.

Compagni, oggi dobbiamo ripartire da zero!

La classe operaia ha un suo bagaglio di teoria, una sua completa visione del mondo, ed un secolo e mezzo di lezioni da numerose sconfitte e da poche ma grandiose vittorie. Tutto quello che le è stato insegnato, dai nemici e dai falsi amici, negli ultimi ottanta anni si è dimostrato falsità e menzogna; il marxismo autentico invece non ha mai tradito né illuso e la giustezza delle sue previsioni sulla catastrofe del capitalismo sono sotto gli occhi di tutti.

Il compito dell’oggi è quello della riscoperta della originaria dottrina comunista e del partito comunista internazionale, che solo ne può essere il depositario e la può impugnare, al suo interno e nell’azione politica.

Sul piano della lotta difensiva immediata il proletariato internazionale troverà anche la forza di reagire all’attacco che sta subendo e di ridarsi una organizzazione sindacale di classe. Questa tornerà a rifiutare ogni corresponsabilità nei confronti della economia dei borghesi e delle loro nazioni, essendo il suo scopo la difesa incondizionata dei lavoratori. Questo sindacato, organizzato per categorie ma anche territorialmente, renderà possibile l’incontro fra lavoratori di diverse specializzazioni, nazionalità e opinione politica, occupati e disoccupati, oggi mantenuti separati nelle singole aziende. Questo favorirà l’unione e il coordinamento delle lotte sugli obbiettivi comuni.

Il compito che attende le nuove generazioni proletarie è entusiasmante e grandioso, così come la prospettiva dell’emancipazione comunista dell’uomo da questa società in putrefazione.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


La Grecia, la guerra nella finanza e la crisi mondiale
 

In questo convulso periodo, approfittando della crisi in Grecia, un paese particolarmente esposto nell’area dell’Euro, è andato in scena un attacco concertato alla moneta europea, insieme alle dinamiche degli scontri nell’ambito finanziario. Dietro ci stanno le frizioni tra i grandi Stati, di cui le finanze sono comunque l’espressione.

Certo per gli economisti conta solo la teoria, la politica ha altri tempi ed esigenze, ciechi – certo per scelta interessata – alle dinamiche tra Stati che si manifestano anche nella sfera della finanza, oltre che dell’economia.

Fallimento sì, fallimento no, tanto per i “troppo-grandi-per-fallire” quanto per gli Stati come la Grecia, e domani molti altri, che non riescono ad onorare i propri debiti. Sostegno delle autorità monetarie e politiche fino allo svenamento, o feroci purghe da cavalli per il ciclo economico.

Usarono questa dura ricetta nei lontani anni dopo il ’29, ma non ne furono troppo soddisfatti. Oggi va di moda il quantitative easing, la generazione di denaro senza alcuna remora di bilancio, la più facile e l’ultima della cure possibili. La regola attuale, accettata da tutte le politiche finanziarie, consiste nel trasferire il debito stratosferico del mondo finanziario allo Stato, dal privato al pubblico.

Voci discordanti da questa pratica, nello sterminato palcoscenico borghese, non mancano, critiche dell’abominio finanziario attuale, però, prigioniere del loro schieramento di classe, pretendono opporre un capitalismo etico, una razionalità morale alla follia di crescita senza freno del capitale produttivo di interesse. Critici delle malefatte delle politiche statali e dei grandi gruppi finanziari, ne denunciano i conti truccati, ma sono incapaci sempre di ribaltare e trascendere la visione di un sempiterno capitalismo.

Esprimono il punto di vista della piccola borghesia per la quale l’alternativa tra capitalismo e comunismo è pari a quella tra la forca e la sedia elettrica. Senza contare che in borsa qualche buon colpo, in modo etico, s’intende, è sempre possibile farlo, e poi per difendere i risparmi sotto il capitalismo non c’è altro modo.

Tutte le svariate teorie economiche borghesi affermano che le bolle finanziarie, le crisi del credito, i crolli borsistici e tutto quel che ne consegue, hanno la loro radice principalmente nel mondo del capitale finanziario, e che le regole di quello vadano modificate, o rese più rigorose e soggette a vincoli da parte delle autorità politiche e monetarie per evitare o ridurne gli effetti più perniciosi, innanzitutto nella sfera della economia reale – come da tutti loro è definito il ciclo produzione-consumo dei beni. Le ricette variano da scuola a scuola, così come l’individuazione della causa prima; ogni ramo della multiforme dottrina borghese ha le sue formule, i suoi modelli, le sue proiezioni econometriche.

Gli analisti più arditi, gli specialisti delle storture della finanza, non hanno dubbi: il problema è tutto nel campo dell’etica, una questione di umana follia o sconsideratezza. Ma più o meno, fatti salvi i distinguo scolastici e le sfumature di rito, il punto di partenza è lo stesso. È sempre la finanza che, sotto determinate condizioni, interviene nel processo della produzione e consumo, ne altera o peggiora il movimento, lo deprime fino alla recessione o rende talmente critica la fase dell’acquisto-consumo, innescando una dinamica mal controllabile dell’aumento dei prezzi, da mettere in crisi la stessa fase della produzione.

Relativamente a questo delicato passaggio si può assistere agli scontri teorici più accaniti. Beninteso, la teoria marxista è da tutti spregiata o negletta e demolita; in questo c’è accordo completo e il fronte è compatto. Siamo assolutamente ed orgogliosamente soli. Sulla formazione del denaro, sulle Banche centrali, l’intervento dello Stato nell’economia, sui meccanismi di generazione del credito e la sua moltiplicazione, sui debiti degli Stati il dibattito è feroce. Anche se quasi mai attinge il superiore livello della politica, della ragion di Stato.

Per portare qualche esempio, la Scuola Austriaca trae da questo spostamento pubblico-privato, con la forsennata emissione di moneta, auspici mortali per le sorti dell’economia intera. Il Fiat money, sia fatto il denaro, il meccanismo di generazione e moltiplicazione della moneta da parte delle Banche Centrali, sarebbe la radice di ogni sventura per il capitalismo, che potrebbe essere un sistema sano e sempiterno, portatore di ogni benessere a condizione che sia tutto stabile e fisso, ancorato ad un riferimento immutabile. Teoria cardine del piccolo borghese che non sopporta il pensiero delle minacce che da ogni parte subisce il suo capitale, a cominciare dall’ingordigia dello Stato con le sue tasse. È l’ottuso sogno della crescita ininterrotta senza che nulla cambi, a cominciare dalla base monetaria, dove solo il riferimento aureo garantirebbe stabilità, per finire con l’intoccabilità del capitale, visto quale prolungamento dell’esistenza individuale del suo proprietario, che solo a queste condizioni omeostatiche potrebbe crescere indefinitamente.

Proprio la teoria adatta nell’epoca del morente imperialismo monopolistico, espanso alla scala mondiale, senza limiti geografici, senza impicci di luoghi e di tempi, che è spinto dalle sue leggi a dover crescere senza posa. E quando il suo aumento come tasso scende tendenzialmente verso lo zero, sembra moltiplicarsi in un gioco di segni di valore senza alcun riscontro nel processo effettivo della creazione del valore, quello produttivo

Se le assicurazioni contro il fallimento delle obbligazioni – i famigerati CDS – non fossero stati usati, dicono, per un micidiale gioco al ribasso, addirittura contro il debito contratto dagli Stati medesimi!, se la finanza “derivata”, con i suoi incredibili strumenti produttori di utili di carta, non fosse stata così esasperata nell’utilizzare l’effetto leva per moltiplicarli oltre ogni ragionevole misura... Insomma, se la finanza fosse stata un po’ più al servizio dell’economia e non si fosse così prepotentemente sostituita all’economia stessa per generare profitto, forse non saremmo a questo punto e la strada della ripresa non sarebbe disturbata da accidenti di percorso che rischiano di far tornare indietro questo magnifico cammino.

Proprio ora che le borse stavano tornando ai livelli pre crisi in modo impetuoso, che le “trimestrali” di banche e grandi gruppi industriali mostravano utili in crescita, che il PIL delle prime economie mondiali era in netto aumento – nel settore bancario americano si registrano utili stratosferici – insomma ora che i segni della ripresa erano evidenti, proprio ora, una delle più deboli strutture economiche dell’area Euro dichiara di essere ad un passo dal fallimento, non potendo onorare le scadenze dei debiti contratti sul mercato mondiale!

Noi torniamo cocciuti ai fondamenti della nostra scuola, posizione che abbiamo sempre mantenuto con coerenza. La pretesa che sia la finanza, o i suoi effetti perversi, ad intossicare le sorti dell’economia è per noi falsa, il contrario del movimento reale. La finanza anticipa un valore che si prevede sarà prodotto in un futuro più o meno prossimo, valore che da subito però funziona esso stesso come capitale. Questa massa di segni, che non ha un corrispettivo reale in beni e in valori, di fatto viene usata ed entra nel ciclo del capitale produttivo di interesse e, conformemente alle sue leggi, è moltiplicata nel ciclo finanza-borsa-finanza.

È un debito, di entità sempre crescente, contratto “sul futuro” e che non può, oltre un certo grado, essere saldato. Questo livello è stato abbondantemente superato nell’ultimo scorcio del presente decennio.

Storicamente l’azzeramento di questo debito è realizzato dal capitalismo tramite le guerre, non ci sono altre possibilità. Pretendere che sia l’aumento mondiale del PIL, per quel che vale questo indice truffaldino usato per dimostrare tutto ed il suo contrario, in parole nostre la crescita costante del capitale in funzione e del valore prodotto, equivarrebbe a pretendere di svuotare una vasca con una pompa che aspira la metà di quanto liquido vi si getta. Infatti il debito aggregato del mondo capitalistico continua imperterrito a salire.

Noi, secondo la nostra dottrina, affermiamo che è nei frangenti come l’attuale che si misura la forza dirompente della caduta del saggio di profitto, che nessun aumento del PIL potrà mai invertire.

Ma anche senza scomodare questa asperrima legge di Marx è un fatto evidente che non è più possibile coprire con la “economia reale” lo smisurato debito accumulato per l’espansione senza limiti dei segni monetari. Tutti gli strumenti di “ingegneria finanziaria”, il cui uso ne aumenta “secondo bisogno” il volume, hanno il solo scopo di spostare oltre il momento di “fare i conti”; è questo ormai il solo loro fine, ulteriore conferma che del capitalismo non c’è proprio nulla da riformare o recuperare.

Siamo nella fase culminante della crisi generale. Da dieci anni l’economia capitalistica va avanti tra crisi, riprese e nuove crisi sempre più gravi. È questo il ciclo del capitale, ma sperarlo noi sempre con le caratteristiche del 1929 sarebbe un errore di ottimismo. Di venerdì neri, in questi anni, ne abbiamo visti parecchi: è una semplificazione prendere le crisi di Borsa, eppure profonde e dirompenti, come una premessa necessaria o sufficiente di ogni grave crisi di sovrapproduzione.

Tutte le dottrine economiche che affrontano le tragiche empasse del capitalismo, le sue crisi cicliche, di fase in fase sempre più profonde fino al salasso rigeneratore della guerra, siano esse “stataliste” o “privatiste”, di “destra” o di “sinistra”, stanno per noi nel campo dell’avversario, imbalsamatori del cadavere, pretesi medici del sistema fondato sullo sfruttamento della forza lavoro e sull’accumulazione del capitale.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Dietro crisi e disoccupazione si prospetta il superamento rivoluzionario del capitalismo
 

La crisi del capitale è dovuta alla sovrapproduzione di merci. I borghesi, e i loro innumerevoli ruffiani di corte, si stupiscono di come questo meraviglioso sistema di produzione possa produrre simili anomalie. La disoccupazione dilaga e nessuno di loro, ovviamente, ha una soluzione.

Alla disoccupazione capitalista non esiste rimedio capitalista. Le risposte date ai lavoratori, episodiche, inconcludenti, prive di senso, non affrontano le cause reali del problema e si riducono ad un offensivo rivoltante piagnisteo. La borghesia non sa rispondere e nemmeno lo vuole. Deve confondere i lavoratori sulla natura di questa crisi che impone loro i sacrifici maggiori. La peggiore fra le litanie di giornali e Tv è quella che imputa la crisi alla cattiva amministrazione aziendale, o alla malvagità personale di qualche padrone senza scrupoli.

Noi comunisti rivoluzionari sosteniamo da sempre che il capitalismo non può né evitare queste sue periodiche tormente né tantomeno controllarne gli effetti sociali. Quello che può fare, e lo fa con grande maestria, è scaricarne gli effetti, per quanto possibile, sulle spalle dei lavoratori.

Il proletariato internazionale dovrà fare sua questa ineluttabile verità: la crisi, e quindi tutte le sue conseguenze, è dovuta non alle menzogne propagandate, ma al troppo ed inutile lavoro di ieri. A costringere milioni di salariati oggi a sottostare a questo stato di inerzia lavorativa è l’enorme, inutile e insensata produzione di merci, il paradossale meccanismo che spiega come fino a ieri i padroni richiedevano sacrifici, turni massacranti e straordinari per produrre di più ed oggi, quando va bene, impongono la cassa integrazione.

La parola della borghesia, avallata dai complici sindacati di regime e da tutti i partiti di destra e di sinistra, è sempre stata ed è: ripresa produttiva! Illusoria direttiva. Se, infatti, il problema è il capitalismo, quale la soluzione? Più capitalismo, dicono loro. Qui la chiave di volta della questione: questo sistema economico non ha via di scampo, non esistono passaggi segreti, nessuna via di fuga è consentita, è obbligato a percorrere la sua strada.

Lo dimostra il divenire storico nell’ultimo mezzo secolo delle nazioni in oriente, piccole e grandissime, le quali, nonostante le difformità iniziali, e anche la menzognera veste “comunista” che gli è stata imposta, non hanno manifestato “nuovi modelli di sviluppo” ma seguito alla lettera la tormentata e catastrofica via “occidentale” al capitalismo, esattamente come la descrisse Marx. Non esistono “percorsi alternativi”.

Oggi il dogma dei sindacati di regime, a livello mondiale veri agenti della borghesia in seno alla classe operaia, è sempre lo stesso: solo se crescono i profitti, e dopo di questo, è possibile richiedere un parziale adeguamento dei salari. Pertanto, in periodi di recessione i lavoratori dovrebbero passivamente acconsentire che i salari si riducano.

Ove, contro il capitalismo in crisi che taglia i posti mentre aumenta i carichi per chi è rimasto, gli operai tendano ad opporsi ai licenziamenti o, portandosi su un terreno di classe, richiedano un adeguamento delle paghe, ecco pronti i sindacati di regime a svolgere il loro compito: non turbare la pace sociale, che poi è pace per i borghesi, miseria guerra e super sfruttamento per i proletari. Anni di opportunismo sindacale hanno diffuso la pretesa che un’eventuale richiesta di adeguamento del salario risulterebbe in un danno per i lavoratori disoccupati, come se il monte salari fosse una quantità fissa e non entro certi limiti modificabile per mezzo della lotta operaia.

La impostazione sindacale del partito, anche se si sente vicino a chi lotta contro il licenziamento, considera insufficiente la parola d’ordine “difesa del posto di lavoro”, che confina l’orizzonte proletario all’interno della singola azienda. Il capitalismo mondiale in crisi non può non far crescere il numero dei senza lavoro. Anche dal punto di vista prettamente borghese sarebbe più razionale pagare direttamente un salario ai disoccupati che tenere in piedi una serie di attività totalmente improduttive.

È dalla rivendicazione di salario ai lavoratori disoccupati che probabilmente ripartirà il futuro sindacato di classe, portandola in antitesi agli interessi dei borghesi. Solo allora inizierà il riscatto proletario contro gli opportunisti sindacali e politici di ogni colore che sacrificano le vite di milioni di lavoratori in nome del profitto dei borghesi.

Per contro, la panacea di tutti i mali dei capitalisti, o quasi, è una: la guerra. La ripresa dei profitti infatti potrà esser raggiunta solo attraverso un terzo macello mondiale. Sarebbe una ripetizione della seconda guerra, con i suoi 55 milioni di morti, la quale, non solo ha permesso una ripresa produttiva in tutti i paesi, sia vinti sia vincitori, ottenuta con il bestiale sfruttamento della classe lavoratrice, ma ha anche in pochi anni abbattuto l’enorme disoccupazione del periodo pre-bellico, dovuta alla crisi economica che anche allora colpiva tutti i fronti borghesi in lotta.

Se il corso storico del Capitale è tragicamente segnato, anche per i lavoratori di tutti i paesi non esistono altre strade, se non quella che li porterà a lottare per il loro vero fine, una futura società non più basata sullo sfruttamento del lavoro salariato, non più divisa in classi sociali, il Comunismo. Allora la produzione non sarà, come è oggi, un processo incontrollabile, ma centralmente regolata per il progresso umano. Una società senza classi, che ordinerà e ripartirà la produzione e la distribuzione dei beni senza i feticci ossessivi del Costo, del Valore, del Profitto, oggi venerati Dèi sanguinari, usando finalmente in modo cosciente tutte le conquiste e le scoperte nei secoli acquisite. La società dell’uomo non del capitale.

Lo stato oggettivo – tecnico, economico e sociale – del capitalismo è oggi così pletorico, perfetto diremmo, nella sua diffusione planetaria e pervasività in ogni fessura della economia, in tutti i settori produttivi e della vita e della psicologia quotidiana, che chi vuol vedere non può non riconoscere che già appieno ha generato al suo interno il comunismo, in ogni sua parte formato e vitale. Tutto è ormai pronto e predisposto per la forma comunista di vita associata.

Ne trattiene, a forza, la nascita, il suo dispiegarsi, solo il fatto storico della controrivoluzione. Un aspetto di questa sarà la guerra guerreggiata fra gli imperialismi, che non è già molto distante. Un altro, che la rivoluzione appaia decisamente lontana, almeno nei cuori e nelle menti dei lavoratori, che hanno smarrito quella coscienza di classe acquisita in secolari lotte e battaglie. La lunga controrivoluzione ha determinato il prevalere dei partiti opportunisti e dei sindacati borghesi, che diffondono nella classe la sfiducia nella propria forza. È la controrivoluzione che fa apparire ai più l’organizzazione, la rivolta, la mobilitazione operaia inutile se non addirittura utopica e impossibile.

La controrivoluzione si è generata dalla sconfitta della rivoluzione nella guerra civile nel primo quarto del secolo scorso e si è potuta alimentare e mantenere da allora solo grazie al ciclo positivo di espansione dell’economia capitalistica e della sua diffusione mondiale ai paesi già colonizzati e a quelli ancora arretrati. La crisi economica è quindi la prima premessa per la inversione del ciclo della storia politica del mondo.

La classe lavoratrice, a differenza degli strati piccolo borghesi, contadini ed artigiani, è una classe internazionale, come il capitale che la opprime, ed ugualmente universali sono sia le causa delle sue sofferenze sia le sue ambizioni e destini, rimedio a quelle, che consistono nel suo programma di emancipazione comunista.

Quindi il movimento dei lavoratori sarà costretto a contrapporsi ai partiti e ai sindacati collaborazionisti, che li racchiudono nella gabbie aziendali e nazionali, e dovrà seguire le indicazioni del partito comunista rivoluzionario, che li schiererà in guerra al padrone, ai padroni, allo Stato. Non più difesa della fabbrica e sostegno dell’economia nazionale, e in un tragico domani, difesa in guerra della patria nazione, ma disfattismo di classe su tutti i piani e su tutti i fronti. Tramite il suo partito riconoscerà il comune fine di tutti i salariati del mondo a prescindere da nazionalità, razza, religione.

Tale movimento, indispensabile oggi per difendere i licenziati abbandonati a loro stessi, lo sarà domani ponendosi contro entrambi i fronti borghesi in guerra, nella convinzione che il nemico non è il proletario con una diversa uniforme ma la borghesia nazionale.

È grazie al filo rosso che ci lega al partito storico, alla rivoluzione comunista, alla nostra classe, che oggi con fermezza e decisione ribadiamo le parole d’ordine proletarie in difesa di occupati e di licenziati.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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L’anti-irredentismo di una sinistra della Seconda Internazionale di fronte alla Prima Guerra
La Sezione Italiana Adriatica del Partito Operaio Socialista in Austria

Manovre di avvicinamento alla guerra

(Continua dal numero scorso)

L’irredentismo italiano in Istria e Dalmazia

I liberali-nazionali (Italienischliberal) concentravano i loro attacchi contro la linea internazionalista del partito, denunziandola come strumento – più o meno cosciente – del dominio asburgico e dell’aggressività slovena, e presentando i socialisti adriatici come avversari, talora traditori, della causa nazionale. E tutta l’informazione liberale-irredentista si scagliava non tanto contro il deprecato potere asburgico, con il quale la borghesia irredenta faceva ottimi affari, ma, essenzialmente, contro il proletariato ed accusava il partito socialista di essere un manutengolo di Vienna.

Riguardo alla coerenza politica degli irredentisti italiani di Istria e Trieste sarebbe sufficiente questo breve quadro che ne fece Pittoni: «Tutta la classe operaia e i contadini non sono irredentisti, anzi sono antirredentisti. La maggior parte della borghesia non è irredentista. Rimane dunque una piccola parte della borghesia e una gran parte degli intellettuali, che guardano tanto più oltre al confine quanto meno occasione hanno di sviluppare all’interno la loro vita intellettuale. Spesso non è possibile distinguere fra i naturali sentimenti di affinità intellettuale e il vero irredentismo (...) Spesso ciò che appare come una corrente irredentista non è che una politica di disperazione di partiti borghesi, da una parte incalzati dai socialisti, dall’altra dal partito di De Gasperi e Spadaro. Come dappertutto in Austria, abbiamo anche noi una borghesia politicamente inerte, che nella grande lotta storica con il proletariato cerca rifugio nel nazionalismo. Noi che conosciamo intus et in cute i nostri capi irredentisti, sorridiamo; noi vediamo i temuti ribelli, i martiri compianti di là dal confine, godersi fra noi il potere e subirne gli effetti sfibranti e accomodanti, piegare compiacenti la schiena al governo, accettare spesso ordini e decorazioni austriache, seguire processioni religiose e cortei patriottici, assistere a feste dinastiche, rifuggire timorosi da ogni manifestazione che possa, anche lontanamente, ricordare i loro presunti ideali, lasciando che un pugno di giovani si esponga inutilmente alle persecuzioni poliziesche».

Si potrebbe pensare che simili affermazioni siano esagerate e, soprattutto, frutto di polemica e risentimento nei confronti degli avversari politici. Invece, a conferma della pusillanimità dei capi dell’irredentismo italiano, del loro opportunismo, della loro compiacente sottomissione all’Austria, sotto il cui dominio prosperavano i loro interessi economici, a conferma di questo vogliamo riportare la descrizione di due capi irredentisti italiani di Zara, come si legge in un rapporto del 22 febbraio 1916 redatto dalla polizia austriaca: «Sapeva di fronte al pubblico restar sempre nel retroscena, non si esponeva in nessuna maniera, anzi di fronte alle persone dell’autorità, al contrario, si mostrava lealissimo patriota (...) Cercava e trovava relazioni amichevoli presso autorevoli personalità politiche di Vienna dei vari Ministeri, ed in ogni dove lo si accoglieva di buon grado come persona leale e bene addentro nelle cose politiche». Parlando di altro irredentista “di spicco” lo stesso rapporto dice: «In apparenza clericale (...) seppe guadagnarsi la fiducia del capo della Presidenza Luogotenenziale e di altre persone influenti della Luogotenenza, e ciò valendosi della finzione di essere aderente del Dott. Bugatto, noto patriota clericale di Gorizia (...) Egli faceva comunicazioni confidenziali su persone e pretesi piani del partito radicale, si offriva sempre e si rendeva obbligate le autorità per i suoi servizi». Per una esauriente e dettagliata analisi della attività svolta da parte degli “irredentisti” italiani si veda L’Irredentismo Italiano in Dalmazia secondo i Documenti Segreti della Polizia austriaca, Roma 1924.

Non certo a caso alla città di Trieste era stato attribuito l’appellativo di “Fedelissima”. Dopo l’uccisione del principe ereditario a Saraievo, Il Piccolo, organo dei liberali-nazionali (ossia gli irredentisti italiani), e proprietà di Teodoro Mayer, futuro senatore con tessera fascista ad honorem per meriti patriottici, uscì listato a lutto; perfino la testata era stata fatta rientrare dentro la cornice nera, senza che nessuno glielo avesse richiesto. In occasione dei funerali, tanto il Comune quanto, Il Piccolo e la Lega Nazionale esposero ad ogni finestra drappi neri. Allo scoppio della guerra contro la Serbia, i borghesi irredentisti italiani esultarono intravedendovi, da navigati mercanti, il profitto economico. In più poterono dare sfogo a tutto il loro odio antislavo, sapientemente sfruttato dal governo di Vienna, e per le vie cittadine si sgolarono ad urlare invettive contro gli s’ciavi al ritmo della Marcia Reale suonata per la prima volte nelle orchestrine dei caffè.

Ma la borghesia triestina aveva fatto male i propri conti. Appena l’intervento inglese apparve sicuro fu pervasa dal terrore. Slapater racconta che in Borsa, quando ne giunse la notizia, piombò un silenzio glaciale, poi un pezzo grosso esclamò: L’è finita. Ed era veramente finita, sia per l’Austria sia per Trieste sia per i tanti piccoli Zeno. Molte banche e molti privati che avevano messo al sicuro riserve e patrimoni in Inghilterra se li vedevano sequestrati. Per di più il blocco inglese rovinava Trieste. Il porto fu disertato, le fabbriche ed i cantieri chiusero, le navi si portarono a Sebenico e la città venne presa dal peggiore dei conquistatori: la fame.
 

Dalla guerra alla nuova Internazionale

La miglior linea di difesa contro l’offensiva sciovinista era stata individuata dai socialisti adriatici in un rapporto stretto con i compagni del regno d’Italia, rapporto che avrebbe dovuto garantire sia il loro internazionalismo sia ribattere l’accusa di fare il gioco di Vienna. In effetti il problema non era semplice, nemmeno per la borghesia: lo Stato italiano da un lato soffiava sulle braci dell’irredentismo, dall’altro era legato agli Imperi Centrali dal Trattato della Triplice Alleanza, puntualmente rinnovato ad ogni scadenza.

Il Partito Socialista Adriatico – i socialisti di Trieste e di Trento dal 1906, avevano assunto la denominazione di “Partito Socialista Italiano in Austria” – denunciava le lotte nazionali come effetto dei contrapposti interessi borghesi e del centralismo asburgico che se ne giovava.

In quegli anni terribili le aspre lezioni, costate troppo sangue proletario, sulla inevitabilità della guerra imperialista in regime capitalista e sulla necessità della preparazione rivoluzionaria, che sola può fermarla, maturavano nella parte migliore della Seconda Internazionale e saranno caratteristiche e patrimonio della Terza comunista e di una parte dei partiti che vi aderiranno. Una discontinuità, uno scisma si imponeva nel movimento comunista mondiale, per un ritorno alla rigorosa coerenza mezzi-fini delle origini che era andata smarrita nel rilassamento riformista e socialdemocratico successivo alla sconfitta della insurrezionaria Comune di Parigi.

L’internazionalismo istriano-triestino è da annoverare fra una di quelle poche componenti di sinistra (quelle che al momento il nostro studio, certamente incompleto a scala mondiale, ha potuto rintracciare) della Seconda Internazionale che non tradirono e ressero sul filo della classe e del partito. Ci si mantenne, in quella temperie, “socialisti” e internazionalisti perché quella era la prospettiva “naturale” del proletariato e ad essa si configurava l’attività pratica con ogni mezzo.

Per fare un esempio, nel 1906, come direttore delle Cooperative operaie, Pittoni condizionò la vendita a credito ai ferrovieri di Gorizia al fatto che «un affiatamento avvenga tra loro, essendo diverse le nazionalità»; e nel 1905 aveva ricordato come la propaganda internazionalista valesse più di ogni altra cosa «a tagliar le gambe alle provocazioni e alla violenza cui le misere plebi agricole slave (...) talora si abbandonano».

Malgrado tutti gli insuccessi che abbiamo dovuto enumerare, ancora nei primi mesi del 1914 i socialisti adriatici caparbi si adoperavano attivamente perché quella quasi inesistente rete dei rapporti socialisti internazionali non venisse del tutto abbandonata. Nei primi mesi del 1914, mentre Jaurès e Bebel lavoravano intensamente all’organizzazione dei convegni interparlamentari franco-germanici, Oddino Morgari e Valentino Pittoni, conformemente al mandato affidato ai socialisti italiani ed austriaci dal congresso internazionale di Basilea, erano nuovamente all’opera per raccogliere a convegno i socialisti dell’Italia e dell’Austria-Ungheria.

Era già stata accettata l’idea di una prossima riunione di socialisti italo-austro-ungarici, alla quale si sarebbe dovuto invitare anche i socialisti di Francia e l’Ufficio interparlamentare di Bruxelles, quando l’attentato di Saraievo sconvolse tutti i propositi. Nel frattempo Bebel era morto, Jaurès assassinato; venivano così a mancare due uomini che, con molta probabilità, si sarebbero opposti all’infamia dell’adesione alla guerra ed alla conseguente distruzione della Seconda Internazionale.

Gli Stati d’Europa, armati fino all’impossibile, scatenarono il terribile macello. Lo scoppio della guerra vanificò l’ultimo progetto di riprendere il discorso del 1905 e sottopose a drastica verifica il proclamato internazionalismo ed antimilitarismo di ognuno.

Il Lavoratore ebbe una inequivocabile reazione alla manifestazione di socialpatriottismo alla quale si era abbandonato l’organo viennese del partito: «L’Arbeiter Zeitung parlando della guerra in corso si da l’aria di poter parlare per tutti i socialisti (...) Dappertutto, dopo scoppiata la guerra, il modo di sentire dei rappresentanti del nostro partito (...) in generale risulta diverso di quello che per tanti anni era potuto e dovuto sembrare» (15 agosto), al contrario viene elogiato il comportamento del PSI: «I socialisti d’Italia si battono strenuamente per la neutralità contro i tentativi nazionalisti» (31 agosto).

Nell’estate del 1914 si presentò alla redazione de Il Lavoratore, il noto socialdemocratico tedesco «Südekum, che voleva convincere gli italiani del pericolo del panslavismo, ma suscitò solo “ilarità”. Presumibilmente era la prima tappa del viaggio di Südekum in Italia, che si concluse con la riconferma, da parte dei socialisti italiani, della loro condanna della posizione tedesca» (E. Apih, Il Socialismo Italiano in Austria).

Quando alla fine dell’agosto una delegazione socialdemocratica austriaca si recò in Italia per un incontro “chiarificatore” con la Direzione del PSI, innanzi tutto fece tappa a Trieste nel tentativo di rendere ragionevoli quei socialisti che cocciutamente rifiutavano la guerra. Questo è quanto racconta Ellenbogen: «I compagni triestini ci ricevettero freddamente. Essi appartenevano a quella parte della socialdemocrazia che era fanaticamente contraria alla guerra (...) Nessuna considerazione della difesa degli interessi vitali di Trieste poteva farli desistere dall’appassionata condanna del crimine compiuto dai governanti di Vienna».

A settembre vi fu a Milano un altro convegno ristretto di socialisti italiani e dell’Austria. In questo convegno Mussolini, direttore dell’Avanti!, aveva dichiarato che la guerra che si combatteva fra l’Intesa da una parte e gli austro-tedeschi dall’altra era una guerra imperialista, dalla quale il proletariato non poteva sperare alcun beneficio, perciò il partito socialista italiano doveva rimanere fedele al principio della “neutralità assoluta”. Dopo sole poche settimane, Mussolini si pronunciava per la “neutralità attiva ed operante” per passare, successivamente, all’interventismo guerrafondaio.

I socialisti adriatici con la guerra e soprattutto con l’ignobile fine della Seconda Internazionale, e della quale molti erano in una certa misura prigionieri, videro, da un giorno all’altro, distrutta tutta l’opera loro. Angelo Vivante si suicidava, gesto che dobbiamo condannare alla stregua d’una diserzione, specie in considerazione della storia della nostra classe in Europa negli anni subito seguenti. Pittoni in una lettera al fratello del 26 gennaio 1915 invece scriveva: «È l’ubbriacatura della lotta che ci sostiene accanto alla convinzione profonda che la causa è giusta e vale la pena essere suoi istrumenti (poiché quanto più si avanza negli anni e nell’esperienza tanto più ci si convince di essere ben poco fattori – illusioni d’un tempo! – ma soltanto strumenti)».

L’attività politica non cessa e nel corso di diversi incontri si cerca un’intesa comune con i socialisti sloveni «in vista dell’imminente entrata in guerra dell’Italia (...) Non fu riscontrato il minimo contrasto (...) fu unanimemente votata la seguente risoluzione: I partiti socialdemocratici uniti del Litorale condannano la guerra e le aspirazioni nazionalistiche che ne furono causa» (Da Memorie di H. Tuma).

Durò fino alla primavera del 1917 la cappa di piombo del regime assolutista e militarista in Austria. Il socialismo visibile, se così si può dire, prodigò il suo impegno ad alleviare la carestia che colpiva Trieste, attraverso le sue Cooperative e con la presenza in commissioni e organismi assistenziali. Il Lavoratore, sottoposto alla censura, si sforzava divulgare in qualche modo la tematica contro la guerra.

Pittoni, assieme a E. Puecher, venne designato a rappresentare il socialismo triestino al progettato congresso di Stoccolma, con il mandato di impegnarsi per «la conclusione immediata di una pace generale e duratura, senza annessioni e senza indennità, con assoluto rispetto al diritto dei popoli di decidere dei propri destini, non escluse regolazioni di confini sulla base di accordi». Com’è noto la socialdemocrazia austriaca aveva fatto propri alcuni punti del programma di Zimmerwald. Ricordiamo che la conferenza di Stoccolma non si svolse per l’assenza dei socialisti dell’Intesa ai quali i loro governi democratici non concessero i necessari passaporti.

Dopo l’occupazione delle terre già “irredente”, il 17 novembre 1918 l’esecutivo del Partito Socialista Italiano in Austria decide l’adesione al PSI per «condurre d’ora in poi in perfetta solidarietà ed armonia le grandi lotte per la completa emancipazione della classe lavoratrice ed il trionfo del socialismo». Successivamente aderiranno al PSI anche i socialisti slavi.

Il 26 gennaio 1919 fu tenuto il primo congresso socialista della Venezia Giulia; il 7 aprile venne approvata l’uscita dalla Seconda Internazionale e l’adesione alla Terza.

Al congresso di Livorno le organizzazioni triestine e regionali del proletariato passarono, nella loro stragrande maggioranza, al Partito Comunista. Portarono al partito il glorioso Lavoratore, mantennero la direzione della Camera del Lavoro di Trieste nonché di svariati organismi proletari, circoli, etc.

Così il nuovo partito della classe operaia si presentava, il 1° febbraio 1921, agli ex “socialisti adriatici”:

«Proletari della Venezia Giulia!
«La causa del Comunismo ha vinto!
«Il Partito Comunista d’Italia voleva dal proletariato della Venezia Giulia una manifestazione di fede e di forza che attestasse il profondo attaccamento della gente del lavoro al sacro vessillo della Terza Internazionale, speranza radiosa di tutti gli sfruttati e di tutti gli oppressi.
«La grande prova è stata data e vinta: con oggi “Il Lavoratore”, già organo di quel Partito dal quale la necessità storica doveva allontanarci, esce come organo di battaglia del nuovo Partito Comunista, che i grandi uomini di Mosca, interpreti eccelsi dell’anima proletaria mondiale, vollero sorgesse anche in Italia per la liberazione definitiva dei paria delle officine e dei campi dal servaggio capitalistico.
«Vada la buona novella a tutti i tuguri ed a tutti gli abituri ove spasima e spera la moltitudine dei diseredati e sia loro squilla potente per i prossimi gloriosi cimenti che l’esempio dell’immortale Russia dei Soviet segna ed addita.
«Viva il Partito Comunista d’Italia!
«Viva la Terza Internazionale!
«Viva la Repubblica mondiale dei Soviet!»
Il 21 luglio 1921 il compagno Giuseppe Tuntar così intervenne alla Camera, dopo avere accusato esplicitamente il presidente del consiglio Bonomi ed i capi dell’esercito, i generali Giardino, Cappello, Caviglia ed il duca d’Aosta di avere armato, equipaggiato, istruito militarmente i fascisti ed averli scagliati contro le organizzazioni proletarie:
«Noi non rinneghiamo nulla della nostra gloriosa tradizione internazionalista, che ha sempre guidato le forze del proletariato nella Venezia Giulia e questa tradizione internazionalista noi la continueremo, perché in essa vediamo il solo metodo di difesa dei diritti dei proletari. Questa tradizione noi la portammo immarcescibile nel partito socialista italiano prima, nel partito comunista d’Italia poi (...)
«Il problema nazionale della Venezia Giulia non si risolve con lo spostamento dei confini; esso non poteva venir risolto dalla guerra, perché gli attriti fra i popoli commisti l’un l’altro non si possono risolvere con lo spostamento di confini, ma con la fratellanza, anzi con la fusione delle stirpi, di cui sarà artefice solo il proletariato. A questo fine è diretta la nostra nobile missione alla quale abbiamo sempre tenuto fede (...)
«I fascisti potranno, con l’aiuto degli organi governativi, distruggere tutte le Camere del Lavoro, tutti i nostri istituti di cultura, tutti i nostri circoli; potranno sopprimere anche alcuni di noi, ma non potranno stroncare la fede immarcescibile da cui è animato il proletariato della Venezia Giulia. Questo proletariato combatterà indomito, in unione ai suoi compagni di tutta Italia, fino al giorno in cui sulle vette altissime delle Alpi Giulie esso innalzerà la rossa bandiera dei Soviets, salutante il libero proletariato d’Italia ed il libero proletariato della Iugoslavia.
«Viva la Russia comunista! Viva la Repubblica mondiale dei Soviets!».
(Fine del rapporto)

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Riforma della sanità americana
Un bel regalo alle assicurazioni

 In occasione della “riforma” del Trattamento di Fine Rapporto così titolammo il nostro commento: ”L’imbroglio del TFR: far investire gli ignudi“. Stessa cosa si può dire della cosiddetta riforma sanitaria statunitense firmata dal burattino Obama il 21 marzo scorso.

La propaganda borghese è rimbalzata da un estremo all’altro facendo credere che, nonostante il sistema sia in crisi, con la democrazia e con qualcuno che abbia a cuore le sorti del popolo, in questo caso Barak, le cose possano essere sistemate.

In realtà, anche in questo caso, al di là della roboante propaganda, se si va a scavare, e nemmeno troppo a fondo, si capisce che è tutta mistificazione.

Nonostante quello che viene detto, negli Usa già esistono due sistemi assistenziali pubblici che ricoprono circa il 45% della spesa americana per la sanità, che nel suo totale arriva ad essere il 16% del PIL statunitense. Questi due sistemi, Medicare e Medicaid, assistono circa 17 milioni di americani che non hanno altra copertura assicurativa.

Medicare fu istituito sotto l’amministrazione di Lyndon Johnson nel 1965 per garantire la copertura federale per le spese mediche degli anziani, dai 65 anni in su; ma non sono escluse persone sotto i 65 anni che soffrono di particolari disturbi e malattie. Medicaid è invece amministrato dai singoli Stati, e non dal governo federale, che stabiliscono precise fasce di reddito per potervi accedere.

Secondo dati che si riferiscono al 2003 forniti dal Washington Post e dalla Kaiser Family Foundation i lavoratori dipendenti erano circa 122 milioni. A 41 milioni di questi le aziende non offrivano nessuna copertura sanitaria, divisi in 21 milioni con contratti part-time e 20 a tempo pieno. Ad altri 40 milioni di lavoratori l’azienda offriva la scelta fra due tipi diversi di assicurazioni private, mentre ai restanti 41 milioni l’azienda offriva un contratto di assicurazione privata senza alcuna possibilità di scelta. Tali assicurazioni sono scelte dal datore di lavoro.

Il costo medio annuale del premio, per chi ha famiglia, è stato di 9.068 dollari. Il lavoratore, sempre nel 2003, ne ha pagato in media mensilmente e di tasca sua circa 201.

Ogni polizza assicurativa aziendale ha coperture specifiche e limitate, mentre per le prestazioni coperte c’è quasi sempre da pagare un ticket: nel 35% dei casi per i ricoveri in ospedale, nel 90% degli acquisti di farmaci e nel 100% delle visite mediche.

Oltre ai 40 milioni di lavoratori dipendenti non assicurati, almeno dal datore di lavoro, i dati della stessa fonte ci dicono che c’erano altri 44 milioni di cittadini senza alcuna copertura sanitaria.

Anche se non abbiamo dati aggiornati possiamo tranquillamente prevedere che la condizione di vita per il proletariato e per il sottoproletariato sia decisamente peggiorata dopo il 2003, anni che hanno visto emergere inesorabili le contraddizioni insite in questo sistema di produzione, e che il marxismo aveva previsto. Infatti la chiusura di aziende e quelle che i borghesi chiamano ristrutturazioni, tradotto: licenziamenti, hanno prodotto un aumento esponenziale dei non assicurati.

La riforma è passata con il voto favorevole dei fanatici antiabortisti, che hanno ottenuto in cambio il divieto in tutta l’Unione di usare i fondi federali per rimborsare le spese per le interruzioni di gravidanza.

È introdotta l’assicurazione obbligatoria, pena una multa di circa 695 dollari. A chi i premi venissero a costare più del 9,5% del reddito, verrà dato un sussidio statale fino a 6.000 dollari. Il programma prevede una spesa di circa 940 miliardi di dollari in dieci anni, 500 dei quali saranno recuperati dal taglio dei finanziamenti – udite! udite! – di Medicare.

Se nel 2003 il costo medio delle assicurazioni aziendali era di 9.068 dollari, per poter coprire i futuri premi i lavoratori dovranno a spese loro integrare notevolmente: di fatto è un bel regalo alle assicurazioni. Il nuovo emendamento prevede per le aziende, ma solo se con 50 o più dipendenti, una multa di 2.000 dollari per ogni dipendente non assicurato, ma applicabile solo a partire dal trentesimo!

Come dare torto ad Obama quando dichiara: Siamo ancora capaci di grandi cose!
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

PAGINA 3


La rivolta dei braccianti immigrati
Proletari di tutto il mondo unitevi
 

La rivolta degli stagionali africani, oltre a farci capire come il proletariato né ha nazione né alleati, mette in ridicolo tutte le chiacchiere sulla fine della classe operaia e sulla molle società post-industriale.

Oggi è un piccolo drappello della classe operaia internazionale, massacrato dalle politiche del capitalismo più moderno, ad esprimere una lotta, ma con il progredire della crisi sempre più ampi settori della classe saranno spinti in simili condizioni, e quindi alla rabbia e alla rivolta. Per il capitale i salariati sono tutti “negri”. Quella di Rosarno è stata una lotta effimera, soprattutto perché priva dell’appoggio della classe operaia italiana. Ma presto, travolti i tanti ostacoli che innaturalmente li dividono, tutti i lavoratori dovranno convergere nella lotta comune contro lo sfruttamento capitalista, che non distingue fra lavoratori immigrati o nativi, formando entrambi un’unica classe operaia costretta a battersi per i suoi obbiettivi immediati e storici.

* * *

Il capitalismo avrà sempre bisogno dell’emigrazione, che permette ai borghesi di procurarsi forza-lavoro a basso costo, spingendo al ribasso la media dei salari di tutti i lavoratori. Quindi i flussi migratori sono necessari al processo di accumulazione nei paesi capitalistici avanzati. Ed è facile capire come faccia comodo alla borghesia alimentare il razzismo per dividere i proletari autoctoni dagli immigrati.

I braccianti immigrati in Italia sono circa 50.000. Il loro impiego in Italia nel lavoro dei campi è iniziato da circa vent’anni ed è andato progressivamente crescendo. Le aree di provenienza di questi lavoratori sono l’Africa subsahariana (Senegal, Costa D’Avorio, Sudan, Niger, Mauritania, Togo), il Magreb e l’Est Europa. Si spostano nelle diverse aree agricole seguendo la stagionalità delle colture.

La giornata di lavoro inizia con la sveglia alle 4 del mattino. Poi tutti in strada nei punti di raccolta della forza lavoro, dove i caporali dettano il salario giornaliero e il numero di lavoratori necessari. Il salario medio si aggira sui 20-25 euro giornalieri, per dieci-dodici ore di duro lavoro. Da questo bisogna detrarre circa 5 euro per il caporale, solitamente italiano ma spesso anch’esso un immigrato, piccola dimostrazione di come l’opposizione di fondo, fra i braccianti come fra tutti i lavoratori, non sia tra razze ma tra classi.

La maggior parte dei braccianti immigrati lavora in nero, ed è quindi clandestina. Spesso gli ultimi giorni sul finire della raccolta i proprietari fanno una telefonata alla polizia, che prontamente interviene a far rispettare la legge, arresta qualche clandestino per far fuggire gli altri, consentendo ai rispettabili borghesi agrari di risparmiare ancora sui salari: non c’è da dubitare che fra i braccianti cacciati da Rosarno dopo la rivolta in molti avessero da avere la paga delle ultime giornate.

Naturalmente esiste una differenziazione all’interno degli stessi braccianti, utile sempre a garantire piccole invidie, il tutto funzionale a un migliore sfruttamento della forza lavoro e a un maggior margine di profitto aziendale. Mentre magrebini e negri trovano rifugio prevalentemente in casolari abbandonati, fabbriche dismesse e altri ricoveri di fortuna, gli est europei riescono a permettersi spesso un piccolo appartamento in affitto da dividere fra molti di loro. Una manna per i proprietari di immobili locali. Diversamente da quanto fanno gli africani, che arrivano soli, gli slavi spesso portano con sé la famiglia; le donne cercano posto come badanti e quando non lo trovano s’impiegano anch’esse nell’agricoltura, ad esempio spostandosi fino a Tropea e Lamezia per la raccolta di cipolle e fragole nelle serre.

Tutti elementi noti e riproposti dalla stampa borghese in seguito alla rivolta. Ciò che invece è rimasto in ombra è come la crisi economica sia giunta a colpire anche il settore agrario, inasprendo la concorrenza internazionale (per gli agrumi in particolare di Marocco, Spagna e Brasile) e facendo calare i prezzi di vendita del raccolto talmente in basso che molti piccoli produttori preferiscono lasciar marcire i frutti sui rami e intascare le sovvenzioni europee. Queste sono stanziate secondo i criteri definiti all’interno della Politica Agricola Comunitaria (PAC) dell’Unione Europea, voce che impegna il 44% del suo bilancio! Dal 2007 gli aiuti agli agricoltori sono concessi non più in base alla produzione ma all’estensione del terreno; per gli agrumeti l’Unione concede 800-1.200 euro ad ettaro. Continuano a raccogliere invece le grandi aziende, che con tonnellate di prodotto hanno ancora un margine di profitto accettabile.

Si è venuta quindi a creare un’eccedenza di lavoratori rispetto al fabbisogno di mano d’opera per la raccolta. Rispetto alle stagioni passate, all’alba più lavoratori restano non ingaggiati nei luoghi di raccolta e tornano a languire nei loro miseri ricoveri. Se qualche anno or sono un bracciante riusciva a lavorare anche sette giorni su sette, ora le giornate lavorative sono drasticamente diminuite.

Pare quindi che le aggressioni contro i braccianti immigrati, elemento costante sempre verificatosi e che aveva la finalità di intimidire i lavoratori, impedendo loro di organizzarsi ed accampare rivendicazioni, negli ultimi due anni siano aumentate, avendo come obiettivo ulteriore quello di spingere i troppi lavoratori disoccupati ad andarsene. Lo scorso anno spararono a sei braccianti.

Quest’anno l’ennesima aggressione a colpi di fucile ad aria compressa, ha scatenato la rivolta, iniziata la notte di giovedì 7 gennaio, continuata la mattina del giorno successivo con una manifestazione dinanzi al municipio di Rosarno, e poi sopitasi.

Non ci è dato sapere se i braccianti abbiano avanzato delle rivendicazioni e se effettivamente siano riusciti ad andare oltre la prova di forza contro ulteriori aggressioni dei borghesi, dando sfogo alla collera accumulata. Questo sarebbe imputabile alle difficili condizioni di isolamento e precarietà di quei lavoratori, di cui non hanno colpa loro ma i razzisti sindacati dei braccianti. In caso contrario ben ha lavorato la censura dello Stato e l’autocensura dei giornalisti nell’impedire che ogni informazione in tal senso trapelasse e fosse d’esempio per altri lavoratori.

La forza pubblica è intervenuta a contenere la furia dei lavoratori, fino a che questi, stanchi, hanno fatto ritorno al fatiscente fabbricato in cui trovano abitualmente riparo. Qui li ha circondati e in seguito – nulla è trapelato nemmeno circa eventuali trattative – tradotti nei centri per gli immigrati di Bari e Crotone per l’identificazione e l’eventuale espulsione.

Ma molti sono riusciti a fuggire evitando il duplice pericolo del trasferimento coatto e le aggressioni delle varie bande che, una volta sentitesi al sicuro dalla minaccia della massa dei braccianti in rivolta, arginati dal cordone sanitario di polizia e carabinieri, si sono date a una “caccia al negro” che ha fatto vari feriti fra i lavoratori. Come sempre, una volta che i lavoratori abbassano le armi, dopo averle brandite, la borghesia sente lo scampato pericolo e parte alla controffensiva, in tutte le vili e schifose modalità ben note.

Questa dinamica degli eventi ripete la tradizionale collaborazione fra bande irregolari padronali e corpi regolari dello Stato. Collaborazione che avviene già nelle fasi di pacifico sfruttamento: lo Stato garantisce al padronato la possibilità di assoldare forza lavoro con modalità che sono fuori del diritto, contro la legge, col suo non intervento. Quando interviene invece, lo fa contro i lavoratori rastrellandoli, arrestandoli, deportandoli. Tutto ciò a dimostrazione ancora una volta di quanto sia fesso o carogna chi invoca a difesa della classe operaia la legge e lo Stato.

* * *

Il mondo borghese si sta ora adoperando per nascondere il reale significato della rivolta. Nemmeno si erano posate a terra le ultime pietre scagliate da questi nostri fratelli di classe che già la nube mefitica dei commenti degli ipocriti benpensanti borghesi di destra e, soprattutto, di sinistra s’è alzata ad ammorbare l’aria, con le parole di non-violenza, integrazione, diritti.

I cattolici e l’opportunismo politico e sindacale sono in prima linea nello svolgere questo compito. La condizione dei braccianti immigrati è spiegata da costoro come un fatto eccezionale e patologico, non come un risultato naturale ed inevitabile nel capitalismo. I braccianti – lavoratori proletari – non sarebbero vittime del funzionamento normale delle leggi del libero mercato e dell’economia capitalistica, che ne richiedono uno sfruttamento sempre più intenso, ma della distorsione di queste leggi ad opera della malavita organizzata. La stessa mafia, in tutte le sue varie versioni locali, non sarebbe una struttura funzionale e parte integrante del capitalismo e del suo Stato, ma una escrescenza che – contro ogni evidenza – si va raccontando di poter estirpare!

A tenere i salari degli stagionali a livelli da fame, oggi e da sempre, è la condizione dell’agricoltura nel capitalismo e corrisponde agli interessi di tutti i borghesi della filiera che dal campo arriva sino al supermercato, che ingrassano dividendosi il plusvalore estorto ai lavoratori. Sono essi perciò tutti, “mafiosi” ed “onesti”, alleati contro ogni movimento che minacci di intaccare i loro guadagni. La legge li tutela e l’azione quotidiana dello Stato, che infatti da secoli, mostrando i fucili e molte volte utilizzandoli, in tutto il mondo garantisce il “pacifico” sfruttamento dei braccianti in condizioni bestiali.

Completa l’opera l’atteggiamento del sindacalismo di regime che mai si esime dal denunciare le ingiustizie, ed altrettanto mai si arrischia a mobilitare i lavoratori contro di esse.

Oggi molti proletari, privi di un sindacato di classe che li unisca e di un forte partito di classe che li indirizzi, non comprendono le cause di quanto accade e stentano a riconoscere chi è il loro vero nemico; riversano la loro frustrazione verso i loro fratelli di classe. Citiamo a riguardo Carlo Marx, che nella “Ideologia Tedesca” espone con chiarezza questo aspetto: «I singoli individui formano una classe solo in quanto debbono condurre una lotta comune contro un’altra classe; per il resto essi stessi si ritrovano l’uno contro all’altro, come nemici nella concorrenza».

Questa materiale divisione viene alimentata giornalmente: la classe dominante soffia sul fuoco, perché una eventuale unione dei proletari fa paura. La demagogia raggiunge apici, campagne di propaganda borghese si intensificano allo scopo di alimentare un clima di razzismo e diffidenza tra proletari italiani e immigrati, come sono testimonianza i giorni successivi a questa rivolta. Sono grandemente enfatizzati episodi marginali o di comune criminalità, spesso manovrata dalla mafia nostrana.

Se il capitalismo alimenta l’emigrazione forzata e dolorosa di masse di proletari, questo il marxismo lo ritiene, in generale, un fatto umanamente positivo e storicamente progressivo. Avanti barbari! abbiamo proclamato, certi che solo i barbari avrebbero potuto dare il colpo mortale allo schiavismo antico, come oggi solo i “barbari” proletari di tutti i paesi, metropoli ed ex-colonie, potranno abbattere un capitalismo sopravvissuto a sé stesso.

Difficile prevedere i flussi migratori domani, nella società comunista, e come e dove abiterà l’uomo, e per quanto tempo, nelle stagioni dell’anno e della vita. Intanto noi, rivolgendoci alla classe a Rosarno come in ogni altro luogo del mondo, gridiamo e invitiamo a gridare il loro, il nostro, unico motto: Proletari di tutti i paesi unitevi!
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

PAGINA 4


Il capitale, cinese ma sempre apolide, si impadronisce dei “gioielli di famiglia” italiani
 

La crisi della Way Assauto di Asti si protrae ormai da molti anni e i diversi tentativi di salvataggio non hanno risolto il problema della storica azienda metalmeccanica, da oltre un secolo importante polo industriale di quella piccola provincia piemontese e considerata “la Fiat di Asti”.

A Torino nella seconda metà dell’Ottocento nascono separatamente l’Officina meccanica di Luigi Way, di origine inglese, per la produzione di viteria e trafilati, e la Bulloneria Alberto Assauto, piemontese. Le due aziende si specializzano nelle rispettive produzioni e crescono rapidamente per le richieste del sistema industriale piemontese fino al punto che all’inizio del ‘900 la ditta Assauto contava già 200 dipendenti. Il salto quantitativo e qualitativo avvenne con la fusione nel 1906 delle due aziende nella Fabbriche Riunite Way-Assauto.

Per la nuova produzione non sono più sufficienti le varie officine preesistenti e molti comuni allora mettono a disposizione della nuova azienda i loro territori. Tra questi è scelto Asti in quanto offre le condizioni più vantaggiose: un’area di 30.000 mq., un congruo contributo finanziario di 100.000 euro da parte della locale Cassa di Risparmio, nonché l’allacciamento dell’energia elettrica, non appena arriverà nella zona.

La Way-Assauto, dal canto suo, si impegna ad assumere immediatamente 300 operai che diventeranno 400 con l’allaccio dell’energia elettrica. La costruzione dello stabilimento produttivo, ubicato in via Antica Cittadella, in città, inizia nel 1907 e l’inaugurazione avviene già il 25 gennaio 1908. Lo stabilimento si ingrandisce in breve tempo dando lavoro ad un numero sempre maggiore di operai: da 400 unità nel 1909 si passa a 1.800 nel 1918 grazie alla spinta produttiva richiesta dalla produzione bellica della Prima Guerra.

Per l’aumento delle maestranze si rende necessaria la costruzione di abitazioni per i lavoratori che provengono dalle zone di Asti più distanti o dalle frazioni, le cosiddette “Case Operaie”, che sorgono nelle vicinanze dello stabilimento a partire dagli anni Venti e fino agli anni Trenta.

Dopo la ricostruzione dei danni subiti durante la Seconda Guerra, la Way-Assauto è entrata sul mercato nazionale e su quelli esteri con prodotti di alta qualità e prestigio nel settore della componentistica per tutti gli mezzi di trasporto su gomma e rotaia. Gli anni del dopoguerra, dagli anni ‘50 in poi, sono anche per questa fabbrica il periodo massima espansione, con 2.500 dipendenti più una mezza dozzina di piccole industrie satelliti.

Ma la crisi sopraggiunge ben presto, a partire dagli anni ’70, a seguito dell’esaurirsi della spinta prodotta dalla ricostruzione dopo le immani distruzioni della guerra. Si hanno successivi e frequenti passaggi di proprietà, scorpori, nuove produzioni fino all’attuale stato di liquidazione. Il commissario giudiziario incaricato di condurre le trattative per la svendita del complesso produttivo ha più volte annunciato ai sindacati che si profilavano alcune richieste d’acquisto ma il termine ultimo per le trattative è stato più volte procrastinato, senza alcun risultato concreto.

Fino a quando non si sono presentati i “cinesi” della Hight che, dopo un attento esame della situazione, hanno presentato un nuovo e concreto piano industriale e offerto nuovi capitali. Questa società propone addirittura un aumento delle maestranze, la continuità produttiva e la costruzione di un nuovo e più ampio stabilimento in sostituzione di quello storico, non più idoneo alle esigenze degli attuali sistemi di produzione, anche per la sua collocazione all’interno dell’area urbana, ma oggetto di un “appassionato interesse” di quanti si occupano di “archeologia industriale”.

Tutto non deve però andare nei tempi o per il verso giusti se alcuni rappresentanti sindacali, il 2 marzo di quest’anno, sono saliti per alcune ore sul tetto dello stabilimento per richiamare l’attenzione sul peggiorare della situazione: la riduzione dell’orario di lavoro a causa dell’assenza di scorte di semilavorati. Certo non sono questioni di orgoglio e prestigio nazionale a preoccupare i proletari sull’orlo del licenziamento, giustamente indifferenti a quale frazione del capitale mondiale comprerà la loro forza lavoro per sfruttarla nella produzione. Con i loro salari acquisteranno nei mercatini rionali le merci a basso costo “made in China”.

La vicenda ci suggerisce alcune riflessioni in merito al vorticoso movimento del capitalismo cinese e al rallentamento e lento declino di quello occidentale.

L’acquisto di imprese di servizi e aziende da parte dell’ancora giovane e rampante capitalismo cinese è un processo in atto da anni. Secondo uno studio dell’Ufficio studi Cgia di Mestre in Italia il numero delle aziende di proprietà di cinesi nel 2009 erano 49.854. L’aumento relativo del fenomeno è del +131% fra il 2002 e il 2009 e addirittura del +7,8% solo fra il 2008 e il 2009. Le regioni maggiormente interessate al fenomeno, in ordine di incremento, sono: Calabria con il 406% (con lo strategico sistema portuale di Gioia Tauro, di importanza a livello mondiale); le Marche con 390% (si parla di un prossimo acquisto dell’intero porto di Ancona oltre a storiche aziende di elettrodomestici di alta gamma); la Basilicata con 387%; la Valle d’Aosta con 380%; il Piemonte con 12%; la Lombardia con 9,5% e il Veneto con 8,9%. La proprietà di aziende europee serve anche ad aggirare il protezionismo comunitario.

Il prezzolato articolista voleva incutere nei lettori, freschi di elezioni, dove le province agricole piemontesi hanno decretato un vistoso successo della Lega Nord, la paura della “invasione cinese”.

In fin dei conti è la legge del contrappasso che si conferma. Non furono infatti le cannoniere inglesi, braccio armato del nascente capitalismo europeo, che forzarono per prime il porto di Shanghai per farvi penetrare le loro merci a basso costo? Oggi si assiste al movimento di merci nella direzione opposta, né sembra che, al momento, le cannoniere siano necessarie, basta il “libero mercato”. Ma allora la flotta da guerra di Sua Maestà, nel difendere i meschini traffici dei borghesi inglesi, abbatteva millenarie muraglie e riportava imperi vastissimi nel girone della storia moderna. Oggi un settore del capitalismo mondiale come un avvoltoio sbrana la carogna di un suo pari.

L’ancora forte sviluppo del capitalismo cinese, nonostante il suo necessario rallentamento, secondo la classica visione dell’economia marxista, continua a marcare indici di crescita impensabili per il vecchio capitalismo europeo e nordamericano, indici però forzati dal metodo delle statistiche dello Stato cinese. Ma noi sappiamo da sempre che anche i capitalismi asiatici percorreranno la traiettoria già seguita dai loro predecessori. Anzi, chi arriva per ultimo sulla scena della produzione capitalista più velocemente sale ma anche più velocemente arriva al suo storico declino.

Da parte nostra attendiamo che di fronte ai traffici di un capitalismo mondiale ovunque in agonia presto venga ad ergersi la solidarietà e la rivolta della ugualmente internazionale, fresca e vitale classe lavoratrice, orientata all’unico programma di emancipazione che è dei proletari di Asia, di Europa e di America.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Cresce ovunque la disoccupazione
 
Paese   2004   2005   2006   2007   2008   2009   2010 
Austria 4,8 5,1 5,1 4,9 5,1 8,3 8,9
Belgio 7,8 7,6 7,4 7,2 6,9 9,8 10,0
Danimarca 6,4 5,5 4,5 4,8 5,1 6,4 8,0
Finlandia 8,8 7,9 7,6 8,0 8,6 8,9 9,5
Francia 10,0 10,0 9,9 9,1 9,6 10,8 11,5
Germania 10,6 11,6 11,4 10,3 11,4 12,0 13,0
Gr.Bretagna 4,7 4,7 4,9 5,6 6,8 7,8 12,0
Grecia 10,5 10,8 10,9 12,7 13,9 15,3 21,5
Irlanda 4,5 4,1 4,0 3,3 4,6 5,8 8,5
Islanda n.d. 2,1 n.d. 4,8 6,9 9,6 8,5
Italia 8,1 7,7 6,8 6,7 6,8 7,8 8,0
Norvegia 4,5 4,2 4,0 3,8 5,1 6,4 6,0
Olanda 6,5 6,7 6,3 6,9 7,6 8,8 10,3
Portogallo 6,7 7,3 7,1 7,2 8,7 11,7 13,5
Spagna 11,0 10,1 9,4 10,2 13,1 19,7 20,5
Svezia 5,5 6,0 5,4 5,8 6,7 8,1 8,0
Svizzera 3,9 3,8 3,5 2,8 4,0 6,7 7,5
Giappone 4,7 4,3 3,9 4,6 5,1 5,7 7,5
Albania 14,6 14,2 13,1 13,4 10,3 14,7 11,0
Bielorussia 12,9 11,6 10,9 11,8 12,6 14,9 14,0
Bosnia-Erz. 16,8 15,7 15,2 14,1 13,3 15,6 17,0
Bulgaria 12,7 11,5 10,7 10,5 11,6 16,2 17,5
Croazia 18,7 18,1 17,4 16,8 15,9 16,5 18,0
Estonia 9,7 8,5 7,6 8,4 8,8 15,4 18,0
Lettonia 8,5 8,8 8,3 7,1 8,0 19,6 21,0
Lituania 4,3 3,7 3,5 4,2 5,0 15,9 23,6
Macedonia 16,9 15,2 14,8 15,6 16,1 18,7 16,5
Polonia 19,6 17,2 14,9 12,5 15,7 18,2 20,0
Rep. Ceca 9,8 9,0 8,8 8,1 9,9 11,4 13,0
Romania 6,2 6,5 7,2 7,3 11,4 16,7 16,0
Russia 8,2 7,6 7,5 6,8 9,7 12,3 12,0
Slovacchia 14,3 11,5 11,4 10,9 12,8 15,6 17,0
Slovenia 10,6 9,8 9,4 8,8 10,2 12,8 14,0
Ucraina 3,6 3,8 4,1 5,1 12,6 18,3 21,5
Ungheria 6,1 7,1 7,0 8,9 12,1 16,8 18,0
U.S.A. 5,5 5,1 4,9 4,8 7,8 9,2 9,5
Messico 3,7 3,6 3,9 4,1 7,5 11,4 14,5
Argentina 13,6 11,8 10,6 9,8 9,6 11,2 10,0
Algeria 23,4 22,5 21,9 21,1 19,8 23,1 18,0
Egitto 9,9 10,0 9,9 9,8 10,2 9,9 15,0
Libia 6,8 5,1 4,8 5,0 5,0 5,2 4,8
Marocco 10,8 10,5 10,2 9,7 10,9 11,2 12,0
Tunisia 13,9 13,5 13,3 13,0 15,7 18,9 24,0
Cipro 3,6 4,0 4,0 3,6 4,0 4,6 6,0
Turchia 10,3 10,0 10,4 11,2 18,2 21,2 23,5
Kazakistan 8,4 7,6 7,4 7,5 8,8 8,0 12,5
Pakistan 7,0 6,6 6,3 6,4 7,3 7,2 8,5
India 10,0 9,9 9,2 10,0 9,4 9,6 10,5
Cina 9,9 9,0 9,3 8,8 8,9 9,4 8,8
S. Corea 3,7 3,7 3,4 3,7 4,1 5,4 6,0

Alla fine del 2009 sono stati registrati dati sulla disoccupazione in aumento in tutto il mondo. In Europa, secondo dei numeri diffusi da Eurostat, il tasso di disoccupazione si è posizionato a 9,4%, valore sensibilmente più elevato di quello rilevato a settembre 2008, che era 7,7%.

Benché i metodi per la rilevazione cambino da Stato a Stato, e, visto che sono rilevazioni borghesi, spesso non siano attendibili, riportano numeri che di per sé descrivono il malessere del capitalismo.

Per l’Unione Europea allargata a 27 membri il tasso cala lievemente, posizionandosi a 9,1%, e il 7,1% del 2008. Quindi oggi, nella sola Europa, più di 22 milioni di lavoratori subiscono il flagello della disoccupazione, ben 5 in più rispetto a settembre 2008. Sono dati inequivocabilmente allarmanti, figli legittimi della crisi del capitale.

La crisi economica, per sua natura mondiale, ha colpito duramente tutti i paesi.

Confrontando infatti i dati per 50 paesi registrati nel 2008 con quelli del 2009 (vedi tabella), per tutti, tranne Pakistan, Kazakistan ed Egitto, il numero di disoccupati è aumentato. In Spagna e nei paesi baltici la disoccupazione ha subito un aumento vertiginoso in pochi anni.

Il dettaglio dell’Italia, è altresì preoccupante. Nel 2008 il tasso era posizionato a 6,8%, oggi ha raggiunto una media annuale di 7,8%, con un picco di 8,6% nel quarto trimestre del 2009, quindi in tendente aumento. I disoccupati sono due milioni 145mila, nella media annuale 380mila in più rispetto al 2008.

Il regime del capitale negli ultimi secoli si è esteso a tutto il pianeta utilizzando tutti i progressi della scienza, le macchine si sono enormemente perfezionate, grande il progresso dei mezzi di comunicazione, vi si sono susseguite varie emigrazioni di massa di proletari dove la industria lo richiedeva, nuovi vasti mercati si sono aperti. Ma niente di tutto questo ha permesso al capitalismo quella pace e il benessere che prometteva, al contrario ha dovuto affrontare le sue contraddizioni interne, sfociando oggi nuovamente nella crisi di sovrapproduzione.

Il capitalismo oramai ovunque detta le sue leggi, e, di fronte alla sua crisi economica, il flagello della disoccupazione è inevitabilmente internazionale.

Per interpretare meglio la tabella si consideri che il tasso statistico di disoccupazione sottostima il fenomeno: ad esempio in svariati paesi non viene considerato disoccupato chi ha lavorato anche solo un’ora a settimana, chi si è fatto qualche giorno da Mac Donald o chi ha rinunciato a cercare lavoro. Inoltre chi non ha ancora mai lavorato di solito è considerato “inoccupato” e non “disoccupato”.

I dati del 2010, previsti, sono evidentemente solo vuote illusioni borghesi.


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Sempre peggiori le condizioni di lavoro dei trasportatori su strada
 

Quasi mai chi entra in un centro commerciale si chiede come fa quella merce ad esser lì, come fa quell’I-Pod dalla Cina a finire sullo scaffale dello spendificio in Italia. Nessuno dice che dietro c’è il lavoro duro, disagiato, talvolta frenetico di lavoratori che mettono in gioco la loro vita e i loro affetti per stipendi quasi sempre inadeguati.

Soffermiamoci intanto nel settore del trasporto su gomma dei container che arrivano nel porto di Genova.

Un container è uno scatolone di ferro lungo fino a 13,60 metri dentro al quale vengono caricate merci di ogni tipo. Dopo un lungo viaggio in nave viene scaricato in porto, per proseguire poi sul rimorchio di un camion.

Qui entriamo in una categoria di lavoratori nella quale non sono rari i casi di sfruttamento, da parte delle ditte di trasporti nei confronti dei loro autisti, grazie anche alla tacita complicità dei “nostri” grandi sindacati, ormai servi degli imprenditori. Girando nei piazzali del porto se ne sentono e se ne vedono di tutte.

Ad esempio il gruppo degli autisti rumeni vive, letteralmente, sul camion, percependo uno stipendio mensile di 1.500 euro, del quale 200 sono trattenute per l’affitto della cabina-giaciglio! Un autista italiano prende 2.000 euro, e torna la sera alla propria abitazione.

Tutto questo accade proprio sotto alle finestre della sede della CGIL nel porto, la quale, teoricamente e come minimo, dovrebbe denunciare questi rapporti di schiavitù all’Ispettorato del Lavoro, ma che invece fa finta di niente. Come non denunciano quei casi dove a un autista che spegne il camion alle 22:00 viene imposto un orario tassativo di scarico incompatibile con le regolari ore di riposo, previste dal codice della strada.

Non parliamo poi della sicurezza, di cui tutti si riempiono la bocca ma che in realtà è quasi inesistente. Gli autisti sono costretti a lavorare in piazzali pieni di buche e col fango alle caviglie quando piove, in luoghi scarsamente illuminati dove non è difficile che si verifichino incidenti. L’ultimo in ordine di tempo è stato l’investimento mortale di un autista francese, schiacciato da un camion all’interno del parcheggio portuale mentre si stava recando agli uffici doganali.

Sulla strada poi non è tanto meglio, visto che in molti sono costretti, a causa della stramaledetta riduzione dei costi, a girare con degli automezzi vecchi e poco affidabili mettendo a rischio la propria vita e quella degli altri. In questo lo Stato italiano ha fiutato un lucroso business, mettendo per la strada i Centri di Revisione Mobile, i quali tutti i giorni contestano migliaia di verbali dei quali il più piccolo parte da 70 euro.

Inoltre gli autisti sono costretti a combattere per lavorare, sottoposti tutti i giorni al terrorismo psicologico che le aziende stanno praticando nei loro confronti. In molti casi, con la scusa della crisi, impongono delle riduzioni sui salari dei lavoratori per poter scongiurare, dicono, la chiusura o il ricorso alla cassa integrazione. Come è successo per gli autisti di una ditta toscana che si sono visti mettere in “cassa” a turno con la scusa del poco lavoro, per poi venire a sapere della richiesta da parte della stessa azienda ai cosiddetti “padroncini” di sopperire l’assenza dei cassaintegrati. Questa impresa per di più si è poi scoperta non avente diritto agli aiuti di Stato in quanto non in difficoltà.

In qualche caso, addirittura, si adotta una pratica che definire medioevale è poco: alcune imprese per rinnovare il contratto di lavoro ad un dipendente pretendono che firmi una lettera di licenziamento in bianco da poter usare come strumento ricattatorio.

Gli esempi sono innumerevoli: autisti che fanno tre Genova-Piacenza al giorno per un totale di 15 ore di guida quando per legge devono essere 9 o al massimo 10 due volte a settimana; fallimenti pilotati per poter riaprire tramite un prestanome e riassumere quindi tutti i dipendenti messi in mobilità usufruendo così delle agevolazioni fiscali; aperture di filiali nell’Europa dell’Est per poter assumere dipendenti del luogo e farli quindi lavorare in Italia, ma alle condizioni dell’Est, le quali sono molto meno onerose.

Un altro strattagemma adottato per ridurre i costi, ma non i profitti, è la costituzione di aziende di tipo “cooperativo”, dove i “soci” lavorano percependo salari più bassi rispetto alla media in quanto ferie, malattia, 13ima e 14ima non vengono retribuite. Professionista in questo settore è una nota azienda di Trieste, che può vantare per di più il “certificato di qualità ISO9001”.

In conclusione dietro al trasporto di quel piccolo I-Pod si nasconde un mondo marcio fatto di soprusi, angherie, ricatti, sfruttamento e terrorismo psicologico, che trasformano il posto di lavoro in un circo romano, dove i padroni-imperatori mandano allo sbaraglio i loro gladiatori-autisti.

E il sindacato, che fa? Quello che gli riesce meglio: niente. Anzi, no, una cosa gli è riuscita: denunciare all’Autorità Portuale i rimorchi sganciati in divieto di sosta per la carenza di spazio, facendo così sanzionare le aziende, le quali, ovviamente, si rifaranno del costo del verbale sui lavoratori.

Privo di un sindacato degno di questo nome, per un autista, come per qualsiasi lavoratore, la tutela dei propri interessi è cosa molto difficile, pressoché impossibile: contratti interinali, assenza di qualsiasi norma di sicurezza, persecuzioni a non finire, addebiti per i danni e multe sono all’ordine del giorno. Se una volta l’autista era un lavoratore rispettato per le sue capacità e la sua fatica adesso è diventato nient’altro che uno schiavo, un essere inferiore che deve fare una cosa sola: dei gran chilometri senza interessarsi se abbia una famiglia o una casa che lo aspetta. L’importante è che il nostro piccolo I-Pod arrivi presto a destinazione, per far ricco il capitale, nelle persone di una serie di borghesi, dal padrone cinese che l’ha fatto fabbricare ai suoi schiavi ex-contadini, all’armatore della nave con equipaggio di filippini affamati, al padrone della ditta di trasporto nostrana con i suoi moderni schiavi occidentali!