Partito Comunista Internazionale
Il Partito Comunista N. 348 - luglio-agosto 2011
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organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 Indifferibili manovre dello schierato regime borghese: Nella CGIL illusioni opportuniste - La nostra prospettiva.
Tutti d’accordo per tagliare salari e pensioni.
Grecia,  sciopero generale del 28 e 29 giugno: Insegnamenti ed errati indirizzi.
PAGINA 2 I 150 anni di una borghesia da sempre vigliacca e corrotta. 
PAGINA 3 La crisi finanziaria in Grecia: Vacillano gli idoli dorati del Capitale
Missioni di pace: grande affare 
PAGINA 4 Fincantieri: allargare il fronte dello sciopero !
– Operai Fincantieri ! La vostra vittoria insegni e prepari voi e tutti i lavoratori alle sempre più dure battaglie del prossimo futuro: solo la lotta paga, solo sulla vostra forza dovete contare !
– Su due sponde dell’Atlantico colpi ai lavoratori del pubblico impiego

 
 
 
 

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Indifferibili manovre dello schierato regime borghese

Il crollo finanziario sembra incombere anche sull’Italia; e la borghesia ne approfitta per giustificare la urgenza di nuovi decreti anti-proletari, approvati con il fulmineo disinvolto arbitrio di qualsiasi Stato a dittatura aperta.

Eppure il vacuo volontarismo delle false opposizioni invoca un governo diverso dall’attuale, tecnico, che possa, non si sa come, attuare politiche di “rilancio della crescita”, capace di prendere provvedimenti ancora più pesanti contro la classe dei lavoratori. Composto da personalità borghesi di tutto rispetto, cioè senza scrupoli, avrebbe l’incarico di procedere in tempi brevi a quella macelleria sociale che rimane l’unica ricetta a disposizione del capitale per prolungare la sua agonica esistenza.

Ma questo progetto, non certo originale, deve trovare un sostegno nella società. Per questo se ne predispone l’adesione delle “parti sociali”, naturalmente in nome della salvezza del Paese.

Nelle ultime settimane, al frenetico ritmo delle mazzate in Borsa, i salvatori della Patria hanno lavorato sodo. Prima si è trovata piena collaborazione, sotto gli auspici del Presidente della Repubblica, al varo della manovra finanziaria, che colpisce soprattutto la piccola borghesia e il proletariato. Poi, il 28 giugno, è stato firmato un patto tra Governo, Confindustria e Sindacati tricolore, CGIL, CISL, UIL e UGL, che attacca il contratto nazionale di lavoro, il diritto di sciopero, le libertà sindacali. Alla fine di luglio è arrivato il Patto per la crescita, di schietta matrice corporativa, sottoscritto ancora dai sindacati tricolore (UIL esclusa), Confindustria, ed associazioni rappresentanti le Banche, le Cooperative, le piccole industrie, gli artigiani, i coltivatori, insomma da tutte le più importanti organizzazioni del mondo del Lavoro di mussoliniana, nonché democratica, memoria.

Nella CGIL illusioni opportuniste

Questi abbracci contro natura sono stati accolti con entusiasmo dal sinistrume e da tutti i borghesi e non hanno suscitato reazioni nella CISL e nella UIL. Invece nella CGIL la firma della Camusso all’accordo del 28 giugno ha provocato le critiche delle sue varie frazioni di minoranza. Maurizio Landini ha dichiarato, alla fine di un articolato intervento al Comitato centrale della FIOM, che la firma è stata un errore e che è necessario condurre «una battaglia perché la Cgil abbia una politica diversa e si renda conto dell’errore che sta commettendo e del fatto che è bene non che cambi linea, ma che torni semplicemente a rispettare le cose che aveva già deciso nel Congresso e nei Direttivi che riguardavano il voto dei lavoratori come condizione, la contrarietà alle deroghe e il fatto di non limitare mai il diritto di sciopero».

Landini può legittimamente dichiararsi contrario alla firma dell’accordo del 28 giugno e del patto, visto che tutta la sinistra della CGIL ha espresso le sue critiche, e perfino un suo ex segretario come Cofferati ha dichiarato le sue perplessità, ma, nella sostanza, non può accusare il direttivo ciggiellino di aver cambiato linea: la funzione della CGIL, fin dalla sua costituzione, sessant’anni fa, è stata quella di incanalare la protesta e, a volte, la rivolta operaia, di riportarla nell’alveo del regime capitalistico e di impedire la nascita di organizzazioni proletarie classiste. Il suo indirizzo politico è sempre stato: la difesa degli interessi dei lavoratori sarà sempre subordinata al superiore interesse dell’economia borghese. Lo stesso vale per tutta la sinistra ciggiellina che si troverà in contraddizioni sempre crescenti, compressa tra l’incudine della disciplina all’organizzazione e il martello della ripresa della combattività proletaria.

Nel panico attuale, nel si salvi chi può fra le aziende e fra gli Stati nazionali che ovunque stanno affondando, per la internazionale classe borghese è necessario premere ogni giorno di più sulla condizione proletaria, schiacciare i salari, revocare le pensioni ed ogni assistenza, esasperare lo sfruttamento di chi lavora, liberarsi di decine di migliaia di braccia, diventate inutili per il sistema di produzione fondato sul capitale.

Nel contempo lo Stato borghese deve cercare di prevenire la prevedibile rivolta degli sfruttati rafforzando ogni sua struttura repressiva, l’esercito, la polizia, le milizie illegali, ma anche le organizzazioni sindacali di regime che hanno la funzione importante di martellare sulla classe, dall’interno di ogni luogo di lavoro, il messaggio del nemico: “Siamo tutti sullo stesso... Titanic”.

La nostra prospettiva

Reagire a questo attacco oggi, seppure di un nemico morente alla scala storica, non è compito facile. La classe operaia si trova oggi disabituata a battersi, dispersa o costretta in organizzazioni prone ai voleri del nemico di classe. È dunque da qui che bisogna ripartire denunciando il tradimento della CGIL e le contraddizioni e gli imbrogli della FIOM e delle altre correnti sindacali di apparente sinistra al suo interno, e lavorando – in un processo che non inventiamo noi ma che si sta svolgendo sotto i nostri occhi – per la rinascita di veri sindacati di classe che superino la frammentazione del sindacalismo cosiddetto auto-organizzato o di base, che sempre più spesso già si trova alla testa di significativi episodi di resistenza proletaria.

La crisi attuale del sistema economico capitalistico sarà la più grave della sua storia; è una crisi inevitabile, che dal profondo matura. Al capitale mondiale, dopo un periodo di convulsa agonia si proporrà nuovamente, come un secolo fa, il dilemma guerra tra gli Stati o guerra tra le classi, guerra imperialista o rivoluzione comunista.

Per non soccombere nuovamente la classe proletaria dovrà portarsi sul suo fronte, organizzata e disciplinata, nei suoi sindacati e nel suo partito.
 
 
 
 
 
 
 


Tutti d’accordo per tagliare salari e pensioni
 

Compagni. Lavoratori,

In ogni paese, dalla Spagna alla Grecia, dal Regno Unito all’Italia, indipendentemente dal colore del governo, i provvedimenti adottati sono analoghi: demolizione dello Stato sociale, blocco o riduzione dei salari, aumento delle tasse che colpiscono inevitabilmente sempre in primo luogo i salariati. L’obiettivo finale è sempre il salario sia esso diretto, indiretto (servizi sociali), differito (liquidazione, pensione).

Più si aggrava la crisi più diviene evidente che non esiste una politica “di destra” che si differenzia sostanzialmente da una politica “di sinistra”, ma un’unica politica borghese che, per tenere in piedi il capitalismo, ha a disposizione un solo strumento: aumentare lo sfruttamento del proletariato.

In Italia l’approvazione ”a tempo di record” della finanziaria è fra le più pesanti dal dopoguerra e ha mostrato come da sinistra a destra, passando per il Capo dello Stato, un regime unico non ha esitato un’istante a colpire ulteriormente i lavoratori per tenere in piedi l’economia capitalistica.

Non può essere diversamente se si afferma che non può esistere altra società se non quella capitalistica: allora la sopravvivenza stessa dei lavoratori è legata a questa società, e per essa devono essere pronti ad ogni sacrificio. Questo è il principio politico fondamentale di ogni partito borghese: o capitalismo o morte!

Essendo la crisi economica del capitalismo insanabile e destinata ad aggravarsi, la borghesia e il suo regime richiederanno al proletariato sacrifici sempre più duri, fino minacciare la vita stessa dei lavoratori. Questo è esattamente quanto accade ormai da decenni, dall’abolizione della scala mobile (1984-1992), alla demolizione del sistema previdenziale (1995), all’introduzione e allargamento dei contratti precari (1997-2003), tant’è che ormai da anni vi è la consapevolezza generale che le nuove generazioni di proletari vivranno peggio – e di molto – rispetto alle vecchie.

La vera alternativa per la classe lavoratrice non è fra “destra” e “sinistra”, ma fra il programma politico borghese, che mira alla difesa del sistema capitalistico, e quello proletario che ha per obiettivo il suo abbattimento e superamento.

Questo programma non è da inventare ma da riscoprire: è l’originale programma comunista rivoluzionario. I suoi cardini economici sono l’abolizione del lavoro salariato, la drastica riduzione dell’orario di lavoro, l’obbligo al lavoro, il regolamento della produzione non più sui parametri economici del capitale – che con l’abolizione del salario andrà estinguendosi – ma su quelli dei bisogni umani. I cardini politici sono la rivoluzione della classe lavoratrice e la sua dittatura sulla borghesia privata di ogni potere.

L’attuazione del programma rivoluzionario, liberando la produzione dalle leggi del capitalismo, restituendo al lavoro il carattere di naturale elemento di realizzazione di ogni uomo, condurrà alla scomparsa delle classi sociali. Andrà così ad estinguersi anche l’ultima macchina statale, quella della classe lavoratrice, in quanto verrà meno la ragione della sua esistenza, la repressione del tentativo della borghesia di riportare indietro la storia.

Il ritorno della parte più avanzata della classe proletaria all’originale programma rivoluzionario comunista è possibile solo nelle file di quel partito – il Partito Comunista Internazionale – che ne ha difeso l’integrità in quasi un secolo di controrivoluzione e contro tutte le forme dell’opportunismo: ieri contro il falso socialismo di marca prima staliniana, poi maoista, cubana, ecc., oggi contro i sempre più deteriori epigoni di quelle ideologie, ridotti a “moralizzare” la politica borghese, negando ogni prospettiva sociale e politica autonoma della classe lavoratrice, che vogliono inchiodata per sempre in economia al lavoro salariato e in politica alla democrazia, quella che è la più efficace mascheratura della dittatura del Capitale.
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Grecia, sciopero generale del 28 e 29 giugno
Insegnamenti ed errati indirizzi
 

In Grecia le tre principali sigle sindacali, la GSEE, che organizza i lavoratori del pubblico e del privato, l’Adedy, dei dipendenti dello Stato, e il Pame, il sindacato legato al Partito “Comunista” Greco (KKE), avevano indetto per il 28 e il 29 giugno lo sciopero generale di 48 ore.

Lo sciopero era per impedire che il Parlamento votasse il nuovo piano di austerità imposto dall’Unione Europea, condizione per ottenere una nuova rata del maxi-prestito che dovrebbe servire a salvare lo Stato greco dal fallimento, ma che imporrà ai lavoratori, già sottoposti a gravi sacrifici, ulteriori peggioramenti nelle loro condizioni, porterà ad un aumento della disoccupazione, già altissima, soprattutto tra i giovani, come colpirà i pensionati, la maggioranza dei quali già sopravvive con pensioni miserrime.

Per le giornate di sciopero erano previsti diverse manifestazioni nelle principali città, e soprattutto ad Atene; i cortei della capitale avrebbero dovuto convergere in Piazza Sintagma, sulla quale si affaccia il Parlamento.

Lì da più di un mese sono accampati alcune centinaia di “aganaktismeni” (che tradurremmo "indignati"). Questi, come si sa, rifiutano di farsi rappresentare dai partiti politici, rivendicano una utopica "autonomia", chiedono una democrazia “vera” o "diretta" e denunciano il dominio delle banche e le imposizioni dell’Unione Europea. Accusano i parlamentari e della maggioranza (Pasok) e dell’opposizione di destra (Nea Dimocratia), non solo di essere dei ladri e di aver usato il potere pubblico per arricchirsi, ma di essere dei traditori, di voler vendere il Paese agli stranieri. Questa linea “anti-Europa” attraversa sia gli "indignati" sia una parte della destra parlamentare ed extraparlamentare, sia il KKE, il SYRIZA e gli altri partitelli stalinisti che gli girano intorno.

Nonostante il malcontento diffuso per i nuovi provvedimenti restrittivi del Governo e nonostante la proclamazione dello sciopero, che avrebbe dovuto permettere la partecipazione dei lavoratori alle manifestazioni, la mobilitazione si è rivelata un fallimento, dato che l’adesione alle manifestazioni è stata minore rispetto alle precedenti occasioni.

Il che sarebbe risultato evidente se i corpi speciali della polizia, i MAT, non avessero organizzato nei due giorni una guerra contro non si sa chi, sparando tante di quelle granate a gas da rendere irrespirabile l’aria tutt’intorno, con squadre di poliziotti in motocicletta a bastonare le poche migliaia di dimostranti che hanno avuto il coraggio di scendere in strada, da parte loro completamente disorganizzati. Uno schieramento di 5.000 agenti ha trovato l’opposizione solo di piccoli gruppi di anarchici ed altri dimostranti. Nella sola giornata di mercoledì sono state lanciate 2.200 granate, esaurendone le riserve. Nei giorni seguenti, superando ogni problema di bilancio, ne è stata richiesta una nuova fornitura per 800.000 euro, il che dimostra che la polizia si aspetta nuove e più forti manifestazioni. Non è mancato l’intervento di provocatori, poliziotti in borghese che si sono dati un gran daffare per provocare danni e fra loro anche alcuni fascisti atteggiati a rivoltosi, come comprovano dei filmati diffusi da alcune televisioni, dove questi sono stati ripresi fra i poliziotti e poi a scagliare pezzi di marmo o spaccare vetrine.

È risultato evidente che i vertici dei due principali sindacati, il KKE e il suo sindacato Pame, hanno lavorato per il fallimento delle manifestazioni. Il secondo giorno di sciopero il corteo del Pame ha rinunciato a raggiungere Piazza Sintagma e si è sciolto appena la polizia ha lanciato i primi lacrimogeni mentre gli altri sindacati nemmeno hanno partecipato alla mobilitazione. Inoltre, entrambi i giorni, lo sciopero dei trasporti pubblici, esclusa la metropolitana, ha impedito ai lavoratori di raggiungere il centro dalle lontane periferie. C’è stata insomma una collaborazione tra il governo e l’apparato repressivo dello Stato con i vertici dei sindacati e con i partiti della cosiddetta opposizione per fare in modo che la protesta sociale non superasse certi limiti.

Queste due giornate sono l’ennesima dimostrazione di quello che è realmente la democrazia in uno Stato che tale si dichiara ed è guidato da un governo di centro-sinistra: ancora una volta è evidente, come ha scritto Carlo Marx, che anche lo Stato più democratico costituisce l’apparato repressivo al servizio delle classi dominanti e non tollera alcuna opposizione vera ed organizzata verso le scelte fondamentali della borghesia. Lo Stato nel corso dell’ultimo secolo ha infatti aumentato enormemente il suo apparato repressivo diretto, e indiretto, ha esteso cioè il suo controllo su partiti e sindacati, vigila attentamente sulla stampa e sui mezzi d’informazione più diffusi e il dissenso è tollerato solo in quanto può servire a confondere le idee sulla sua vera natura totalitaria.

Lo Stato greco in particolare, fin dai primi anni del Novecento, si è apertamente schierato dalla parte della borghesia e dei proprietari fondiari contro la classe lavoratrice e le sue organizzazioni. La breve parentesi “democratica” seguita alla dittatura dei colonnelli è stata solo un’illusione collettiva provocata dall’apertura verso l’Europa e dall’effimero aumento dei redditi e dei salari mentre nulla cambiava nella natura dello Stato, di classe e avverso al proletariato.

Richiedere la democrazia "diretta", una mera illusione, dimostra da sola quanto primitiva e reazionaria sia l’ideologia oggi dominante anche fra gli sfruttati. Nello Stato borghese democrazia significa dittatura della maggioranza elettorale, cioè della borghesia terriera, finanziaria e industriale. Le votazioni, il gioco parlamentare tra maggioranza e opposizione, la cosiddetta libertà di stampa e di associazione, rappresentano solo un teatrino per illudere il proletariato sul suo reale stato di sottomissione alle classi possidenti. E questo è tanto più evidente in un periodo di crisi economica mondiale come quello che stiamo vivendo, quanto si smascherano le ferree leggi del Capitale.

Il 28 e 29 giugno non sono state certo delle date storiche per la Grecia: ci saranno nuovi “piani”, nuove “manovre” e nuove votazioni parlamentari. Le misure di austerità approvate dalla risicata maggioranza di cui dispone il governo di George Papandreu rientrano infatti nel piano da 78 miliardi di euro, di cui 50 di privatizzazioni e 28 di tagli e aumenti fiscali, tra cui l’imposta speciale "di solidarietà" dall’1 al 5% del reddito, approvato per consentire che 12 miliardi di Euro passino dalla Banca Centrale Europea alle banche creditrici del debito ellenico. Ma si tratta solo di un nuovo prestito ad uno Stato di un paese con l’economia in ginocchio e che non sarà in condizioni di restituirlo.

Ci saranno dunque nuove occasioni per dimostrare le vere intenzioni dei sindacati, ma già le giornate del 28 e 29 giugno, propagandate come l’occasione per una prova di forza, che si è rivelata invece di debolezza per il movimento sindacale, provano la incapacità di direzione dell’opposizione di cosiddetta “estrema” sinistra. Sono state la dimostrazione che il proletariato, anche se numeroso, coraggioso e determinato, non è niente se non unito in organizzazioni completamente indipendenti da quelle borghesi, in sindacati chiaramente schierati contro ogni solidarietà con le classi dominanti e la loro economia e finanza.

La rivoluzione proletaria è impossibile se mancano genuine organizzazioni sindacali che raggruppino la maggioranza della forza del proletariato e se manca l’organizzazione politica proletaria, il partito che ha fatto proprio il programma storico del comunismo rivoluzionario di sinistra. La rivoluzione non è per domani: di fronte alle avanguardie proletarie di Grecia sta un compito difficile, un lungo lavoro di riorganizzazione politica e sindacale. È necessario impegnarsi dentro e fuori le organizzazioni sindacali perché si formino dei gruppi di lavoratori decisi a dare battaglia per la formazione di un unico fronte sindacale su posizioni di classe, un fronte disposto a difendere in maniera intransigente gli interessi generali della classe lavoratrice, lottando contro il padronato, lo Stato, la dirigenza opportunista dei sindacati attuali, ma anche contro visioni particolaristiche e interessi parziali e corporativi che esistono tra i lavoratori.

Occorre che una significativa minoranza proletaria si ricolleghi alle posizioni del comunismo rivoluzionario di sinistra che storicamente ha avuto nella temperie rivoluzionaria degli anni venti del Novecento, nei primi anni di lavoro della Terza Internazionale Comunista e del Partito Comunista d’Italia, il suo punto più alto e che oggi trova continuità nell’opera del Partito Comunista Internazionale.
 
 
 
 
 
 
 
 

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I 150 anni di una borghesia da sempre vigliacca e corrotta
 
Va come fósca nuvola
La morta compagnia,
...
E sordo il tuon rimormora
Su l’alto Quirinal.
Ma i cavalier d’industria,
Che a la città di Gracco
Trasser le pance nitide
E l’inclita viltà,
Dicon - Se il tempo brontola,
Finiam d’empire il sacco;
Poi venga anche il diluvio;
Sarà quel che sarà.
Così il Carducci cantava la giovane ed unitaria borghesia italica, e, a dimostrazione di quanto fosse, già allora, vile e corrotta, aggiungeva:
«Oh l’entrata in Roma! Il governo d’Italia salì per la via trionfale come fosse la scala santa, ginocchioni, con la fune al collo, facendo delle braccia croce a destra e a sinistra, e gridando mercé - Non posso fare a meno, non posso fare a meno».
Infatti ai primi di settembre 1870 il re d’Italia inviava al papa una lettera in cui ipocritamente affermava che solo per il fatto che il governo non era in grado di «contenere l’ardore delle aspirazioni nazionali e l’agitazione del partito detto di Azione, era costretto ad occupare Roma ed il rimanente del suo territorio».

Ma il Carducci, pure lui italico borghese, le sue caustiche invettive le lanciava quando ancora non era né senatore, né cavaliere. Già, perché l’Italia è il paese dei “cavalieri”.

Siamo dunque giunti al 150° anniversario dalla proclamazione dell’Unità d’Italia e, una volta di più, abbiamo assistito a tutta l’ignobile carnevalata (questa sì, perfettamente bipartisan) che vedeva contrapposti i fautori ed i negatori della necessità di festeggiarne l’anniversario.

Ugualmente, bene o male, le celebrazioni si sono tenute, il Presidente della Repubblica con il suo dotto intervento alle Camere riunite ha ricordato i valori dell’Unità italiana e gli illustri personaggi che a quest’unità contribuirono sia con l’opera che con il pensiero: Vittorio Emanuele, Cavour, Garibaldi, Mazzini, Cattaneo. Ha però dimenticato di ricordare la contessa di Castiglione (da Urbano Rattazzi definita: “La vulva d’oro del nostro Risorgimento”) che, fra intrighi amorosi e intrallazzi politici, trasformando la diplomazia in alcova e l’alcova in diplomazia, svolse un ruolo non secondario per la formazione dell’unità d’Italia, contribuendo a scrivere una importante pagina della storia del Risorgimento ed a valorizzare un’arte fondamentale per la vita della politica borghese.

Le celebrazioni dunque si sono tenute, qualche bandierina tricolore ha sventolato la naftalina fuori dalle finestre ed i proletari hanno potuto godersi un giorno di riposo, ben sapendo però che lo dovranno ripagare.

Su questo stesso giornale anni addietro facemmo la storia della “Italia dei Galantuomini”, mettendone in risalto le nefandezze, e già nel 1946, in un nostro lavoro di partito intitolato “La classe dominante italiana ed il suo Stato nazionale”, conducemmo una dettagliata analisi ed una critica spietata nei confronti della storia di formazione dello Stato unitario borghese italiano, dove dimostrammo che «il preteso patrimonio e le vantate conquiste consistono in ori falsi e merci avariate».

Con questo articolo intendiamo, ancora una volta, ricordare la conquista di un trono, ottenuto e consolidato attraverso i tradimenti, le viltà, la corruzione, i compromessi vergognosi.

L’Italia avrebbe sì una sua borghesia da celebrare, una borghesia rivoluzionaria e cosmopolita, quella che, come ebbe a riconoscere Engels, fece dell’Italia «la prima nazione capitalista», e che segnò «la fine del medioevo feudale con la nascita dell’era capitalista moderna». Ma la borghesia del XIX secolo era, del pari di quella di oggi, gretta e bottegaia, capace solo di vendersi al migliore offerente; standosene, nel migliore dei casi, ai margini del movimento rivoluzionario popolare dove il proletariato, anche se ancora non ben definito, costituì la punta dei moti e delle battaglie rivoluzionarie.

Marx stesso commentando il moto di Milano del 1853 metteva in evidenza «l’atto eroico di un pugno di proletari che, armati di soli coltelli, hanno avuto il coraggio di attaccare una cittadella e un esercito di 40 mila soldati tra i migliori d’Europa mentre i figli italiani di Mammona danzavano, cantavano e gozzovigliavano in mezzo alle lacrime e al sangue della loro nazione umiliata e torturata».

Se è vero che movimenti di puri lavoratori salariati, distinti dai lavoratori autonomi rurali ed urbani, non erano visibili prima del 1860, il proletariato, pure se confuso con altri ceti poveri, indubbiamente lottò nelle file della rivoluzione borghese. Ciò non ci scandalizza affatto perché rappresenta un dato storico generale nel trapasso dal precapitalismo al capitalismo e, per il marxismo ortodosso, i proletari lo avrebbero dovuto fare anche se già fossero stati diretti da un partito comunista.

Questo tuttavia non toglie che l’unità d’Italia sia stata una rivoluzione borghese. Infatti una rivoluzione è borghese non quando è fatta dai borghesi, ma quando è fatta per i borghesi, anche se nascosti in cantina o in sacrestia: è borghese quando è fatta per il tipo capitalista di società, anche se la maggior parte dei combattenti non lo sanno.

Al contrario, a dimostrazione di quanto al re savoiardo interessasse la causa italiana si possono ricordare gli accordi segreti di Plombières che stabilivano non l’unità ma la permanente divisione della penisola in quattro Stati, dei quali ai Savoia sarebbe stata assegnata quello della parte centro-settentrionale della penisola; Roma ed i territori limitrofi sarebbero rimasti al papa; la Toscana, le Marche e l’Umbria avrebbero costituito uno Stato a sé stante; ed il Regno delle Due Sicilie inalterato. I quattro principati italiani avrebbero formato una confederazione sotto la presidenza onoraria del papa «per consolarlo della perdita della parte migliore de’ suoi Stati» (da una lettera di Cavour a Vittorio Emanuele II).

Per contro, il fondatore dell’Unità d’Italia (che come Cavour parlava in francese) cedeva a Napoleone III Nizza e la sua stessa patria: la Savoia. Per quanto riguarda i nizzardi, per origine, lingua e costumi non ci sono dubbi che appartenessero al Piemonte e non certo alla Francia. Ma nemmeno di una Savoia francese si poteva parlare.

Engels ci spiega: «Non l’Italia ha conquistato la Savoia, ma la Savoia ha conquistato il Piemonte. Dalla piccola Bassa Savoia il guerriero popolo montanaro di tutta la provincia si unì in uno Stato, per poi scendere nella pianura italiana ed annettersi uno dopo l’altro, o con la conquista o con la politica, il Piemonte, il Monferrato, Nizza, la Lomellina, la Sardegna e Genova (...) La Francia aveva conquistato la Savoia nelle campagne dal 1792 al 1794 (...) Ma nel 1814 non era affatto incline a rimanere francese; l’unica questione era l’annessione alla Svizzera o il ritorno all’antico legame con il Piemonte».

Ma c’è di più, la cessione della Savoia alla Francia costituì un vero e proprio attentato alla sicurezza italiana. È sempre Engels che parla: «Per la sua posizione geografica e specialmente per i suoi valichi alpini la Savoia, come provincia francese, permetterebbe a un esercito francese solo di poco superiore di impossessarsi del versante italiano delle Alpi, di compiere incursioni nelle valli e di acquistare una importanza molto più grande di quella che gli verrebbe dalle sue forze combattenti. Con una certa preparazione del teatro di guerra, anzi, l’esercito francese sarebbe posto in posizione così favorevole che supererebbe immediatamente il suo avversario, nel caso che le forze fossero per il resto completamente eguali. (...) La Savoia, nelle mani della Francia, invece che dell’Italia, rappresenta uno strumento esclusivamente offensivo».

Quindi si potrebbe parlare di vero e proprio tradimento da parte di Vittorio Emanuele ai danni dell’ancora non costituito Stato italiano.

Nella vicenda di Nizza e Savoia va rilevato un aspetto di italica attualità. Di cosa viene accusato oggigiorno il governo? Di agire strafregandosene della costituzione, delle leggi e del parlamento; allo stesso modo si comportò il governo sardo. Sebbene lo Statuto albertino, all’art. 5, stabilisse che: «I trattati che importassero una variazione di territorio dello Stato non avranno effetto, se non dopo ottenuto l’assenso delle Camere», il governo preparò e ratificò il trattato «prima che la Camera abbia deciso se questa separazione debba aver luogo, prima che abbia deciso se si debba votare, e come si debba votare pel principio d’esecuzione della votazione medesima». Poteva ben gridare Garibaldi, in parlamento, che si trattava di «un atto incostituzionale, contrario al diritto delle genti, un traffico di gente che ripugna al senso universale delle nazioni civili». Dal canto suo Cavour non si scomponeva, ed anzi avvertiva che quella cessione non sarebbe stata cosa isolata, ma era un fatto che rientrava nella serie di quelli «che si sono compiuti e che ci rimangono da compiere». Infatti era in progetto pure la cessione alla Francia di Liguria e Sardegna!

Marx, nel luglio 1860, esponeva la questione in tutta chiarezza: «Quel processo di annessioni al Piemonte pezzo a pezzo dovrebbe essere accompagnato da un simultaneo processo di “compensi” per il Secondo Impero. Come Savoia e Nizza sono state il prezzo che si è dovuto pagare per la Lombardia e i ducati, così la Sardegna e Genova sono il prezzo che si dovrebbe pagare per la Sicilia; ogni nuovo atto di annessione separata dovrebbe dar luogo a una nuova transazione separata con il protettore del Piemonte. Un secondo smembramento a beneficio della Francia, oltre ad essere un implicito attentato all’integrità e all’indipendenza dell’Italia, soffocherebbe immediatamente i movimenti patriottici a Napoli e a Roma (...) Perciò Garibaldi ha pensato che il suo principale compito è quello di liquidare qualsiasi pretesto di interferenza diplomatica francese, ben comprendendo però che questo può essere fatto soltanto conservando al movimento il suo carattere prettamente popolare e spogliandolo di ogni parvenza di legame con progetti di ingrandimenti dinastici.

«Non appena liberate la Sicilia, Napoli e Roma, sarebbe giunto il momento di unirle al regno di Vittorio Emanuele, se questi si assumesse l’impegno di tenerle e difenderle non soltanto dal nemico che ha di fronte, cioè l’Austria, ma anche dal nemico che ha alle spalle, cioè la Francia. Facendo affidamento, forse un po’ troppo, sulla buona volontà del governo inglese e sulle esigenze della situazione di Luigi Bonaparte, Garibaldi ritiene che finché non annette alcun territorio al Piemonte e ricorre soltanto ad armi italiane per la liberazione dell’Italia, Luigi Bonaparte non oserà interferire in aperta violazione dei pretesti con i quali egli iniziò la crociata italiana. Comunque vadano le cose, questo almeno è sicuro: il piano di Garibaldi, sia che abbia o non abbia successo, è l’unico che nelle circostanze attuali offra qualche possibilità di liberare l’Italia non solo dai suoi antichi tiranni e dalle antiche divisioni, ma anche dalle grinfie del nuovo protettore francese. E la particolare missione per cui Cavour aveva spedito in Sicilia La Farina, appoggiato dai due compari corsi, consisteva appunto nel mandare a monte questo piano».

È vero che Garibaldi venne lasciato partire dallo scoglio di Quarto, ma è altrettanto vero che tutta una serie di emissari di Cavour furono infiltrati fra i Mille per sabotare l’azione rivoluzionaria e la stessa riuscita dell’impresa. Garibaldi non avrebbe dovuto passare lo Stretto e a questo proposito si cercò di organizzare, prima dell’arrivo delle camicie rosse, una rivolta a Napoli che avrebbe dovuto immediatamente richiedere l’intervento di Vittorio Emanuele e bloccare così l’avanzata di Garibaldi verso Roma. Nello stesso tempo in cui si tentava di organizzare la sommossa, si intraprendevano rapporti diplomatici con i plenipotenziari delle Due Sicilie per la costituzione della confederazione tra i due regni. L’importante era che Garibaldi non arrivasse a Roma. Non potendolo fermare in altro modo venne fermato direttamente dall’esercito piemontese.

Poi, nel 1862, si ebbe l’Aspromonte dove, per impedire l’impresa garibaldina verso Roma, l’esercito italiano faceva sparare sui volontari, quantunque questi non rispondessero al fuoco; si ebbero i morti si Santo Stefano e le fucilazioni di Fantina, in Sicilia, e le decorazioni con medaglie al valore e la promozione degli ufficiali che avevano salvato la Roma papale.

Nel 1864 ci fu “Convenzione di Settembre”. Secondo questo accordo il governo italiano si impegnava ad impedire qualsiasi attentato contro l’integrità dello Stato della Chiesa. Ma, nello spirito della più fulgida tradizione italica, non appena Napoleone III fu sconfitto a Sedan si procedette alla denuncia unilaterale del trattato e venne dichiarata la necessità di annettere Roma al regno d’Italia. Oggi, 2011, in perfetta continuità, lo Stato italiano annulla il “trattato di amicizia” stipulato con il colonnello Gheddafi e partecipa ai bombardamenti della popolazione libica. Certo, ci vuole una buona dose di ingenuità per fare un trattato di amicizia con la borghesia italica!

Quando Garibaldi organizzava e metteva in esecuzione il suo ultimo tentativo di entrare a Roma, quello in cui gli chassepots della divisione De Faily avrebbero fatto des merveilles sui petti dei patrioti italiani, la Gazzetta Ufficiale del Regno aveva pubblicato un ammonimento contro chi avesse tentato «di venir meno alla lealtà dei patti e violare quella frontiera [la papalina - n.d.r.] da cui ci deve allontanare l’onore della nostra parola» (21 agosto 1867), e successivamente Vittorio Emanuela proclamava: «Schiere di volontari eccitati e sedotti dall’opera di un partito, senza autorizzazione mia, né del mio governo hanno violato la frontiera dello Stato (…) L’Europa sa che la bandiera innalzata nelle terre vicine, sulla quale fu scritta la distruzione della suprema autorità spirituale della religione cattolica non è la mia (…) L’Italia fedele ai suoi impegni non vuole né può essere perturbatrice dell’ordine pubblico».

Questo, come abbiamo detto, era prima di Sedan. Poi avvenne ciò che avrebbe fatto di colpo dimenticare al re, e al suo governo, la lealtà, i patti e la parola data: il 1° settembre le truppe francesi subirono la disfatta di Sedan, il giorno successivo Napoleone III firmava la capitolazione. La mattina del giorno 3 giunse a Firenze (allora capitale) la notizia della catastrofe francese, la sera del 4 l’annuncio della Repubblica proclamata a Parigi. Morto l’Impero, prigioniero l’Imperatore, la via per Roma è ormai libera ed il governo italiano “coraggiosamente” dichiara di voler compire l’ultimo atto dell’unità italiana.

Immediatamente il consiglio dei ministri stabilì che le truppe italiane avrebbero passato il confine pontificio, ma si sarebbero fermate alle mura della città in attesa della cooperazione dei cittadini romani. Frattanto il re, dando ancora una volta prova della congenita pusillanimità e codardia di quella borghesia di cui era capo supremo, avrebbe inviato al papa una pietosa (sotto tutti i punti di vista) lettera per preannunciargli le intenzioni “pacifiche” del governo e dell’esercito italiano. La lettera, materialmente composta da Celestino Bianchi, direttore de “La Nazione”, esordiva: «Beatissimo Padre! Con affetto di figlio, con cuore di cattolico, con animo di italiano, mi indirizzo (…) al cuore di Vostra Santità. Un turbine di pericoli minaccia l’Europa; giovandosi della guerra che desola il centro del continente, il partito della rivoluzione cosmopolita cresce di baldanza e di audacia, e prepara, specialmente in Italia e nelle provincie governate da Vostra Santità, le ultime offese alla monarchia e al papato». E, dopo avergli chiesto l’autorizzazione all’ingresso delle truppe italiane al fine di garantire «la sicurezza di Vostra Santità», la lettera terminava: «Prego la Vostra beatitudine di volermi impartire la Sua Apostolica Benedizione, e riprotesto alla Santità Vostra i sentimenti del mio profondo rispetto», firmandosi: «Di Vostra Santità Umilissimo, obbedientissimo, devotissimo Vittorio Emanuele».

L’11 settembre il generale Cadorna senior, alla testa di un esercito di 65.000 uomini, dando inizio alla ultima “gloriosa” epopea risorgimentale, entra in ciò che resta dello Stato Pontificio, ormai, praticamente, smilitarizzato. Il primo valoroso atto compiuto dal regio esercito fu, dopo cinque ore di battaglia, la presa di Civita Castellana, tanto che un prigioniero zuavo, rivolto a Cadorna, ebbe a dire: “Belle gloire, dix mille contre deux cent”.

Poi, il 20 settembre si ebbe l’epilogo: dalle 5,15 alle 9,45 antemeridiane le artiglierie del re d’Italia sparano contro le mura di Roma. Alle 9 la breccia di Porta Pia è aperta. Alle 9,50, la bandiera bianca viene innalzata sulla cupola di San Pietro e su tutti i punti della città assaliti. Dalle 10 a mezzogiorno le truppe italiane irrompono in Roma.

Pio IX aveva dato disposizioni al generale Kanzler, di opporre una resistenza poco più che simbolica, quanto bastasse a dimostrare che le truppe italiane erano entrate con la forza e di «aprire le trattative per la resa appena aperta la breccia». In questo modo, con i 50 morti, di cui 4 ufficiali, e 141 feriti da parte italiana contro i 20 morti, di cui 1 ufficiale, e 68 feriti pontifici, si chiudeva l’epopea risorgimentale.

Non saremo certo noi a negare (e forse siamo gli unici ad ammetterlo) che l’unificazione d’Italia rappresentò una rivoluzione, borghese sì, ma rivoluzione, sovvertitrice, che distrusse una serie di Stati, tra cui quello papalino. Ciò a dimostrazione della nostra impostazione materialistica secondo cui le rivoluzioni avvengono quando i tempi, le classi sociali ed i modi di produzione lo impongono; e questo a prescindere dagli uomini che per sorte, loro malgrado, ne sono gli attori; a volte del tutto inconsapevoli.

La rivoluzione italiana fu animata dalla illusione di redimere il popolo a libertà e dignità, così come la proclamazione di Roma capitale ebbe per intento e significato la emancipazione dal regime di teocrazia ed il pensiero dai Sillabi. Ma la truffa non tardò a svelarsi quando il popolo si trovò dissanguato ed oppresso ancor più di quanto non lo fosse stato sotto gli antichi principi ed il papa-re. Dalla rivoluzione borghese i proletari ed i ceti popolari ricevettero, ancor più che nel passato, miseria, galera e fucilazioni.

Nel luglio 1895, su proposta del deputato Vischi, la Camera approvò la dichiarazione del XX Settembre quale festa nazionale. In quella occasione l’organo del Partito Socialista Italiano commentava con queste parole: «Gran bell’impresa la conquista di Roma! Roma, coi suoi ricordi delle tirannidi e delle corruzioni che resero tristi l’impero e la chiesa, era la capitale predestinata della terza Italia. A lei accorsero famelici gli avventurieri della banca e della finanza, i politicanti di mestiere, i cortigiani e gli imbroglioni di ogni specie. Essa fu spettatrice delle più losche speculazioni e delle più ardite ladrerie. Ogni furfante, che riparasse nella città santa, era sicuro di asilo e protezione (...) Ciò era una volta ed oggi è più che mai (...) Oggi il mercato, a cui convengono i più turpi barattieri, è pubblico ed è aperto alla libera concorrenza. Banchieri e bancarottieri, impiegati dall’agile schiena, deputati giunti coi mezzi più illeciti, patriotti dell’ultim’ora alla Baccelli e patriotti falsi alla Crispi là si trovano, si accozzano, si confondono, trescano in quell’orrido pandemonio; e fra tutti si notano i gazzettieri venduti, che passano da un partito all’altro, da un ministero caduto a uno nuovo che sorge, colla facilità stessa con cui le prostitute si gettano dalle braccia d’uno in altro ganzo» (Lotta di Classe, 21 luglio 1895).

Di cosa parla l’articolo? Dell’Italia di ieri o dell’Italia di oggi? Parla, semplicemente, dell’Italia capitalista borghese.

Festeggi dunque la borghesia, dal suo presidente giù giù fino all’ultimo dei bottegai, la sua continuità nella ultracentenaria tradizione. Fino a quando il proletariato glielo permetterà.
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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La crisi finanziaria in Grecia
Vacillano gli idoli dorati del Capitale
 

Trattare della crisi dell’unione monetaria europea come di una semplice, anche se molto profonda, crisi finanziaria di un gruppo di Stati europei, a cominciare dalla già “tecnicamente fallita” Grecia, è una lettura dei fatti e delle loro cause che per il marxismo rivoluzionario non solo non spiega ciò che sta accadendo, ma nemmeno individua le linee di tendenza che stanno portando agli sbocchi estremi la crisi generale che è alfine scoppiata nel 2009 nel cuore del capitalismo finanziario, gli Stati Uniti d’America e che, tamponata con la più incredibile manovra di acquisto del debito privato che la storia del capitalismo abbia mai conosciuto trasferendolo a debito pubblico, si è trascinata con alti e bassi fino ad oggi.

L’apparente stabilizzazione del 2010 è stata accompagnata dalla grancassa delle dichiarazioni di fine crisi, della ripresa “a portata di mano”, degli indici tutti volti alla crescita, la finanza borsistica ha inneggiato alla risalita dal profondo rosso degli indici azionari che hanno messo a segno spettacolari rialzi, per consolazione del pubblico dei risparmiatori-speculatori; una crescita definita a metà dell’anno scorso, “relativamente robusta” dal presidente della BCE, e da un continuo inneggiare allo scampato pericolo. È stato un continuo spargere ottimismo, perché la crisi stava passando.

Non elenchiamo qui tutti i motivi e le condizioni che danno il segno certo che la crisi nelle sue componenti finanziarie ma soprattutto produttive è ben lungi dall’essere alla spalle, anzi continua ad operare, se non in modo violento e manifesto come nel biennio passato, ma forte ed inesorabile.

Apparentemente qualcosa è diverso, si mostra in altro modo, e i problemi di fondo, per altro niente affatto risolti, trascoloriti e spinti in secondo piano, si focalizzano tutti sull’Europa, come espressione di unità politica – ormai disgregata e contraddittoria – e soprattutto monetaria.

Interessa invece, nella vicenda della Grecia in particolare e dell’Europa sotto la moneta unica in generale, mettere in luce la dinamica del contrasto, che per ora si mantiene nel campo dello scontro finanziario, non meno spietato e feroce di quello bellico.

Fin dal suo nascere l’euro si è posto come potenziale alternativa al potere finanziario del dollaro; era un’espressione finanziaria di un aggregato di Stati, critico e debole come forma unitaria, ma potente quanto a possibilità future e somma delle capacità produttive dei singoli paesi che partecipavano alla unione. Questo era però un indicatore falso, come si sta vedendo ora e già in questa prospettiva mostrava allora una debolezza di fondo che non poteva sfuggire alla critica: forza finanziaria e forza politica non sono elementi disgiunti, per gli Stati sono un connubio inscindibile: era un dato ben conosciuto, e fin qui non c’è da scomodare il marxismo. Si diceva che l’Europa dell’euro era un gigante economico – i fatti lo hanno poi smentito – ed un nano politico – e forse questo non era poi così vero; almeno non per tutti gli Stati componenti.

La forza dirompente delle vicende del biennio appena passato ha mostrato che soltanto chi ha la forza di imporsi sul piano politico può credere di resistere più a lungo imponendo le sue decisioni, le sue iniziative agli altri. L’Europa dell’euro non ha avuto abbastanza tempo per trapassare dalla fase della strutturazione monetaria a quella politica. A posteriori tutti ora si accorgono che quel tempo non sarebbe mai potuto arrivare e l’utopia degli Stati Uniti di Europa era e resta una chimera piccolo borghese.

Chiusa nei limiti angusti della piccolezza politica la forma monetaria unita sta perdendo forza e futuro.

Sembrano lontani ora i tempi in cui il primo detentore del debito pubblico statunitense, la Cina, sembrava spostarsi sull’investimento in euro che appariva di fronte alle difficoltà del dollaro la moneta forte a garanzia dei problemi della divisa USA. Semplificando al massimo questo è il tema centrale dello scontro in atto.

Focalizzarsi sulle vicende dell’euro, o del disastro finanziario e politico di un gruppo di Stati che all’euro hanno aderito è però perdere di vista il quadro complessivo di questa crisi, che non si è spostata dal centro occidentale all’area mediana europea, ma semplicemente ha colpito in questa particolare fase la debolezza di fondo della forma monetaria non sostenuta da un unitario Stato continentale. In questo momento USA, Cina, Europa, Stati emergenti e Russia la stanno trascorrendo ciascuno secondo le sue caratteristiche e in relazione alle condizioni di partenza; ma nessuno ne è fuori, né può dirsi immune dalle sue conseguenze.

L’ennesima rottura sta avvenendo in un’area determinata, e per ora favorisce l’interesse dell’ancora massimo imperialismo del mondo che più la evidenzia e cerca di trarne tutti i vantaggi possibili per la sua supremazia, per la sua sopravvivenza: anche e soprattutto a danno dei “concorrenti”.

Concorre in questo processo anche il meccanismo perverso della finanza, in specie del settore bancario per il quale l’interesse “privato” ha la supremazia sul collettivo. Le banche europee, in virtù della grande disponibilità di moneta, legata alla seconda mandata del consenso all’emissione della FED, da tempo si stanno finanziando in dollari e cambiano poi i dollari in euro, accumulando liquidità e mantenendo basso il cambio col dollaro: essenzialmente le banche tedesche, francesi ed inglesi. La manovra, nelle intenzioni della parte “forte” dell’euro, dovrebbe servire a mantenere una ampia base di liquidità monetaria se il fallimento della Grecia dovesse causare un effetto domino per le economie più deboli della zona euro. Indebolendo però il “fronte interno”, cioè lo stesso sistema bancario dell’Europa “forte”, sta abbandonando il fronte dell’Europa. La moneta statunitense è tenuta ad un livello di cambio basso, favorendo proprio gli Usa che hanno i maggiori interessi al naufragio del progetto Europa.

Però da un certo punto di vista la manovra ha un senso preciso. È evidente che la finanza mondiale si aspetta un prossimo sconquasso, forse un altro biennio di fuoco; è giocoforza “accumulare le munizioni” per cercare di contrastare il nuovo disastro che incombe. Nella prospettiva della guerra prima finanziaria poi economica, l’abbandono dei partner deboli, il cui salvataggio sarebbe d’impaccio alla difesa ad oltranza, la Grecia e gli altri a seguire, tutti quelli che non potranno contrastare la violenza dello scontro, dovranno essere abbandonati. Questo sancirà la fine della BCE, satura di obbligazioni statali-spazzatura, e quindi la fine dell’unione monetaria. La decisione in questo senso, dopo un mese di dubbi, incertezze e tentativi costati miliardi, sta prendendo corpo malgrado le ultime resistenze della “politica”. Non a caso tanto da parte della stampa specializzata tedesca che da parte dei grandi teorici dell’economia d’oltre oceano è un continuo martellare sulla necessità di lasciar fallire la Grecia, di eliminare la moneta europea “aperta a tutti gli Stati”.

Ma il fallimento della Grecia sarà solo il primo atto dello sconvolgimento che il sistema finanziario sta vivendo.

Dopo 14 mesi dal primo salvataggio ufficiale della Grecia, dopo che gli indicatori generali dello stato economico e finanziario hanno continuato a peggiorare sempre di più, ad inizio giugno la “politica” ipotizza di far intervenire le banche francesi e tedesche per la sottoscrizione di nuove emissioni di titoli di debito pubblico, cioè di rifinanziare il debito greco mediante nuovi acquisti, allungando così le scadenze per il rimborso, facendo quindi ricorso all’intervento “privato“ – si fa per dire. Sul piano non è d’accordo la Banca Centrale Europea, che nel 2009 è intervenuta pesantemente per alleviare la situazione debitoria di Grecia Irlanda e Portogallo, dopo che lo scoppio della componente finanziaria della crisi ha già messo a nudo trucchi contabili e artifizi di bilancio sul debito pubblico, e nel 2010 ha operato quel primo piano di salvataggio per la Grecia che ha scaricato le banche tedesche e francesi di gran parte del loro credito verso lo Stato greco.

Le condizioni per erogare quel primo massiccio intervento sono state durissime per la popolazione di Grecia. Sono crollati i salari, aumentata la disoccupazione, ridotta drasticamente crescita ed investimenti. Il debito è quindi aumentato invece di diminuire, e gli interventi hanno nettamente peggiorato la situazione.

A nulla è servito poi l’abbassamento del tasso di interesse sui debito per il prestito del 2010, la proroga della scadenza del debito – già di per sé questo una dichiarazione di “quasi fallimento”. Siamo alla primavera del 2011 e si renderebbe necessario un ulteriore prestito, un piano di 100, anzi non basta ancora, 120 miliardi di euro; se ne ipotizzano 60 da UE e FMI, 30 da “privati” e 30 da “privatizzazioni”.

Il piano, per la BCE, rischia di generare perdite sugli interessi di 45 miliardi di debiti ricomprati dalle banche.

La decisione non si concretizza: il giorno 11 giugno, il Cancelliere tedesco Angela Merkel, dopo una lunga, imbarazzata ed incerta fase, afferma perentoria che la Grecia deve essere “salvata”, per non innescare una crisi anche peggiore di quella del 2009 prodotta dal fallimento della Leheman Brothers; crisi che si propagherà all’economia mondiale, e quindi anche alla Germania.

La serpe morde il ciarlatano. Se davvero un sistema economico, quello greco, che in termini di prodotto interno lordo quota lo 0,5% del Pil mondiale, minaccia, in caso di bancarotta, ovvero di impossibilità ad onorare il debito contratto, se non addirittura gli interessi su quel debito, di indurre una crisi finanziaria come quella 2008-2009, chi afferma una cosa simile ha per scopo o di indurre il panico, e quindi destabilizzazione, e da un capo di Stato non ci sarebbe da aspettarsi simili intenti, o le condizioni generali del sistema finanziario sono a tal punto che non contano più le dimensioni effettive dei sistemi economici nella valutazione del rischio sistemico di un mondo che vive ed opera su un mare di segni di carta, di valori fittizi. Forse alla signora Merkel è scappato, sotto l’ansia e lo stress della situazione critica, uno straccio di terribile verità.

Alla fine di luglio queste parole della “politica” appaiono di nuovo prive di orizzonte, e la forza della crisi finanziaria europea le rende superate. Si deve correre il rischio di un crollo, che appare inevitabile se si continua con la politica del salvataggio.

Per allentare la pressione del debito – e degli interessi sul debito – voci ufficiose in Grecia parlano di ritorno alla dracma; l’effettiva svalutazione potrebbe riequilibrare la bilancia tra prezzi delle importazioni ed esportazioni, ridurre gli squilibri economici. Anche se, diciamo noi, si aprirebbe una prospettiva da Repubblica di Weimar: ma questo sarebbe un problema della popolazione.

L’idea rimane però in aria, non viene liquidata mentre altre voci ufficiali suonano in Europa, teorici di economia e finanza vanno oltre e cominciano a prospettare la sparizione dell’euro come moneta generale del blocco europeo.

Il futuro prossimo per la Grecia e forse per altri paesi dell’euro appare segnato. Ma poi sarà la volta degli altri, dei colossi “produttivi”, “onesti” e “forti”, prima fra tutti la Germania. Nella guerra già in atto non ci potranno essere vincitori, nemmeno gli Stati forti che condizionano le sorti dell’Europa e del mondo.

La crisi capitalistica non consentirà nessuna forma di recupero, nessuna salvezza. Non esiste alcun modo, all’interno del sistema capitalistico, nessuna alchimia finanziaria che possa salvare non solo la piccola Grecia ma nessuno dal precipizio nella deflazione: svalutazione, “deficit spending”, rigore monetario per far fallire chi non può più onorare il proprio debito.

Il peso finirà sulle spalle del proletariato di tutti i paesi, specialmente se non riuscirà a fermare la guerra mondiale, che, provvisoriamente, una volta ancora verrebbe ad annullare tutti i conti in un fallimento-rigenerazione dell’universo del capitale.
 
 
 
 
 
 


Missioni di pace: grande affare
 

L’ennesimo rifinanziamento della missione di pace italiana in Afghanistan è stato approvato lo scorso 25 gennaio dalla Camera dei deputati con una maggioranza bulgara, trasversalmente dai banchi di centro destra e di centro sinistra. Per sostenere le forze armate tricolore è stato incrementato il finanziamento globale dall’inizio della missione: per i prossimi sei mesi sono stati stanziati 410 milioni di euro, vale a dire 68 milioni al mese, cifra che all’incirca equivale alla spesa complessiva annuale del 2002 e 2003.

Solo il partito dell’ex-poliziotto Di Pietro ha votato contro e con il suo rappresentante in aula ha dichiarando maldestramente che «È stata completamente smarrita la missione originaria della nostra presenza: quella in Afghanistan è diventata a tutti gli effetti una missione di guerra gestita fuori dalla regia del nostro paese», come se originariamente questa guerra avesse avuto altri “obiettivi” per la stracciona, quanto opportunista, borghesia italiana. L’Italia, e la sua regia, è vero, sono subordinate ad altrui scelte. Legata principalmente all’imperialismo americano, non ha e non può avere un ruolo autonomo come le grandi potenze imperialiste, ruolo che richiede ingenti capitali alle spalle. Lo Stato della borghesia italiana ha sempre cambiato fronte, ma per rimanere fedele alle dinamiche e ai dettami del capitalismo internazionale.

Il no dipietrista è in linea con il teatrino parlamentare, uno sporco gioco delle parti, e di certo non equivale al nostro, che è da sempre e coerentemente un “Contro la guerra imperialista” su qualsiasi fronte.

Tutti i partiti della borghesia italiana, siano etichettati di destra, di centro o di sinistra, saranno pronti, al di là delle sceneggiate delle circostanze, a finanziare tutte le missioni militari che lo Stato del capitale italiano vorrà imporre. Un esempio per tutti è quello di “Rifondazione” che pochi anni or sono non esitò a mostrarci l’autentico volto dell’ala sinistra del capitale.

Il prototipo storico fu allo scoppio della Prima Guerra mondiale, quando la gran parte dei partiti (allora) socialisti d’Europa, capitanati da quello francese e tedesco, votarono i crediti di guerra, sostenendo la guerra imperialista dei rispettivi governi: era il fallimento della Seconda Internazionale, il tradimento dell’internazionalismo proletario ed uno inequivocabile spartiacque per il movimento rivoluzionario.

Oggi, la meritevole campagna di pace afgana ha portato via dalle piangenti casse statali, nell’arco di nove anni, più di 3 miliardi di euro. Questa nuova spesa, in imponente crescita dall’inizio della missione, non viene minimamente influenzata dalla inevitabile necessità di riduzione della spesa pubblica, ripetendo pappagallescamente le parole di tutti i megafoni di regime. Queste, infatti, devono riguardare esclusivamente settori non proficui quali la sanità, la scuola, le pensioni, i salari dei lavoratori etc.

La Difesa – del capitale – settore strategico anche per la produzione in Italia, non deve essere scalfita. Nel 2010 il Bel Paese, all’ottavo posto al mondo per spese militari, investiva 23,5 miliardi di euro per la Difesa, costi da imputare principalmente alle trenta missioni militari e al mantenimento di un esercito professionale di circa 190 mila uomini, dove il numero dei comandanti, tra generali ammiragli colonnelli e ufficiali, supera notevolmente quello dei comandati. Altre spese di rilievo riguardano i nuovi sistemi d’arma, dalla portaerei Cavour, 1,4 miliardi di euro, le fregate Fremm, 5,7 miliardi, e i 131 cacciabombardieri F-35, 13 miliardi.

Originariamente questa guerra fu propagandata come necessaria per salvare l’inerme e martoriata popolazione afgana dai terribili soprusi del governo dei preti islamici talebani. Debellati questi, tutto lo sforzo finanziario, prima concentrato sugli armamenti, si sarebbe dovuto trasferire verso la serena ricostruzione del paese.

Oggi, in un Afghanistan tutt’altro che pacificato, dove i maggiori predoni imperialisti si contendono nuove sfere di influenza ponendo le basi del terzo macello mondiale, anche questa ipocrita menzogna viene a cadere. Dal 2008 la parte già misera di finanziamenti destinati alla cooperazione allo sviluppo è diminuita del 42% rispetto allo stanziamento globale, passando dal 9,4% al 3,6% di quest’anno. Cifre che comprendono non solo l’Afghanistan, ma anche Iraq, Pakistan, Libano, Somalia, Sudan e Myanmar. Mentre la spesa complessiva cresce, questi finanziamenti diminuiscono sensibilmente: oggi sono 16,5 milioni di euro, nel secondo semestre del 2010 erano di 18.7 milioni. La guerra è guerra, e non c’è più spazio per le illusioni piccolo borghesi.

Se il governo della borghesia italiana non può smentire la sua natura e foraggia costantemente questa guerra permanente, va segnalato come la stessa faccia ottimi affari con la vendita di armi, tant’è che la pacifica Italia nel 2009 è risultata al secondo posto in Europa per armamenti venduti, con 6,7 miliardi di euro contro i 5,6 del 2008. Prima tra le europee la Francia, con vendite per 12,7 miliardi, terza la Germania con 5 miliardi, seguita dal Regno Unito. Nel 2009, dalla civile Europa, complessivamente sono stati venduti armamenti per 40,3 miliardi di euro, cifra record che fa segnare un più 20% rispetto al 2008.

La esportazione degli armamenti targati Unione Europea per il 53% è diretto verso quello che volgarmente viene chiamato e considerato sud del mondo, alta la percentuale destinata ai paesi del Medio Oriente, qui le importazioni dall’Europa sono raddoppiate, passando dai 4,9 miliardi del 2008 agli oltre 9,6 del 2009. Raddoppiano anche le esportazioni verso i paesi del Nord Africa da 985 milioni a 2 miliardi, mentre triplicano quelle verso i paesi del Centro e Sud America da 807 milioni a 2,3 miliardi.

Un altro fiorente mercato delle armi, seppur più contenuto, ma in notevole espansione è quello delle armi da fuoco non da guerra, in questo settore l’Italia risulta al vertice nel mondo. Per il quinto anno consecutivo con quasi 250 milioni di dollari di esportazioni ha preceduto il Brasile, 186 milioni di dollari, la Germania, 127, e gli Stati Uniti, 114.

Se in Italia le spese militari non conoscono la parola crisi, la stessa ha avuto effetti controversi in Europa, dove molti governi, tra tutti quello francese, tedesco, e soprattutto inglese hanno dovuto mischiare un po’ le carte, modificando e tagliando i bilanci record della difesa raggiunti negli anni precedenti, liquidando interi gloriosi reggimenti, smantellando portaerei e navi datate, chiudendo basi e mandando in pensione vecchi aerei e vetusti carri armati.

Comprendere l’esatto ammontare delle spese militari nel mondo è un’operazione piuttosto complessa, a renderla intricata contribuiscono i numerosi enti istituzionali che acquistano armi e i mille bacini da cui attingono i fondi. Ed ovviamente i governi truccano le cifre.

Se in Europa si taglia, si dismette il superfluo, il più grande imperialismo al mondo, quello a stelle strisce, sembra resistere. Circa trenta miliardi di dollari di aumento della spesa militare, questo è stato il biglietto da visita della rivoluzionaria amministrazione di Barack Obama durante il suo primo anno di governo. Per i prossimi 5 anni, grazie anche al ritiro delle truppe dall’Iraq, era prevista una riduzione per la spesa della Difesa, ma oggi il nuovo fronte libico potrebbe annullare questi minimi tagli. Il 14 febbraio scorso, prima dello scoppio della guerra in Libia, il presidente ha avanzato una richiesta al Congresso sul bilancio militare per il 2012 di 670,9 miliardi di dollari. Ma per il momento non è ancora stata approvata dal Congresso la richiesta della Casa Bianca sul bilancio federale 2011, che comprende anche l’ambito militare.

La Cina, invece, seconda al mondo per le spese militari, continuerà il suo percorso iniziato da anni, ed investirà massicciamente nella modernizzazione del suo esercito. Il nuovo budget per la difesa per il 2011 resterà in linea con quello dello scorso anno, con aumento di circa 7,5 punti percentuali. Il nuovo emergente imperialismo ridurrà da 2,3 a 1,5 milioni il numero dei soldati, in linea con la modernizzazione dell’apparato militare, ancora lontano da poter contrastare la supremazia americana.

Le armi, scrivevamo, sono la merce perfetta, anche in periodi di crisi come questo riescono ad avere un mercato di sbocco nonostante la sovrapproduzione capitalistica. Merce ideale per il sanguinario capitale, perché la sua natura distruttiva permetterà domani la ricostruzione, e nuovi affari.

Nell’attuale fase imperialistica tutto il pianeta è un grande mercato, oggi però non esistono più come in passato nuovi aree da colonizzare, nuovi territori da aprire allo sbocco dello merci esuberanti, ostinatamente prodotte nei grandi apparati industriali da questo malato sistema di produzione. Non esistono altre Americhe da scoprire. Tutte le potenze imperialistiche sono costrette a contendersi ciò che c’è. La contesa ha oggi le sembianze di una guerra dove i maggiori imperialismi possono imporre la loro forza sui mercati, sulle rotte commerciali, sul controllo sulle materie prime e sulle loro vie di transito. Ma domani queste tensioni sfoceranno in un conflitto imperialistico mondiale che avrà come fine immediato quello di ridefinire le zone di influenza, come avvenuto alla fine del secondo macello mondiale; ma soprattutto avrà la funzione di distruggere tutto il capitale costante, impianti e merci in sovrapproduzione, e quello variabile, lavoratori rimasti disoccupati a causa della crisi.

Allora ancora altre armi serviranno, ancora molte altre dovranno essere prodotte e vendute.

La guerra appare quindi come unico sbocco inevitabile che il capitalismo ha per sopravvivere. Tutti gli Stati lavorano in questa prospettiva. Né noi comunisti né tantomeno i borghesi possono pronosticare la data di inizio delle ostilità in grande. Ma la partita è in atto da anni, come dimostra la guerra in Afghanistan-Pakistan, dove i maggiori predoni imperialisti, USA, Cina, Russia, e i maggiori europei stanno cercando di aggiudicarsi posizioni di vantaggio in attesa della guerra diretta fra di loro.

Il capitalismo continuerà ad avvelenare la terra con la guerra, perché questa è inevitabile e indispensabile alla sua sopravvivenza.

Il marxismo rivoluzionario non ha mai implorato la pace al capitale, sa che questo sistema non potrà non precipitare l’umanità in un ennesimo conflitto mondiale. Ma sa anche che l’immensa forza che il proletariato ha in grembo potrà domani fermare la guerra, che verrà trasformata da guerra tra Stati nazionali in mondiale guerra tra le classi, una guerra per una nuova società: il comunismo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Fincantieri
Allargare il fronte dello sciopero

Lavoratori !

Ogni lotta non è mai una questione “privata” dei dipendenti di un singolo stabilimento, azienda o categoria perché il livello delle condizioni di vita e di lavoro di una parte della classe lavoratrice influenza sempre, in meglio o in peggio, le condizioni di tutti i proletari.

Se i 2.500 operai Fincantieri saranno licenziati, e con loro migliaia di operai delle ditte in appalto e dell’indotto, non sarà una disgrazia solo per questi lavoratori e le loro famiglie, ma un grave danno a tutta la classe lavoratrice, perché, aumentando la massa dei disoccupati, sarà più efficace il ricatto contro gli occupati, per costringerli ad accettare salari e condizioni di lavoro ancora peggiori.

Per i lavoratori la solidarietà di classe non è un vago precetto morale, separato dalla realtà, ma una necessità vitale. Significa scendere in sciopero in difesa dei lavoratori più deboli e in difficoltà perché in tal modo si difende se stessi e tutta la classe dalla concorrenza al ribasso.

Operai del cantiere navale !

La vostra lotta potrà vincere solo se riuscirete ad allargare il fronte dello sciopero al di fuori del cantiere, con una mobilitazione il più generale possibile, che colpisca non solo i profitti di Fincantieri ma anche quelli del resto del padronato.

La vostra parola d’ordine deve essere: sciopero a oltranza in tutti i cantieri navali d’Italia, sciopero generale nazionale dei metalmeccanici, e in città sciopero generale di tutte le categorie !

Gli attestati di solidarietà a parole, ma non di lotta operaia, non sono utili a difendervi. Spesso sono fatti apposta per deviarvi dalla lotta, per illudervi di poter contare su altre forze che non siano quelle della vostra classe di salariati. I soli e veri vostri alleati sono gli altri lavoratori, di ogni azienda e categoria, su cui il padronato cerca di scaricare gli effetti della crisi, esattamente come sta facendo Fincantieri.

Operai !

Per unire i lavoratori al di sopra degli stabilimenti, delle aziende, delle categorie è necessario lottare per obiettivi che uniscano tutta la classe.

Impostare tutta la lotta contro la “chiusura del cantiere” significa invece imboccare la strada del “ciascuno per sé”: gli operai di Castellammare lottano contro la chiusura del “loro” cantiere, quelli di Sestri Ponente per il “loro”, e via così. In questo modo si va dritti in bocca all’azienda che mette in concorrenza gli operai dei diversi cantieri per sconfiggerli uno ad uno. Una volta per tutte: o si vince tutti o si perde tutti ! La vostra lotta deve intanto essere contro la chiusura di TUTTI i cantieri, contro ogni licenziamento e per la distribuzione del lavoro fra tutti gli operai.

Ma, per allargare efficacemente lo sciopero a tutti i metalmeccanici e a tutti i lavoratori, bisogna tornare a imbracciare le rivendicazioni classiche del movimento operaio: riduzione dell’orario a parità di salario, salario pieno ai lavoratori disoccupati a carico del padronato o del suo Stato e non con prelievi dai salari.

Compagni, lavoratori !

La crisi della cantieristica navale è la stessa crisi che colpisce tutti i settori dell’economia mondiale: è un’unica gigantesca e sempre più grave crisi di sovrapproduzione. Al mondo ci sono troppe navi, troppe auto, troppe merci: in una parola, troppo Capitale.

È il paradosso del capitalismo, e la sua condanna a morte: i proletari sono ridotti alla fame non perché non producono abbastanza, ma perché producono troppo.

Per anni agli operai dei cantieri navali è stato detto che l’unico modo per lavorare, per acquisire le commesse, era garantire tempi di consegna sempre più ristretti, per vincere la concorrenza internazionale. Ecco il risultato di tanto lavoro. Per l’azienda, per il capitale, grandi profitti. Per gli operai, prima lo sfruttamento, poi la disoccupazione!

Il capitalismo è irresponsabile verso la vita dei proletari - I lavoratori devono essere irresponsabili verso il Capitale, cioè verso l’azienda e l’economia nazionale. Devono farsi carico solo della difesa delle loro condizioni di vita, non di questo sistema sociale avviato al tracollo. Il capitalismo è inevitabilmente destinato ad affondare nel mare della sua crisi, ma i proletari non affonderanno con esso come gli schiavi antichi incatenati alle galere.

Il crollo di questo sistema sociale non sarà affatto una disgrazia per la classe mondiale dei salariati ma la grande occasione storica per liberarsi con la rivoluzione dalla schiavitù del lavoro salariato, per costruire una società in cui la produzione sia al servizio dei bisogni umani e non più di quelli folli e inumani del Capitale.
 
 
 
 


Operai Fincantieri !
La vostra vittoria insegni e prepari voi e tutti i lavoratori alle sempre più dure battaglie del prossimo futuro:
solo la lotta paga, solo sulla vostra forza dovete contare !

Operai dei cantieri navali ! lavoratori !

Nove giorni di scioperi quasi quotidiani nei cantieri di Sestri Ponente, Riva Trigoso e Castellammare di Stabia, uniti agli scioperi negli altri cantieri non direttamente coinvolti dai tagli, hanno piegato la Fincantieri.

Per l’azienda e per tutto il padronato questo è un pessimo precedente: gli operai hanno riguadagnato fiducia nelle proprie forze, hanno capito che vincere non è affatto impossibile, che se si mobilitano con la forza adeguata il padrone è debole e può essere sconfitto.

Ma questa vittoria è solo una tregua d’armi: non esiste soluzione alla crisi economica, essa continuerà ad aggravarsi e la borghesia cercherà sempre di scaricarne gli effetti sui lavoratori perché l’unica possibilità che ha a disposizione per mantenere in piedi il capitalismo è aumentare lo sfruttamento della classe lavoratrice.

Presto Fincantieri tornerà all’attacco e probabilmente, fallito il tentativo di chiudere parte dei cantieri, chiederà invece più lavoro per meno salario. Il ricatto sarà quello di sempre: se volete tenere aperta la fabbrica, se davvero volete difendere il cantiere, allora dovete aumentare la produttività, far diventare l’azienda più competitiva, accettare di aumentare il vostro sfruttamento. Esattamente come a Pomigliano e Mirafiori.

Se oggi la lotta “in difesa del cantiere” ha fermato i licenziamenti, domani con questa parola d’ordine sarete deboli di fronte alla richiesta di peggiorare ancora le vostre condizioni.

La lotta contro i licenziamenti se condotta “in difesa dell’azienda” conduce ad accettare l’aumento dei carichi di lavoro, preludio alla riduzione degli organici, all’aumento dei disoccupati, che con la loro pressione spingono infine al ribasso il salario di chi resta al lavoro.

Non solo: essa avvalla la concorrenza con i lavoratori delle aziende concorrenti. Ad esempio significa non far chiudere Fincantieri a discapito dei cantieri degli altri paesi europei, o viceversa. Non è una lotta che unisce i lavoratori ma che li divide. L’unione internazionale dei lavoratori non è un lusso né uno slogan vuoto, ma una necessità ogni giorno più vitale per i lavoratori, ed essa non si costruisce arroccandosi a difesa dell’azienda.

La vera lotta contro i licenziamenti non è in difesa del “posto” ma in difesa del salario. I lavoratori devono lottare per costringere il padronato a pagare loro il salario che lavorino o meno. Sarà un problema della borghesia, del suo governo di turno, del suo Stato, decidere se pagare i lavoratori licenziati per non far nulla, o piuttosto impiegarli in attività produttive.

Il capitalismo ha un eccesso di capacità produttiva in crescita da 30 anni e che continuerà ad aumentare nel futuro. Sempre più lavoratori saranno cacciati nella disoccupazione. Sempre più la cassa integrazione sarà solo l’anticamera della disoccupazione. Il capitalismo per restare in piedi chiede di far lavorare sempre di più un numero sempre minore di lavoratori.

Le lotte contro i licenziamenti nelle singole aziende, medie, grandi e piccole diverranno ancora più frequenti. Isolate non possono portare a nulla se non al sacrificio dei lavoratori per tenere in piedi la macchina stessa che li sfrutta sempre più. Unite possono dispiegare una forza in grado di imporre al padronato ogni rivendicazione.

Tutte le singole battaglie devono confluire nella lotta generale per il salario ai lavoratori licenziati, affiancata a quella per la riduzione dell’orario di lavoro. Solo questi obiettivi accomunano i lavoratori al di sopra delle aziende e delle categorie e sono perciò in grado di creare un movimento di tutta la classe lavoratrice unita, l’unico adeguato a controbattere i sempre più duri attacchi che la borghesia sferrerà sotto la spinta della crisi, l’unico che mette i lavoratori sulla strada della loro definitiva emancipazione dalla schiavitù del lavoro salariato.

Per la lotta unita di tutti i lavoratori:
- Contro licenziamenti e aumenti della produttività !
- Per il salario pieno ai lavoratori disoccupati !
- Per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario !
 
 
 
 
 
 
 


Su due sponde dell’Atlantico colpi ai lavoratori del pubblico impiego
 

Il governatore del Wisconsin, repubblicano ma in nome di tutta la classe dominante, ha dichiarato: “La sentenza della Corte Suprema dà al nostro Stato l’opportunità di andare avanti tutti insieme e di concentrarci a tornare a far funzionare il Wisconsin». In realtà la vittoria è solo della borghesia americana che ha ottenuto dalla Corte Suprema dello Stato la convalida di una legge anti-sindacale che priverà la maggior parte dei dipendenti pubblici del diritto alla contrattazione collettiva. La legge inoltre imporrà ai lavoratori del pubblico impiego dello Stato di pagare di più per l’assicurazione sanitaria e per la pensione.

La legge, imposta quale rimedio al deficit statale di 3,6 miliardi di dollari – ed ovviamente spetta ai lavoratori e le loro famiglie soffrirne e pagare – era stata approvata a marzo. Ma a maggio un giudice aveva sollevato dei vizi ma solo di procedura, fermandone l’applicazione. La pronuncia della Corte Suprema ha annullato quel giudizio.

Difficilmente la questione terminerà qui. Durante la fase di approvazione della legge migliaia di lavoratori erano scesi per le strade della capitale, Madison, riunendosi davanti e dentro il palazzo del parlamento, in quella che molti hanno definito la più grande manifestazione nella città dai tempi della guerra del Vietnam. Il fatto che ai lavoratori è stato impedito di entrare nell’aula per assistere al pubblico dibattito è stato il pretesto per il tentativo, fallito, degli avvocati dei lavoratori di invalidare l’approvazione della legge.

I giudizi delle corti degli Stati borghesi sono sempre malleabili e riflettono i rapporti di forza che si esprimono nella lotta fra le classi che si svolge fuori dalle aule, giudiziarie e legislative. La sentenza della corte che condannò a morte i martiri di Haymarket, a Chicago nel 1886, è un insegnamento indelebile per i comunisti.

Al momento la borghesia punta i piedi, sebbene la vittoria risicata (4 giudici favorevoli contro 3) potrà forse suggerire l’opportunità di una ritirata strategica. Ma la chiave del problema è nella capacità dei lavoratori di abbandonare l’illusione di difendersi utilizzando le vie dei tribunali e dei parlamenti e di concentrarsi invece nel rafforzare la loro capacità di mobilitazione, che c’è e non affatto di poco conto, come le manifestazioni a Madison hanno dimostrato.

La macchina politica del Partito Democratico, manco a dirlo, si è messa in moto, coi suoi deputati in posa di strenui difensori dei lavoratori, proprio per impedire e indebolire questo processo di formazione di un’organizzazione autonoma dei lavoratori del settore pubblico.

Non sappiamo abbastanza dei sindacati dei dipendenti pubblici negli Stati Uniti per esprimere un giudizio sulla loro tattica, ma temiamo che sia loro intenzione mantenere la lotta rinchiusa entro i confini della categoria, quando invece per ottenere una vittoria sarebbe necessario ricercare l’unione coi lavoratori del settore privato. Molti di questi probabilmente lavorano per aziende in diretta concorrenza col settore pubblico, e alle quali il governatore, nella ricerca della riduzione dei costi, vorrebbe, o vorrà, trasferire molte delle sue funzioni.

Anche in Inghilterra i dipendenti pubblici sono sotto attacco. Due sindacati degli insegnanti, la NUT (National Union of Teachers) e la ATL (Association of Teachers and Lecturers) hanno votato a grande maggioranza per il ricorso allo sciopero se il Governo non accantonerà la sua proposta di “riforma delle pensioni”: pagare contributi più cari, ricevere pensioni più magre, lavorare più a lungo.

Anche altri sindacati del settore, il PCS, la Civil Service Union e la UNISON, che rappresentano molti lavoratori delle amministrazioni locali, stanno prendendo in considerazione l’ipotesi di scioperare.

Se negli Stati Uniti il Partito Democratico proverà a strumentalizzare la lotta dei lavoratori ai suoi fini, deviandola su binari che rechino il minor danno possibile ai padroni e all’economia nazionale, in Inghilterra il Partito Laburista, e le Trade Unions ad esso associate, perseguono lo stesso obiettivo. Il programma dello sciopero è ormai ben prevedibile: una grande processione per terminare in qualche parco dove tutte le forze della sinistra borghese sono allineate sul palco per dare la colpa alle “destre” e promettere che il Partito Laburista “vedrà cosa potrà fare” quanto “sarà di nuovo al governo”. In realtà, nemmeno quanto ne ha avuta la possibilità, durante i suoi recenti, completi e interminabili tre anni al governo, ha varato provvedimenti legislativi a favore dei lavoratori (come revocare la legislazione anti-sindacale introdotta dal Governo Thatcher, tanto per cominciare!). Nell’attesa ai lavoratori si offre la prospettiva di... un’altra processione fra molti molti mesi.

La crisi attuale non ha alla sua origine l’esplosione di una bolla speculativa, ma è il risultato del corso fatale del capitalismo e della tendenza alla caduta del saggio del profitto. Questo processo è giunto a un punto critico generando una crisi che sta colpendo i lavoratori di tutto mondo, allo stesso tempo e quasi con la stessa gravità.

La coscienza di classe attraversa le frontiere nazionali, basata sulla consapevolezza di una situazione economica comune: nel caso di proletari, quello di dover vendere la propria forza lavoro ai capitalisti qualunque sia la nazione. I grandi capitalisti, infatti, sono già una classe internazionale ed il nazionalismo è ormai un’ideologia che cresce solo della viltà, delle paure, dell’assenza di prospettive proprie della piccola borghesia. I grandi capitalisti irridono tanta pochezza, mentre il loro capitale attraversa le frontiere senza alcuno scrupolo, alla ricerca di esenzioni fiscali, manodopera a basso costo e nuove opportunità d’investimento. Ma allo stesso tempo del nazionalismo si servono a piene mani, perché utile a mantenere diviso e oppresso i proletariato mondiale.

L’attacco ai lavoratori del settore pubblico sui due lati dell’Atlantico dimostra ancora che comuni sono i problemi cui devono far fronte i lavoratori di tutti i paesi, è una medesima internazionale battaglia di classe, e niente affatto questioni nazionali.

Nel perseguimento della solidarietà internazionale, che sarà necessariamente tanto politica quanto sindacale, noi continuiamo a lavorare come partito politico comunista, custodendo le lezioni marxiste dello studio dell’economia capitalista e del suo inevitabile declino, e quelle tratte dalle grandi battaglie combattute in passato dalla classe operaia, quali armi necessarie per la vittoria nelle sicure ancor più grandiose lotte che aspettano il proletariato mondiale.