Partito Comunista Internazionale Indice - Numero precedente - Numero successivo

"Il Partito Comunista" - n° 287 - novembre 2001 - [.pdf]

PAGINA 1 – Terrorismo disonesto degli Stati borghesi.
                   – Manifestino distribuito alle manifestazioni degli scioperi del 9 e del 16 novembre:
                            Contro la Guerra dei Padroni - Per la difesa in pace e in guerra delle sorti della Classe Operaia

                  – Rifondazione fa la sua parte
                  – Argentina è il mondo - Crisi sociale e patacones governativi (1ª parte- 2ª parte).

PAGINA 2 – Marxismo e guerra - sulle tesi del 1989.

PAGINA 3 – La concorrrenza è norma sindacale fra i ferrovieri?
                  – Ricatto borghese fra pance vuote e lavoro dei minori.
                  – Uomini inutili (per il Capitale): minimo panorama della disoccupazione.

PAGINA 4 – Cobas-scuola: L’eterna questione del «chi siamo?»    (Parte 3ª:  1 - 2 - 3 ) Proposta di indirizzo
                                    per la costituzione del Sindacato di Classe a cura dei Comitati di Base della Scuola di Torino (1991).
                  – In sciopero l’Ilva di Taranto.
 
 
 
 
 
 
 
 
 



PAGINA 1

Terrorismo disonesto degli Stati borghesi

L’11 settembre del 2001 per la prima volta nella loro storia gli Stati Uniti d’America subiscono un attacco militare sul proprio territorio con gravi perdite militari e civili, circa il 2% dei caduti americani nella Seconda Guerra Mondiale. Gli USA, qualunque cosa faranno in futuro, vengono ridimensionati sul piano strategico. Nulla è più indifeso di un tabù violato.

È certo oziosa la discussione se l’attacco è da definire atto terroristico o di guerra: la guerra è guerra e ognuno la combatte sul terreno e con i mezzi a lui favorevoli. Va anche sgomberato il campo dai filistei canoni etici, particolarmente disgustosi se provenienti dagli autori delle apocalissi di Hiroshima, Nagasaki, Amburgo e Dresda.

L’azione dell’11 settembre, eliminati i rumori di fondo del chiacchiericcio stupido d’intellettuali, preti e talk televisivi, ha avuto un altro indubbio merito. Le classi dominanti borghesi e i loro esecutivi militari hanno abbandonato l’ipocrita ossimoro di guerra umanitaria e le formule mistificatrici di peace keeping per la brutale, prosaica, ma vera parola: guerra senza misericordia, d’annientamento e di terrore. È particolarmente disgustoso sentire militari addestrati all’arte della guerra nascondere la loro funzione sotto un umanitarismo da preti. Leggere i loro saggi d’oggi sulla guerra e sull’uso del terrore sans-phrases, interno ed esterno, è un sano risveglio.

Da marxisti sappiamo che il terreno della forza, anche controrivoluzionaria, è rivoluzionario, se il proletariato riesce a rispondere su quello stesso terreno. Abbandonare il diritto per la forza, come la borghesia pubblicamente dichiara oggi di fare (nella guerra del Golfo e del Kosovo si sono cercate sempre coperture giuridiche), è un loro cedimento al marxismo che i rivoluzionari devono accogliere come una vittoria dottrinale. Marx scrive il 10 dicembre 1848 sulla Nuova Gazzetta Renana, di fronte alla montante controrivoluzione feudale: «Non l’abbiamo mai nascosto. Il nostro terreno non è il terreno del diritto; è il terreno della rivoluzione. Il governo, da parte sua, ha infine abbandonato l’ipocrisia del terreno legale; si è posto sul terreno rivoluzionario; giacché anche il terreno controrivoluzionario è rivoluzionario».

Esiste un movimento antimperialista di maniera, antiamericano per partigianesimo, non rifuggente in alcune sue frange l’uso del terrore come mezzo di azione politica. Tale movimento, particolarmente forte in alcune aree del globo, è più presente di quanto si pensi in Europa e dall’azione dell’11 settembre può trovare alimento per svilupparsi. Esso potrebbe tornare utile alla borghesia europea, al momento opportuno, per sviare la lotta di classe del proletariato dai suoi compiti storici, verso posizioni social-imperialiste, travestite da guerra rivoluzionaria e proletaria di mussoliniana memoria.

Per contro si esprime un rifiuto di principio, pressoché unanime, compresi i movimenti no-global e i molti cosiddetti partiti e movimenti “marxisti”, del metodo e delle azioni terroriste e in generale violente, proprio mentre la borghesia annunzia ufficialmente l’avvio di un’operazione mondiale di controterrorismo e di sterminio fisico di tutti coloro che, a parere suo insindacabile, verranno giudicati terroristi.

Rappresentanti ufficiali del governo americano dichiarano che chiunque si metta in lotta contro gli interessi americani è un terrorista. L’autorizzazione del Congresso degli Stati Uniti all’uso della forza votata il 15 settembre con un solo voto contrario si fonda su tre elementi: 1) delega assoluta al Presidente di decidere a suo insindacabile giudizio chi colpire (persone, organizzazioni, Stati); 2) sua discrezionalità sulla quantità di forza da utilizzare e sui teatri del globo su cui esercitarla; 3) eliminazione di ogni suo limite temporale (l’infinità tanto criticata). «Il presidente è autorizzato all’uso della forza necessaria e appropriata contro quelle nazioni, organizzazioni o persone (punto uno) che egli determina abbiano pianificato, autorizzato, commesso o aiutato gli attacchi terroristici che hanno avuto luogo l’11 settembre 2001 o abbiano dato ospitalità sul loro territorio (punto due) a tali organizzazioni o persone, allo scopo di prevenire qualunque atto futuro (punto tre) del terrorismo internazionale contro gli Stati Uniti da parte di tali nazioni, organizzazioni, o persone». L’applicazione estensiva dell’articolo 5 del Trattato Nato, da parte dell’Alleanza il 12 settembre estende i tre elementi a tutti i paesi dell’Alleanza.

Per quante contorsioni facciano i legulei e i diplomatici borghesi è impossibile giustificare dal punto di vista del diritto sia il testo sia l’applicazione estensiva. Ma qui non siamo sul terreno del diritto bensì su quello degli interessi di potenza e sulla forza esplicata per difenderli.

Quale sia l’effettivo destinatario dell’azione terroristica ed omicida della Santa Alleanza Borghese che si sta delineando all’orizzonte lo si può dedurre dal testo sui reati terroristici proposto il 27 settembre dai ministri della giustizia e degli interni europei che verrà discusso dal Consiglio Europeo il 6-7 dicembre. In Germania è in discussione al Bundestag l’estensione alle organizzazioni religiose fondamentaliste della legge sulle associazioni, ma ogni organizzazione sospettata di mettere in pericolo la sicurezza dello Stato può essere sciolta dal Ministero degli Interni. Nel Codice Penale sarà introdotto un nuovo articolo – il 129b – che estende le norme previste contro le “associazioni terroristiche” dell’art. 129a a membri, complici e perfino simpatizzanti di “organizzazioni terroristiche” operanti fuori dal territorio tedesco. I servizi tedeschi aiutavano e finanziavano l’UCK quando questo era per gli USA una organizzazione terroristica: nel caso in cui un caso simile si ripetesse i servizi tedeschi potrebbero essere sanzionati in base all’articolo 129b.

Legislazioni similari sono già operanti in Gran Bretagna. La Francia ha già lanciato solenni minacce alla sua comunità islamica costituita da quattro milioni di cittadini francesi. Gli USA stanno limitando pesantemente i tanto esaltati e osannati fino alla nausea diritti fondamentali dei cittadini. Il pericolo maggiore, infatti, per tutti gli Stati borghesi non consiste nelle armi, dispiegate o terroristiche, degli Stati nemici, ma all’interno delle loro stesse società civili. Gli stessi sindacati americani sono dovuti intervenire a difesa dei fratelli di classe di razza araba minacciati dall’odio religioso che i media e i servizi governativi cercano di fomentare nei proletari.

Intanto i liberi media americani si assoggettano senza protesta alcuna alla ufficiale ed esplicita richiesta governativa di divenire delle semplici veline del potere esecutivo, tanto che perfino l’emiro del Qatar, di fronte alle fortissime pressioni americane di porre lo stesso controllo alla televisione araba satellitare Al Jazeera, si permette il piacere di schiaffeggiare il governo degli Stati Uniti rivendicando l’applicazione della loro Dichiarazione dei Diritti del 1791. Tralasciamo l’arruolamento a ranghi serrati degli intellettuali nel fronte fondamentalista laico e civile degli Stati occidentali. Chi esce un po’ dai ranghi sa già quello che lo aspetta (dai Santoro e Fo italiani al Wickert tedesco). A tutta questa triste genia regaliamo una bella citazione, 1759, di Benjamin Franklin: «Coloro che rinunciano a diritti di libertà fondamentali per ottenere un poco di temporanea sicurezza non meritano né libertà, né sicurezza».

Le reazioni dei poteri statali e delle loro sovrastrutture di violenza fisica e psicologica (dalla Ragione alla Religione) al primo leggero colpo subito con l’11 settembre dimostra la giustezza del nostro assunto, formulato già nel corso del Secondo Conflitto Mondiale, che il nazifascismo ha perso la guerra ma ha vinto la pace. Il fascismo è la forma politica adeguata al capitalismo giunto alla sua fase imperialista. In questo senso storico esso è progressivo rispetto ad una democrazia che è solo pura mistificazione.

I ceti borghesi illuministi e liberali si sono sottomettessi, non importa se per interesse o codardia, alle regole politiche totalitarie dettate dalla frazione vincente del Capitale, quella finanziaria. Sotto i manganelli delle polizie la marmaglia piccolo-borghese no-global sgombra il campo e si arruola in massa sotto le bandiere del pacifismo, della democrazia, della non violenza, della pace e dei preti. Essi e l’enorme parassitaria classe media, giusta Franklin, non meritano né libertà né sicurezza. E ne siano certi. Quando il proletariato, ripulito il fronte interno dai traditori opportunisti e dagli agenti infiltrati borghesi, muoverà all’attacco, contrapporrà alla dittatura del Capitale la sua dittatura di classe, che esclude dalla sua gestione tutti i partiti delle classi o frazioni di classi diverse da quella proletaria.

La borghesia si prepara a rafforzare le misure di controllo e repressione dei movimenti proletari che teme e che si svilupperanno al precipitarsi della crisi. La moderna democrazia liberale, antifascista, pacifista, sorridente e melliflua mostra finalmente alle masse proletarie e piccolo-borghesi il suo cuore di acciaio e di morte, ereditato dal nazismo e custodito intatto in questo orribile dopoguerra.

Di questo non ci rammarichiamo perché sappiamo che il Terrore bianco è l’ultimo estremo garante della sopravvivenza del potere economico e politico borghese. L’atteggiamento dei marxisti di fronte al passaggio dell’avversario sul terreno della forza e della guerra non è quello della richiesta del ritorno alla pace e al confronto civile e democratico, ma di rammarico per non essere la nostra classe nelle condizioni di imporre senza infingimenti il suo Terrore: «Noi, se fossimo in condizioni ben diverse dalle attuali, non maschereremmo sotto menzogna di perequazione giuridica tra i cittadini ed anche tra gli italiani, l’aperta dittatura di una classe vincitrice» (1924).

Se una critica facciamo alla borghesia è che essa, da classe storicamente parassita e sopravvissuta, abbellisce ipocritamente il suo Terrore, lo infioretta delle altisonanti parole di libertà, civiltà, democrazia, pace, giustizia, quando il proletariato comunista lo eserciterà senza limiti legali e senza orpelli, senza appello a prove di innocenza o colpevolezza, finzioni che lasciamo volentieri alla classe nostra nemica. Scrisse Marx quando il governo soppresse per legge marziale la Nuova Gazzetta Renana, il 19 maggio 1849: «Noi non abbiamo riguardi; non ne attendiamo da voi. Quando verrà il nostro turno, non abbelliremo il terrore. Ma gli uomini del terrore realista, i terroristi per grazia di Dio e del diritto, sono brutali, spregevoli e meschini in pratica, sono vili, ipocriti e bilingui in teoria; sono, da tutti e due i punti di vista, disonesti».

Nessuna classe, nessun partito, né a fortiori Stato, può negare la funzione della violenza e del terrorismo. Il terrorismo è una tattica di attacco, una tecnica militare, di cui la borghesia e la piccolo-borghesia nelle loro lotte di emancipazione hanno usato e abusato, in conformità alle loro dottrine politiche idealistiche e volontaristiche.

Il proletariato, forte del determinismo economico e storico, ha di molto svilito la funzione dell’azione terroristica negli avvenimenti storici; ma certamente non l’ha mai considerata a priori assolutamente ininfluente storicamente e men che mai condannata per motivi etici. Valga a titolo di esempio l’assassinio del primo ministro russo Stolypin “l’impiccatore”, attuato materialmente da elementi socialisti rivoluzionari, ma voluto ed organizzato da agenti dell’Okrana infiltrati per ordine dei circoli reazionari dell’aristocrazia terriera i cui concreti interessi erano minacciati dalla progettata riforma agraria di Stolypin. L’assassinio bloccò sul nascere il tentativo di formazione di una classe agraria agiata che potesse fungere da cuscinetto sociale tra le tre classi decisive storicamente in lotta sul proscenio russo: proletariato-borghesia-aristocrazia terriera. La formazione di tale classe obbediva ad una dinamica storica inarrestabile perché fornita di una inerzia potente dovuta allo sviluppo del mercato interno capitalistico già intensamente avviato, come gli studi di Lenin avevano evidenziato. Stolypin voleva accelerarla con l’aiuto dello Stato. L’aristocrazia la frenò con l’attentato.

Si arrivò alla Prima Guerra Mondiale con questa classe ancora in embrione. La guerra mondiale portò alla ionizzazione estrema nello scontro di classe e la borghesia si trovò priva di una solida base sociale proprio nel momento in cui il proletariato russo era al massimo della sua energia storica. E fu l’Ottobre Rosso, la cui facilità di vittoria fu quindi dovuta in parte anche alla stoltaggine e limitatezza di visione storica di parte dell’aristocrazia russa. L’assassinio organizzato dai controrivoluzionari favorì la Rivoluzione.

Le azioni terroristiche possono solo accelerare o ritardare dinamiche storiche che sono però già in atto e che alla lunga si imporranno.

Ha quindi poco senso interrogarsi, come fa la pubblicistica borghese, se gli autori dell’attentato a New York siano stati appoggiati, ispirati o utilizzati da forze interne allo schieramento occidentale e financo americano. Alcune osservazioni, messe in evidenza dai giornalisti (fallimento totale dei servizi di spionaggio fino al 10 settembre, in assoluta contraddizione con l’efficienza dimostrata dopo l’attentato; la conoscenza di codici cifrati, del luogo in cui si trovava il Presidente e delle stesse procedure segrete, lascia supporre, come rileva il “New York Times”, che i terroristi avessero una talpa negli apparati americani ed addirittura nella Casa Bianca) sembrano attestare la possibilità che servizi deviati abbiano collaborato al colpo e che governi che sapevano abbiano lasciato fare. D’altra parte lunga è l’esperienza americana dell’autocolpirsi o del lasciarsi colpire per poter accusare l’avversario predestinato e attaccarlo coperti dal manto della morale se non da quello del diritto. A conferma di questo argomentare rileviamo che l’operazione “Libertà Duratura” non avrebbe potuto essere lanciata in tempi così rapidi e in modo così pianificato, se non fosse stata già preparata: i piloti dei bombardieri Stealth B-2 Spirit avevano già iniziato l’addestramento a voli di 50 ore che permettono, partendo dalla loro base del Missouri, di colpire obiettivi in Asia; e questo un paio di mesi prima dell’attentato. L’America si stava da anni preparando alla guerra in Asia Centrale, perché i contrasti interimperialistici dopo i Balcani ed il Medio Oriente stavano accumulandosi in quell’area.

Ma dal punto di vista della dinamica delle forze storiche ciò ha poca importanza. Si ricordi a riguardo l’attentato di Sarajevo, 1914. Esso fu organizzato dalla componente più nazionalista e rivoluzionaria dei servizi serbi di nascosto dal governo. Il governo serbo, venutone a conoscenza grazie ai suoi infiltrati, non fece nulla per bloccarlo. E fu la Prima Guerra Mondiale, che solo degli idioti possono considerare l’effetto dell’attentato. Le dinamiche storiche che portarono alla Prima Guerra Mondiale si erano avviate già con il conflitto franco-tedesco del 1870 ed avevano subito più accelerazioni (guerra russo-turca nel 1876-78; guerra boera nella fine del secolo; guerra ispano-americana nel 1898 – guarda caso provocata dall’esplosione della nave da guerra americana Maine davanti all’Avana; guerra russo-giapponese e relativa Rivoluzione nel 1904-05; annessione della Bosnia-Erzegovina da parte dell’Austria nel 1908; guerre balcaniche nel 1912-13).

Questo scenario di guerra avveniva nel passaggio epocale del capitalismo alla fase imperialista che si può collocare a cavallo degli anni ‘90 del XIX secolo. La guerra era così poco inaspettata che Marx ne aveva addirittura delineato le alleanze fondamentali; Engels ne aveva previsto lo scoppio per il 1898; la Seconda Internazionale Socialista aveva approvato in ben tre Congressi risoluzioni che non solo prevedevano la guerra, ma addirittura dettavano la tattica rivoluzionaria con cui fronteggiarla. L’attentato di Sarajevo fu il catalizzatore di un processo che stava già per concludersi grazie alla propria inerzia storica.

L’azione dell’11 settembre 2001 può anche darsi che abbia avuto come protagonisti forze anche interne allo schieramento occidentale, che magari hanno utilizzato come agenti “incoscienti”, come nel caso di Stolypin, uomini della rete di Bin Laden. Dal punto di vista marxista questo ha un valore minimo. L’importante è capire il dispiegamento delle forze storiche sullo scenario mondiale, dispiegamento che obbedisce a leggi dettate dalla dura necessità fisica e quindi altamente impermeabili nella loro sostanza ad avvenimenti terroristici anche della dimensione dell’11 settembre.

Il marxismo incorrotto è fondamentalmente amorale, aldilà dell’alternativa borghese fra assoluzione e condanna. Al pari delle scienze naturali, di cui tra l’altro si considera l’equivalente in campo storico-economico, esso studia per comprendere e agire in conformità alle leggi e determinanti scoperte. Nel caso specifico cerca di capire quali determinanti storiche hanno portato all’azione dell’11 settembre e quali effetti di lungo periodo avrà sugli equilibri fra le potenze e sui rapporti a scala planetaria delle tre classi fondamentali, al fianco della terza ed infima delle quali, il proletariato, siamo aprioristicamente e pre-scientificamente schierati.
 
 
 
 
 


Manifestino distribuito alle manifestazioni degli scioperi del 9 e del 16 novembre
Contro la Guerra dei Padroni
Per la difesa in pace e in guerra delle sorti della Classe Operaia

    È di pochi giorni fa la notizia della ufficiale entrata in guerra dell’Italia, a seguito del voto favorevole della grande maggioranza del Parlamento che ha visto l’approvazione anche di buona parte della “opposizione”. La borghesia italiana si schiera così a fianco delle maggiori potenze capitalistiche in una guerra che gli stessi media statunitensi definiscono “lunga”, “dura”, “crudele”.
    Poco più di cinquant’anni fa, mentre ancora echeggiava lo schianto dei bombardamenti che radevano al suolo le città d’Europa e d’Asia, gli altoparlanti degli Stati vincitori mentivano ai proletari, decimati e affamati, che la devastazione e l’immane massacro erano stati necessari per battere il Fascismo ed il Nazismo e che si stava per aprire un’èra perpetua di benessere e di pace. Ne sarebbe stato garante il governo sul mondo delle Democrazie, borghesi e imperialiste quanto quelle vinte.
    Due generazioni di proletari di Occidente sono state ingannate in questa illusione dai partiti, mentiti “socialisti” e “comunisti”, che ne erano alla testa. In realtà le grandi potenze, Russia falsamente socialista compresa, non hanno mai cessato né la corsa agli armamenti, né il confronto militare, né la repressione dei moti di liberazione contro i residui del colonialismo. In questo mezzo secolo la minaccia della guerra, con tutti i suoi orrori, non si è mai abbassata.
    Superata una lunga fase di crescita produttiva, iniziata con la ricostruzione dopo le distruzioni belliche, negli ultimi decenni l’accumulazione è tornata ad ingolfarsi in ripetute crisi di sovrapproduzione. Oggi si è giunti nuovamente in vista di una terribile crisi economica che minaccia l’intero universo capitalistico e il cui sbocco naturale sarebbe, dunque, la guerra planetaria, che ancora una volta diviene per il Capitale sempre più vantaggiosa, sempre più necessaria, sempre più inevitabile. Per questo tutti gli esponenti del regime ed i loro apparati intellettuali e di propaganda, lasciata cadere ogni maschera, sono impegnati a fomentare turpi superstizioni razziste e religiose per spingere nel baratro della guerra i lavoratori delle diverse nazioni.
    Nello stesso tempo vacillano e sono abbattuti i miti del progresso e del benessere crescente per il proletariato ed ai lavoratori si impongono ovunque dure condizioni di sacrificio e di sfruttamento. La guerra, mentita fra civiltà, religioni, culture, nazioni, è in realtà, oltre che un grande affare per il Capitale mondiale, uno strumento di vero terrorismo contro la classe lavoratrice. La disciplina che la guerra viene ad imporre è utilizzata per bloccare ogni lotta e rivendicazione sociale, e principalmente nelle metropoli d’Occidente dove la crisi colpisce sempre più duramente la condizione di chi lavora. La crisi economica si sta abbattendo pesantemente su tutte le categorie, alcune hanno già subito decine di migliaia di licenziamenti ma investirà nei prossimi mesi l’intera classe lavoratrice. Tutti i principali paesi imperialisti, Italia compresa, hanno infatti aumentato le spese militari facendole ricadere sui lavoratori. Sottopagata, ricattata, precaria e costretta a ritmi di lavoro massacranti la classe operaia d’Occidente è così affratellata alle masse operaie dei paesi del Terzo Mondo nel pagare il prezzo della rapina capitalista.
    Il proletariato non può confidare, per la sua necessaria difesa, in tempo di pace come in tempo di guerra, nelle esortazioni morali del pacifismo piccolo borghese, sostenuto dai Sindacati venduti al regime, dalle Chiese e dai falsi Partiti operai, che ricerca la collaborazione fra le classi e fra gli Stati all’interno di questo regime. Cercare di conciliare pace e regime capitalistico è solo un’illusione nefasta.
    Resistenza al bestiale sfruttamento capitalistico e opposizione proletaria alla guerra vanno assieme. Solo con la forza il proletariato potrà difendersi dall’abbrutimento nel lavoro salariato, solo con la forza potrà abbattere, con il regime del Capitale, il suo ciclo infernale di guerre e di paci drogate.
    La classe ha oggi tutto da ripristinare il suo schieramento sociale di battaglia: ricostruirà la sua organizzazione difensiva, il suo Sindacato di Classe, ritroverà il suo programma emancipatore nel Partito del Comunismo, senza più classi, senza più nazioni, senza più Stati. Con questi strumenti, estesi ed allenati alla lotta, potrà allora opporre al militarismo borghese, la sua guerra, la sua internazionale e proletaria Rivoluzione Comunista.
 
 
 
 



Rifondazione fa la sua parte

    Finalmente il giorno delle grande decisione è arrivato: a stragrande maggioranza, salvo pochi irriducibili, la strana guerra contro il terrorismo – ma che razza di Stato nemico sarà mai questo – è stata approvata dal Parlamento italico. Come il precedente governo delle sinistre qualche anno fa, che tanta bella prova di sé dette entrando nell’agone della guerra balcanica – anche lì, vallo a sapere con quale giustificazione costituzionale – pure l’indomito bellicoso governo delle destre ha avuto la sua fetta di mendicata gloria guerriera. Perfettamente come da copione.
    Tutti d’accordo, a destra e a sinistra, come l’altra volta, nel patriottico inno alla guerra, salvo qualche voce nel coro, ben educata all’intonato controcanto, previsto e scontato, esattamente come l’occasione precedente.
    Ci sarebbe stato da stupirsi del contrario: chi avrebbe fatto, se no, sponda parlamentare al sentimento pacifista, a quella parte del corpo sociale che trova sconce ed immorali le bombe a pioggia su una popolazione stremata, piegata da fame, malattie, miseria e fanatismo religioso, quasi fosse una colpa trovarsi nella morsa di una guerra per interessi mondiali che gli passano stratosfericamente sul capo?
    Lo Stato borghese tiene e foraggia nel suo Parlamento, a mo’ di cencio per coprirsi le vergogne, il pacifismo dell’ultra sinistra parlamentare, col codazzo variopinto di verdi, e genia simile.
    La guerra, ha tuonato il Bertinotti nel tempo gentilmente messogli a disposizione dal regolamento, la guerra non è un modo per risolvere i problemi ed eliminare il terrorismo. Quindi il sedicente marxista (ma si dichiara ancora tale? non siamo aggiornati in merito), tutto preso nello sforzo di ricostruire, anzi rifondare, il partito del comunismo, si premura di consigliare agli Stati imperialisti come meglio potrebbero risolvere i problemi, e come davvero lottare contro il terrorismo. E bravo il Bertinotti. Non sa che questa guerra, come ogni guerra scateni il mondo borghese, quale che sia l’avversario ed il pretesto, è, alla fine, guerra contro il proletariato, guerra contro il Comunismo, guerra solo e soltanto per gli interessi di uno Stato o di un’alleanza di Stati capitalisti. Non gli esce dalla strozza, educata alle litanie parlamentari, il grido che nega la guerra tra gli Stati per opporgli la guerra tra le classi.
    Colorito quanto occorre, ma ligio alla democrazia, il rifondatore non è nemmeno all’altezza dell’antibellicismo dei partiti riformisti della Seconda Internazionale, che qualcosa del marxismo e della lotta di classe rammentavano. È il genuino prodotto dei tempi attuali, che hanno strappato dalla mente e dal cuore dei proletari il sogno e la volontà del Comunismo, della Rivoluzione, la coscienza di una classe internazionale e senza patria, che è contro tutte le patrie.
    E serve, serve anche un Bertinotti a questo antiumano programma del capitalismo, tanto che se non ci fosse dovrebbero inventarlo.
 
 
 
 



L’Argentina è il mondo
Crisi sociale e patacones governativi

(1ª parte- 2ª parte)

L’imperialismo, dai nostri nemici di classe chiamato globalizzazione, lega insieme con una pesante catena di sfruttamento tutte le economie nazionali della terra e le trascina nell’inferno capitalista. In questo periodo, esaurite le spinte economiche generate dalle gigantesche ricostruzioni dopo le distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, la crisi di sovrapproduzione capitalista è riapparsa prepotente. Di tanto in tanto, e sempre più frequentemente, gli anelli più deboli di questa catena, sottoposti a particolare sforzo, si spezzano. Allo scopo di evitare la rottura di tutto il sistema allora il capitalismo corre ai ripari tentando di tamponare le falle. Ma tutti hanno capito che questo sistema è stabile ormai come un castello di carte, dove i cedimento di una di esse può provocare il crollo generale.

Uno di questi anelli deboli è costituito dall’Argentina, attanagliata, ormai da mesi, da una grave crisi finanziaria, che trova la sua causa immediata nel pericolo di bancarotta legato al costante rischio di insolvenza dello spaventoso debito estero, la cui costante crescita lega e sottomette sempre di più l’economia del paese ai voleri e alle imposizioni dei centri imperialistici del capitalismo mondiale, suoi creditori.

Il debito estero è un effetto dello strapotere dell’imperialismo sui paesi sottosviluppati, e non ne costituisce la causa, né prima né unica, come invece vorrebbero far credere i movimenti contro la globalizzazione tanto alla moda, che rivendicano, come soluzione dei mali, la remissione del debito. Queste posizioni, espressione della miopia politica della piccola borghesia sognante, in ambito mercantile, un utopico quanto reazionario mondo “a misura d’uomo”, o, meglio, delle proprie botteghe, non tengono conto del fatto che sono le leggi che regolano il funzionamento del modo di produzione capitalistico, impiantatosi in tempi e modi diversi nelle varie aree del mondo, a determinare inevitabilmente sfasamenti di sviluppo delle diverse zone e, ad un certo stadio, il vassallaggio economico, e quindi mercantile, degli Stati meno sviluppati nei confronti di quelli capitalisticamente più maturi e potenti.

La dipendenza economica ha dunque radici molto più profonde, ed è da ricercarsi nella dinamica evolutiva dell’economia capitalistica nelle grandi aree geo-storiche.
 

IMPERIALISMO E SOTTOSVILUPPO

L’Argentina, come tutta l’odierna America Latina (eccezion fatta per il Brasile) in seguito agli eventi che scaturirono dalla “scoperta” delle Americhe, è conquistata e colonizzata dalla corona spagnola.

La Spagna basa per secoli il suo sistema di sfruttamento sul sistematico saccheggio delle risorse minerarie, utilizzando i porti argentini come imbarco per i metalli preziosi provenienti dalle regioni andine. L’agricoltura e l’allevamento per un lungo periodo non hanno nessun peso economico, avendo l’unica finalità di fornire il sostentamento ai lavoratori delle miniere, indios ridotti in schiavitù.

La proprietà della terra si accentra nelle mani di latifondisti, che sfruttano prima gli schiavi con l’encomienda, poi i peones con il peonaggio, forma intermedia tra il servaggio e il salariato. Si forma un’oligarchia terriera di latifondisti creoli e una borghesia commerciale creola, molto debole.

La progressiva perdita dell’egemonia della Spagna sui commerci atlantici, il cui atto conclusivo è sancito dalla vittoria inglese a Trafalgar nel 1805, è gravida di conseguenze.

L’oligarchia terriera – intenzionata, per sviluppare il sistema della grande monoproduzione, ad aprirsi ai mercati inglesi in grande espansione rispetto agli ormai asfittici commerci spagnoli – e la borghesia commerciale urbana, ancora debolissima rispetto alla potenza mercantile inglese e ai latifondisti locali – interessata alla creazione dello Stato nazionale per poter sviluppare le premesse necessarie alla nascita del capitalismo industriale – sono spinte a combattere contro la corona spagnola che con il suo monopolio sui commerci ostacola lo sviluppo delle forze produttive argentine prementi per avere via libera nel legarsi al carro del mercantilismo inglese.

Da questo accumularsi di tensioni scaturisce l’indipendenza dell’Argentina dalla Spagna, ottenuta con l’aiuto interessato dell’Inghilterra. Nella scontro per l’indipendenza le classi dominanti argentine ben si guardarono dal consentire che la lotta sfoci in aperta insurrezione delle plebi delle campagne.

Quindi, essendo mancata una rivoluzione borghese radicale dal basso, che rompa nettamente con le pastoie economiche connesse al predominio dell’oligarchia nel capitalismo agrario e che apra – con l’introduzione della moderna azienda agricola capitalistica – i mercati rurali alle merci urbane, lo Stato che nascerà dall’indipendenza si reggerà sull’equilibrio e il compromesso tra la fiacca borghesia e i latifondisti contro le classi povere rurali. Il capitalismo che si svilupperà in seguito sarà irrimediabilmente condizionato da questo dualismo, integrandosi pertanto indissolubilmente ed intimamente, per propria debolezza strutturale, ad un terzo elemento: l’imperialismo, britannico prima, americano dopo.

Le aspirazioni ad una reale indipendenza economica e politica delle borghesie latino americane crollano fragorosamente sotto il peso delle proprie contraddizioni con il fallimento della conferenza di Panama del 1825, promossa da Bolivar, intenzionato a creare una improbabile quanto grandiosa Confederazione Latino-Americana con un mercato nazionale unico che andasse dal Messico alla Terra del Fuoco.

Dopo l’indipendenza, per lungo tempo, l’economia argentina si fonda sulla produzione di materie prime (prodotti agricoli, minerari, pellami) da esportare sui mercati inglesi. All’Inghilterra, vivendo l’Europa una lunga fase di prodigiosa espansione dei mercati e dell’industria, interessa vendere i propri manufatti industriali in Argentina, ma non ancora investire direttamente capitali. Gli unici investimenti inglesi di un certo rilievo interessano solo i settori strettamente collegati all’esercizio del monopolio commerciale britannico, cioè i trasporti: compagnie di navigazione, ferrovie.

Con la crisi del 1873 e l’inaugurarsi della fase imperialistica dei monopoli, l’Inghilterra inizia ad investire i propri capitali eccedenti nel settore primario legato all’esportazione, all’interno del quale si diffonde velocemente l’allevamento dei bovini nelle sconfinate distese della Pampa, finalizzato e all’esportazione del cuoio e delle carni in Europa, ora resa possibile dall’invenzione delle celle frigorifere nella metà dell’ottocento. Pur penetrando massicciamente nel settore primario, il capitale straniero non diminuisce il potere dei piantatori e degli allevatori locali, che però dal commercio con l’estero ricavano un surplus che la borghesia urbana utilizza per avviare l’industrializzazione.

La penetrazione dei capitali inglesi interessa anche il commercio e il settore finanziario: con il controllo delle banche, l’Inghilterra ostacola il sorgere di una industria locale che possa fare concorrenza alle proprie merci sul mercato argentino.

In un quadro quindi di forte restrizione allo sviluppo autonomo, la borghesia argentina tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX avvia l’industrializzazione, indirizzandola necessariamente alla produzione di beni di consumo non durevoli: tessuti, calzature, trasformazione di prodotti agricoli e zootecnici.

Con l’industrializzazione si assiste ad una rapidissima urbanizzazione e proletarizzazione e ad una formidabile crescita demografica, favorita dalla massiccia immigrazione dall’Europa (italiani, spagnoli). La popolazione argentina, che nel 1869 era di appena 1,7 milioni di abitanti, nel 1914 era già salita ad 8 milioni, per poi arrivare nel 1936 a 12 milioni di unità.

Vanno intanto scomparendo i residui pre-capitalistici nelle campagne.

Le due guerre mondiali, causando un’impennata delle esportazioni argentine ed un contemporaneo arresto delle importazioni di manufatti dall’Europa, fungono da catalizzatrici dello sviluppo argentino.

In questo periodo, che si può dire rappresenti l’apice del capitalismo nazionale argentino, si rafforza notevolmente la classe borghese, la quale lentamente, pur in un contesto di una contemporanea crescita del vigore della oligarchia legata alle esportazioni, assume, sempre nell’ambito del condominio di potere con quest’ultima classe, la centralità nella gestione dello Stato. Tale sviluppo è però mediato con gli imperialismi dominanti, alle cui esigenze produttive ed economiche l’Argentina è fortemente vincolata tramite il sistema delle esportazioni.

Nella sua graduale ma decisa affermazione alla guida del potere, la borghesia fa leva sulla classe operaia e sui ceti medi urbani con una politica economica e sociale fondata sul corporativismo. Il populismo dei governi (da Yrigoyen ‘16-’22 e ‘28-30, a Peron ‘45-’55) cerca in questa fase, complice il favorevole periodo di crescita, di unificare tutte le classi sotto le parole d’ordine nazionali della borghesia. Si avvia la legislazione sociale e del lavoro per la cooptazione della classe operaia, hanno inizio le nazionalizzazioni e vengono introdotte anche misure protezionistiche contro le merci straniere. La nazione appare unita in un blocco compatto, reazionario ed anti-operaio, integrato, con il sistema della divisione internazionale del lavoro imposto dalle ferree leggi del capitale, all’imperialismo in combutta col quale la borghesia sfrutta con la massima brutalità il generoso e folto proletariato argentino.

Nel secondo dopoguerra il processo di centralizzazione e di concentrazione monopolistica del sistema capitalistico mondiale giunge al suo pieno dispiegamento con il sorgere e il moltiplicarsi delle mastodontiche imprese multinazionali che, in giri vorticosi di accumulazione, raggiungono entità mostruose; masse enormi di capitali vengono proiettate in ogni angolo dell’orbe terrestre in cerca di valorizzazione. L’Argentina è anch’essa travolta dall’impeto dirompente della forza sociale sopranazionale dei capitali stranieri, che si investono massicciamente nel settore industriale con l’intenzione di razziare il mercato interno. Contro questa maestosa infiltrazione del capitale straniero nell’industria nulla possono le misure protezioniste adottate timidamente dalla borghesia argentina. Queste misure infatti possono tutt’al più frenare la penetrazione delle merci, ma non quella dei capitali, i quali, per contro, trovano anzi condizioni più favorevoli d’impiego, potendo sfruttare l’occasione di realizzare sopraprofitti per via dell’alto livello dei prezzi che il protezionismo genera.

Gli USA, divenuti la potenza egemone sullo scenario monopolistico mondiale si sostituiscono alla Gran Bretagna nella funzione di dominio e di controllo sulle risorse e gli investimenti.

A partire dalla fine della guerra di Corea, copiosi flussi di capitale consentono agli USA di impadronirsi dei settori chiave dell’apparato produttivo argentino. La politica imperialista è sorretta da tutta una serie di accordi regionali di commercio, dall’azione degli organismi finanziari internazionali (FMI) e dall’avallo dell’asservita classe dominante argentina che attua una politica economica ed una politica estera tendente alla completa integrazione, anche militare, al sistema di dominio economico della super potenza nord-americana.

La supremazia dell’imperialismo è la supremazia dell’acciaio e dell’industria pesante, che soffoca l’industria leggera locale. Ogni velleitario tentativo di indipendenza nazionale si rivela mera illusione e demagogica propaganda antiproletaria.

Alla borghesia stracciona argentina non resta che accontentarsi dei margini di manovra ad essa concessi dall’imperialismo, approfittando delle contingenti contraddizioni interne all’imperialismo stesso per strappare qualche spazio e beneficio. D’altronde il mancato pieno sviluppo dell’industria pesante (produzione dei beni capitali), non può che legare la borghesia argentina al cappio della dipendenza dall’estero.

La borghesia locale soffre molto per la limitatezza del mercato interno dovuta al secolare patto d’acciaio stretto con l’oligarchia nelle campagne che limita l’espansione dei mercati rurali. Come soluzione la borghesia è costretta a cercare di ritagliarsi, quando può, un ruolo di sub-imperialismo nell’area meridionale del continente per cercare di smerciare all’estero le proprie merci, cozzando così immediatamente con il Brasile, più potente ma nelle medesime condizioni e anch’esso con le stesse intenzioni. Ma il gioco è reso poco proficuo dal ferreo controllo del gendarme statunitense.
 

LA CRISI DEL 1975

Per tutti gli anni ‘60 l’Argentina vive una fase di forte accumulazione. L’imperialismo, e la sua reggicoda borghesia nazionale, ricavano enormi masse di plusvalore dalle vene del proletariato argentino, la crescita è tale che appare illimitata. Ma con la grande crisi economica del ‘74-’75 la macchina del capitale s’inceppa. Contemporaneamente al crollo del sistema produttivo, la sovrapproduzione porta ad un forte squilibrio nell’impiego dei capitali. Grandi masse di capitale industriale abbandonano la sfera della produzione per dedicarsi alla semplice e parassitaria speculazione finanziaria.

Il capitale finanziario migra nelle zone ove la bassa composizione organica del capitale consente tassi di profitto, e quindi d’interesse, più alti. L’Argentina è interessata da questi flussi, ma il saggio del profitto tende in questo modo a livellarsi rapidamente, rendendo meno remunerativa la speculazione con conseguente fuga dei capitali. Inoltre la boria speculativa regge fintanto la struttura produttiva può garantire con la vendita dei manufatti l’effettiva realizzazione del plusvalore estorto agli operai, cosa che in periodo di soprapproduzione e con un così limitato mercato interno appare difficile.

Tutti gli anni ottanta segnano un grave declino del sistema produttivo argentino (la crescita media annua è in quel periodo bassissima) che è costretto a contrarsi, gli impianti vanno in rovina, prevale il disinvestimento. La borghesia locale si butta a capofitto sulla speculazione. Anche la miseria cresce.

Il crollo dei prezzi delle materie prime, sulle quali l’Argentina fonda le sue esportazioni, comporta una costante illiquidità nei confronti del debito estero accumulato nel corso degli anni verso le grandi banche americane associate a quelle giapponesi ed europee, spinte a dirottare ingenti quantità di capitale verso il sottosviluppo argentino con l’intenzione di succhiare in forma d’interesse il plusvalore estorto agli operai argentini.

La dipendenza argentina dai capitali provenienti dall’estero raggiunge così proporzioni immani. Cresce notevolmente la situazione debitoria del settore privato e, a ruota, quella del settore pubblico e dello Stato. Il buon Pantalone, come sempre in questi casi, si accolla i debiti effettuando il salvataggio dei privati insolventi e sorreggendo finanziariamente l’economia con il debito pubblico che inizia così a crescere rapidamente. I buoni del tesoro statali vengono accaparrati con avidità dagli speculatori di tutte le principali piazze mondiali.

Ma in una situazione di ristagno produttivo i debiti possono essere pagati solo con altri debiti, in una spirale senza fine. Questo circolo vizioso continua finché il flusso del credito non si interrompe. Lo Stato per evitare ciò è costretto ad emettere titoli a tassi sempre più alti, per compensare gli accresciuti rischi, innescando un meccanismo perverso che produce per tutti gli anni ‘80 un’altissima inflazione (che giunge anche a tre cifre) ed una conseguente instabilità monetaria, fattori questi che iniziano a scoraggiare in misura crescente gli speculatori ad immettere denaro in Argentina.

Nel 1983 il debito estero dell’Argentina è di 43,2 miliardi di dollari; in quel periodo ottiene dal Fmi un prestito di 4,2 miliardi, circa il 10% della sua esposizione verso i suoi principali fornitori, nell’ordine USA e UE.

(1ª parte- 2ª parte)

 
 
 



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Marxismo e Guerra

    Nel 1989, risultato di un intenso ed appassionato lavoro cui collaborarono numerosi compagni di tutta la nostra rete, addivenimmo alla formulazione di un validissimo corpo di “Tesi e valutazioni classiche del partito di fronte alle guerre imperialiste”. Pubblicate allora sui nostri organi di stampa sono ora reperibili integralmente in opuscoletto e sul nostro sito internet. Scopo di quel lavoro era raccogliere ed ordinare un materiale, già completo e coerente, ma con delicate, aspre e tuttavia fondamentali implicazioni e che si presentava sparso in testi ed articoli del nostro secolare movimento, da Marx fino alla attuale, ormai cinquantennale, compagine di partito.

    I gravi avvenimenti degli scorsi mesi, segnati dal precipitare della recessione e dall’infrangersi di ogni schermo pacifista nel parlare dei rappresentanti del Capitale, vengono a confermare le previsioni di queste nostre impietose tesi.

    La classe operaia oggi, incalzata dal nemico borghese su tutti i lati, dal posto di lavoro in sù, resta attonita di fronte al terrorismo degli Stati che rintrona arrogante e sfacciato, con accenti anche volutamente spropositati. Priva del suo partito e della possibilità di comprensione di eventi sì grandi e complessi, si smarrisce e potrebbe finir schiacciata ancora una volta, volente o no, nelle mai smobilitate macchine militari del Capitale. La guerra globale che l’alleanza internazionale della classe borghese prepara è un episodio dell’incessante scontro fra le classi, è la sua guerra globale contro la classe operaia.

    Contro questa guerra sociale, cui il proletariato sarà costretto, non contano esortazioni né esecrazione, ma solo la forza, conta la mobilitazione e la sua riorganizzazione in vasti apparati sindacali difensivi opposti alle Confederazioni serve del regime. Elemento determinante della forza storica di una classe è il suo grado di conoscenza della realtà in cui si trova a combattere. Questa è la funzione del partito politico al cui rafforzamento e nuovo radicamento fra i lavoratori del mondo va il nostro impegno. E questa è la funzione specifica delle tesi, che qui veniamo a riassumere per sommi capi.

    Tutte le previsioni del marxismo autentico sono dalla storia confermate.

* * *

    Il primo punto delle tesi distingue i tipi storici di guerre. Il nostro materialismo storico scarta la condanna di ogni guerra, astratta ed insufficiente, di pacifisti e anarchici. Il nostro essere contro la guerra è motivato storicamente, non moralmente. Si ricorre alla classica distinzione dei periodi storici del ciclo capitalistico: quello fino alla Comune di Parigi del 1871 è segnato dalle guerre nazionali di liberazione tendenti ad abbattere il giogo feudale, assoluto o straniero, guerre che godevano dell’appoggio dei comunisti. Dal 1871 invece tutti i governi sono solo confederati contro il proletariato. È la Prima Guerra Mondiale che segna il pieno esaurirsi del ciclo riformista della borghesia, nel nuovo ciclo imperialista, che ancora viviamo, le guerre non sono più tra Nazioni ma tra Stati, non per distruggere assetti storici reazionari, ma per spartirsi gli schiavi salariati e per mantenere il metodo dello schiavismo salariale.
    Le tesi denunciano come i partiti traditori del comunismo abbiano avallato il camuffamento sia della Prima sia della Seconda Guerra, che entrambe erano solo imperialiste e contro-rivoluzionarie, in guerre di liberazione nazionale e, la Seconda, che su di un fronte allineava lo stalinizzato Stato russo, addirittura di progresso verso le conquiste del socialismo.

    Il punto secondo afferma la tesi centrale della inevitabilità economica e materiale della guerra imperialista. Il meccanismo della produzione, della grande industria, del commercio, della finanza opera secondo inesorabili leggi economiche che abbisognano della guerra e che alla guerra conducono. La guerra, quindi, non è una politica di un certo strato o di un certo partito borghese, è invece una necessità storica del modo di produzione capitalistico.
    Questo ignorano i movimenti del pacifismo interclassista, che si illudono e illudono di poter evitare la guerra pur mantenendo il capitalismo. Il pacifismo a-rivoluzionario, per conseguenza logica e determinazione di classe, nel momento cruciale sarà facilmente spinto ad impugnare le armi per “difendere la pace”!
    Nell’ambito del modo di produzione capitalistico e con gli strumenti offerti dal sistema politico che su di esso poggia, la guerra imperialista non può essere evitata: solo una controforza sociale che si opponga a tale sistema, quella della classe proletaria guidata dal suo partito, può costituire l’unica possibilità di impedimento. Solo se verrà rasa al suolo la struttura mondiale del potere capitalistico potranno essere risparmiati all’umanità i suoi orrori, primo fra tutti la guerra: in un mondo socialista, in una società non mercantile, non capitalista, non statale, primo vero inizio della storia umana, essa non avrà più ragione di essere.

    Il terzo punto afferma come la guerra generale sia storicamente evitabile alla sola condizione che le si opponga un movimento della pura classe salariata e che questo l’attenda non per surrogarla con la pace, ma per abbattere con essa il capitalismo. La formula di Lenin fu: trasformare la guerra imperialista in guerra civile. Lenin sferzò la pretesa di poter fermare la guerra con uno sciopero, seppure generale e ad oltranza: ben altro ci vuole, a partire da una radicata organizzazione nel proletariato e nell’esercito, emanante dal partito di classe esteso ed influente, basato su salde posizioni teoriche, programmatiche, tattiche, unico organismo che possa dirigere la presa proletaria del potere col fine di abbattere la società del capitale.

    Il punto quarto prevede, basandosi sul tragico precedente storico delle due guerre mondiali, che tutti i partiti del riformismo, nei casi di crisi acuta della società capitalistica, si schierano immancabilmente e apertamente dalla parte dei macellai borghesi, rivelando ogni volta senza pudori né pentimenti il loro ruolo storico di infiltrati nel movimento proletario allo scopo di difendere la conservazione. Il riformismo fin dal 1914, vinto sul piano dei suoi presupposti programmatici e teorici, vinse però nella pratica sociale perché i proletari furono divisi e spinti a scannarsi gli uni contro gli altri dai governi, ben fiancheggiati dai socialisti traditori che, zelanti patrioti, repentinamente si erano infilati nelle uniformi militari.

    I punti cinque e sei definiscono valutazioni e atteggiamento del partito di fronte ai fenomeni della crisi economica e della soluzione militare del capitalismo. Ad entrambi il marxismo non tende all’utopia di voler sostituire benessere e pace capitalistici, bensì li considera leve che debbono essere impugnate per rovesciare il potere borghese. Il partito rivoluzionario cercherà di approfittare delle crisi economiche come delle crisi belliche per tentare di abbattere il capitalismo; e ciò nelle sue vari fasi: periodo di preparazione, scoppio, sviluppo, immediato dopoguerra.
    La crisi economica è favorevolmente attesa dal marxismo in quanto essa, o la ripresa che la segue, provocando un peggioramento delle condizioni della classe lavoratrice, può spingerla a reagire organizzandosi sul piano sindacale e sollecitare la sua combattività; può creare anche le condizioni per un’estensione dell’influenza del partito sulla classe operaia.
    È alle origini della guerra imperialista il perdurare non più tollerabile della crisi economica internazionale, che non permette più altra soluzione che le immani distruzioni di merci e di proletari per uscire dal cappio della sovrapproduzione.
    La guerra imperialista, azzerando i conti in rosso del capitalismo, e stabilendo un nuovo equilibrio e una nuova partizione dei mercati mondiali, sulle sue rovine permette l’inizio euforico di un nuovo ciclo semisecolare di rapina. La guerra risolve in sé crisi e rinascita del capitalismo.
    Dalla Terza Guerra scaturirà la rivoluzione se prima del suo scoppio sarà risorto il movimento di classe. O comincia e si sviluppa la guerra degli Stati, o scoppia la guerra civile, la borghesia è rovesciata e la guerra non «scatta». Ma lo scoppio della guerra deve trovare un movimento proletario già risorto e un partito ben saldo sulle sue posizioni marxiste: queste sono le migliori condizioni che la storia può mettere a disposizione e toccherà al proletariato saperne approfittare.
    La guerra che non abbia innescato al suo «scatto» o nei suoi primi sviluppi l’incendio della rivoluzione vittoriosa, potrà più facilmente svilupparsi e andare a termine ridando nuovo vigore al capitalismo agonizzante.

    Il punto sette, che indaga le diverse situazioni nelle quali il partito si possa trovare ad agire, è formulato in chiave descrittiva degli atteggiamenti tattici storicamente assunti dal partito: da quello di Engels, che sperava in un ritardo nella guerra mondiale nel periodo ancora riformista del capitalismo, quando sfidava i borghesi col grido “sparate per primi”, intendendo ovviamente che avremmo noi risposto al fuoco, alla corrente di Sinistra che alla Prima Guerra opponeva al “vecchio” antimilitarismo uno “nuovo”, di classe e rivoluzionario, fino alla nostra Piattaforma del 1945, alla fine del Secondo macello mondiale, che inquadrava la tattica del disfattismo rivoluzionario, seppure ne fosse esclusa la pratica in quel contesto di ferrea dittatura stalinista sui proletari.
    Nella situazione odierna, la ripresa del movimento in senso rivoluzionario si ravviserà in un’estesa reazione difensiva proletaria, nella rinascita degli organismi sindacali classisti e in una sensibile influenza del partito sulla classe e sulle sue organizzazioni economiche, al fine di condurla a far gettito, prima di tutto, delle ideologie e programmi basati sull’azione democratica e sull’utilizzo delle istituzioni borghesi.
    Ma se nella Terza Guerra non si verificherà la prospettiva più favorevole – risposta rivoluzionaria che la precede o alle sue prime manifestazioni – il partito, rifuggendo ogni volontarismo, si porrà come forza attiva, nei limiti imposti dalle condizioni storiche e dal rapporto di forza delle classi, con la sua critica, la sua propaganda e le sue indicazioni sulla tattica da adottarsi, non mutevole, non «nuova» rispetto a «nuovi» avvenimenti, ma già prefissata e ben nota alla compagine militante del partito.

    Il punto otto formula il nostro rigetto degli atteggiamenti “difesisti” ed “intermedisti” che, nel caso della guerra, considerano il mantenimento o il ripristino delle condizioni di pace fra gli Stati, ovvero la vittoria di un fronte militare sull’altro, stato più favorevole da difendere o gradino intermedio, presupposto da conquistare sulla strada verso il socialismo. Il partito non sospenderà finché ciò sia ottenuto la sua lotta classista, né su quegli obiettivi verrà ad alleanza alcuna con strati o partiti borghesi.

    Il punto nove tratta del disfattismo rivoluzionario. Citando un testo del 1951 si afferma: «Il leninismo non dice ai poteri capitalistici: io vi impedirò di fare la guerra, o io vi colpirò se fate la guerra; esso dice loro, so bene che fino a quando non sarete rovesciati dal proletariato voi sarete, che lo vogliate o meno, trascinati in guerra, e di questa situazione di guerra io profitterò per intensificare la lotta ed abbattervi. Solo quando tale lotta sarà vittoriosa in tutti gli Stati, l’epoca delle guerre potrà finire. Sostituire, dinanzi all’avvicinarsi di nuove guerre al criterio dialettico di Marx e Lenin – tanto nella dottrina che nell’agitazione politica – lo sfruttamento plateale della ingenuità delle masse nei riguardi della santità della Pace e della Difesa, non è altro che lavorare per l’opportunismo e il tradimento». «Le guerre potranno svolgersi in rivoluzioni a condizione che, qualunque sia il loro apprezzamento, che i marxisti non rinunziano a compiere, sopravviva in ogni paese il nucleo del movimento rivoluzionario di classe internazionale, sganciato integralmente dalla politica dei governi e dai movimenti degli stati maggiori militari, che non ponga riserve teoriche e tattiche di nessun genere tra sé e le possibilità di disfattismo e di sabotaggio della classe dominante in guerra, ossia delle sue organizzazioni politiche statali e militari». «La tradizione propria dell’ala rivoluzionaria, che venne a convergere dopo la guerra nella Internazionale bolscevica, si ricollega all’indirizzo di non rinunciare alla lotta contro il potere della borghesia e le forze dello Stato anche quando queste siano impegnate in guerra e provate dalla disfatta, di tendere ad una possibile azione rivoluzionaria interna senza fare alcun conto della possibilità di spostare gli equilibri militari a favore del nemico». «Lenin lo dice esplicitamente: il nostro compito verrà giustamente espletato solo mediante la “trasformazione della guerra imperialista in guerra civile”».

    Il punto decimo, ed ultimo, esprime l’estraneità al marxismo delle posizioni cosiddette indifferentiste, che sostengono il nessun effetto sul corso storico avvenire della vittoria dell’uno schieramento imperialistico o dell’altro. A questa evidente semplificazione opponiamo il concetto leniniano di “male minore” fra i due esiti della guerra. Non è questo intermedismo, restando escluso per il partito di comunque raffrenare la rivoluzione per favorire il prevalere del “male minore”.

    Seguono le Tesi sulla Tattica, dalle precedenti di principio derivate.

* * *

    Questa robusta impostazione storica-politica è la cornice nella quale il lavoro del partito va inserendo i suoi apprezzamenti anche di questa guerra imperialista attuale e sui prevedibili tempi e sviluppi, coi suoi aspetti specifici ed originali, dal sottostrutturale odierno frangersi della mondiale onda iperproduttiva nella palude degli asfittici mercati, all’intreccio dei colossali interessi economici, finanziari e minerari, alla corsa ai riarmi, dai cinici valzer diplomatici, al sangue proletario inutilmente versato, e che grida vendetta.
 
 
 
 



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La concorrenza è norma sindacale fra i ferrovieri?

    Ottobre non ha portato buone nuove in ferrovia. Lo sciopero del Coordinamento Macchinisti Uniti del 14 è stato ritirato dopo che i due precedenti erano stati differiti dal Ministro, che aveva precettato in entrambi i casi i lavoratori. Sciopero ritirato per le “assicurazioni” governative, che riaprono il confronto per la trattativa contrattuale, e che bloccano, momentaneamente, l’istallazione sui mezzi FS della cosiddetta apparecchiatura vigilante, quella sorta di sveglia che avrebbe dovuto, nelle intenzioni padronali, controllare l’affidabilità del macchinista e dunque sancire la sua condanna a rimanere solo alla guida dei treni.
    La motivazione è, al solito, debole ed una parte del Coordinamento avrebbe preferito portare a termine quest’azione di lotta, anche soltanto per dare un segno evidente della salute del movimento. La maggioranza, da alcuni mesi strettamente in mano alla parte moderata, che ha fatto da sempre della politica concertativa il suo cavallo di battaglia, ha deciso il contrario. Quelle posizioni hanno creato ultimamente grossi problemi, avallando accordi locali che portano alla deregolamentazione del lavoro in ferrovia, accordi che il coordinamento nazionale aveva respinto a suo tempo, con una posizione che poi non è stato in grado di difendere.
    Alla parte più radicale e portatrice degli elementi di forza interni manca un collegamento stabile, che le permetta di confrontarsi in maniera unitaria con le posizioni della sinistra sindacale.
    Quegli accordi, non determinanti in sé, apportano incertezze e divengono pericolosi quando coinvolgono l’intero movimento in discussioni perniciose, come quelle riguardanti il pericolo della concorrenza, di quella pretesa concorrenza esterna che serve unicamente al padrone per far passare paure e tensioni, propedeutica alla vera concorrenza interna tra compartimenti e tra lavoratori, questa sì effettivamente dirompente. Riuscire in questo piano vorrebbe dire per le FS abbattere il potere contrattuale dei ferrovieri, dei macchinisti in particolare, costringendoli ad incamminarsi su un pericoloso piano inclinato che porterebbe ad avallare gli accordi sottoscritti a suo tempo da Cgil, Cisl e Uil a novembre ‘99 e mai applicati per l’opposizione dei lavoratori. Potrebbero così passare le diminuzioni salariali, gli esuberi, gli aumenti d’orario e la diminuzione consistente delle ferie. Oggi più che mai diviene allora importante fare chiarezza anche e soprattutto all’interno del COMU, dove non si possono più accettare supinamente certe posizioni e certi sbandamenti soltanto perché fanno parte del “gioco” democratico.
    Sino a che il Coordinamento è stato diretto in maniera “organica” con i Compartimenti più forti ad indicare la rotta, le condizioni sono andate progressivamente migliorando. Nell’ultimo anno, invece, complice anche la nascente Orsa, su cui l’influenza dell’autonoma Fisafs è notevole, si è avuto un aumento del burocratismo interno, dietro di cui si nascondono le posizioni d’appoggio alla politica aziendale. Benché oggi queste escano finalmente allo scoperto non trovano una decisa opposizione, un nucleo compatto che le denunci dinanzi ai lavoratori e che rischi anche l’unità pur di combatterle.
    Questa situazione dovrà mutare se si vorrà procedere sulla via intrapresa in certi Compartimenti, via su cui si potranno ritrovare, tutte le forze d’opposizione di base che ancora oggi faticano a venire alla luce ed a dare concretezza alla loro azione. Proseguendo nel cammino si potranno creare le prime condizioni per un lavoro serio che porti alla rinascita del sindacato di classe, da noi sempre indicato come l’unico mezzo per combattere conseguentemente lo strapotere padronale, elemento indispensabile per dare speranza di riuscita a qualsiasi lotta, per dare risposta a qualunque bisogno della classe lavoratrice.

* * *

Questo il manifestino che abbiamo rivolto ai macchinisti del CoMU.

    Voce ricorrente è che la concorrenza in ferrovia è alle porte. A quest’esigenza societaria i lavoratori dovrebbero, dunque, piegare le loro richieste e le loro pretese. La voce, più ci si avvicina alla fine dell’anno in corso più assume l’aspetto di una pressione, di una minaccia, di un ricatto verso la resistenza che i ferrovieri, i macchinisti in particolare, non hanno smesso di esercitare verso la controparte.
    Quello che i lavoratori devono capire è che se esistesse un reale pericolo di concorrenza esterna, Trenitalia, probabilmente, non avrebbe scampo. I costi, infatti, dell’intero apparato ferroviario sono talmente alti che non creerebbero mai le condizioni per una reale competizione economica, neppure se i ferrovieri lavorassero venti ore il giorno o se i macchinisti viaggiassero soli e non per 200, ma per ben 300 chilometri. Se fosse possibile, infatti, fuori di ogni logica di sicurezza, una lotta al ribasso per ciò che concerne la manodopera, si troverebbero sempre società in grado di utilizzare personale a condizioni e salari migliori, come il settore telefonico ha ampiamente dimostrato, sino all’avvio dell’odierna fase di duopolio.
    Ma sappiamo tutti che la realtà ferroviaria è profondamente diversa da Telecom, Infostrada o Tele2, sia per la sua “gestione politica”, sia per la stretta connessione che lega, oggi più che mai, gli interessi finanziari dell’industria italiana allo sviluppo più o meno “importante” del trasporto su ferro. Molto più semplicemente è vero, invece, che è interesse societario e confindustriale, che esista e si amplifichi una sorta di concorrenza interna, che ponga in competizione l’attuale personale. Una condizione, che partendo dalle sue paure e preoccupazioni, lo accompagni alla sommità di quel piano inclinato che ha come vertice superiore il tentativo di creare le condizioni teoriche della concorrenza e come vertice inferiore la perdita del potere contrattuale. Il risultato positivo di quest’operazione creerebbe, allora sì, le condizioni di una nuova fase d’espansione, realmente concorrenziale, potendosi gestire senza laccioli ed opposizioni un sistema ferroviario che, ancora per lungo tempo, non può che basare la sua esistenza sulla figura del “capro espiatorio”.
    Su questo piano si pongono gli accordi disgraziati che alcuni compartimenti hanno ultimamente siglato e che, ovviamente, vengono usati da confederali ed autonomi come arma polemica contro tutti coloro che continuano a denunciare la loro linea di spalleggiamento degli interessi societari. In realtà quegli accordi non sono un problema in sé e diventano estremamente pericolosi quando tentano di coinvolgere su quel progetto anche i compartimenti tradizionalmente forti, che sinora hanno fatto diga alla ristrutturazione delle FS.
    Esponenti anche di rilievo del CoMU, da sempre sulla linea concertativa, tentano, di fatto, di svendere la nostra forza, sottomettendola alle logiche concorrenziali di FS. Il piano è tutto politico e per niente economico, anche se si sbandierano cifre e numeri, probabilmente forniti da fonti aziendali. Infatti quello che hanno concordato viene a ragione considerato dai vari manager largamente insufficiente rispetto all’offerta di un’ipotetica concorrenza esterna.
    Esiste oggi nella nostra organizzazione un gruppo non minoritario, che affondando le sue radici nelle debolezze e nelle paure del personale, diviene, più o meno coscientemente, veicolo degli interessi della controparte ed elemento di divisione tra il personale, giustificando metodi scorretti di lavoro, illudendo che concessioni sostanziose possano salvare la categoria o, ancor peggio, sfruttando gli egoismi delle scelte personali. Questi signori hanno praticamente rinnegato il metodo di lavoro e di lotta del Coordinamento, sono, di fatto, al di fuori di questo, ma ciononostante riescono a mantenere le proprie posizioni ed in alcuni casi a far passare, a maggioranza, la loro linea.
    I macchinisti devono essere coscienti della situazione che si è creata, così da accentuare l’azione ed i comportamenti che hanno permesso negli ultimi anni di arginare quelle debolezze. Di più: i lavoratori devono capire che il Coordinamento non è un aggregato omogeneo, ma un insieme di posizioni, anche contrapposte, che devono trovare, finché lo potranno, un minimo comune denominatore; forze e posizioni diverse che sempre hanno caratterizzato qualsiasi forma sindacale, ma di cui si deve tener conto nell’azione quotidiana, sapendo che non soltanto dal padrone ci si dovranno aspettare attacchi, ma che difficoltà nasceranno anche dall’azione deviata di parti anche importanti dell’organizzazione.
    Nella lotta che stiamo portando avanti dai primi anni ottanta esistono delle priorità, la prima è, senza ombra di dubbio, il mantenimento della nostra forza contrattuale; a questo molto dovrà essere sacrificato, forse anche la stessa unità organizzativa.
 
 
 
 



Ricatto borghese fra pance vuote e lavoro dei minori

    Sull’onda dell’ipocrisia sullo sviluppo dei paesi poveri c’è da segnalare un’altra perla rispetto il lavoro dei minori, riportata, corredata con ampio dibattito, da “Volontari per lo sviluppo”, una fra le più autorevoli riviste delle Organizzazioni non governative in Italia. L’articolo “Lavoro minorile - Scandalo o diritto?” riferisce come lo statuto della “Bottega di Equomercato” di Cantù vietasse in modo categorico la vendita di prodotti del lavoro minorile, ma sorse il problema quando arrivarono oggetti di artigianato e cancelleria con il marchio “prodotto dai bambini del Perù”.
    Come risolvere il “problema morale”, come accostare il satiro Mercato alla vergine Equità senza offesa per entrambi? La decisione è stata di quelle da far impallidire il biblico Salomone. Dopo accurate informazioni, studi, discussioni accese e macerazioni interiori, la decisione fu elementare: è bastato cambiare lo statuto della “bottega”, nell’interesse dei bambini però, perché se noi non vendiamo i loro prodotti loro non mangiano! Questo l’approdo etico degli equoscambisti lombardi.
    D’altro canto non sono mancati alla decisione conforti giuridici: si trattava di interpretare bene la Convenzione 182 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, altra benemerita emanazione del capitalismo mondiale formato Onu, che recita chiaro in merito, «proibizione e immediata azione per l’eliminazione delle forme peggiori di lavoro minorile», e quella della sua prima Convenzione adottata subito dopo la sua fondazione nel 1946, «divieto dell’impiego nell’industria dei minori di 14 anni». È chiaro, solo contro le forme peggiori e solo nell’industria, mentre il divieto non si applica a tutte le altre forme e lavorazioni. Quindi, per esempio, le cooperative formate di minori, magari senza famiglia, gestite da enti statali, religiosi, dove “si insegna un lavoro”, delle missioni e della cooperazione internazionale, sono escluse.
    Che la legge lo vieti non impedisce che ben poche situazioni vedano il trattamento di fanciulli nei paesi poveri o impoveriti con sano equilibrio di lavoro, studio, svago, ecc., mentre le realtà è il dilagare di sfruttamento, prostituzione, schiavitù, spaccio e arruolamento militare forzato. Resta quello solo nel programma della società comunista, un bene per il bambino, che meglio e prima si integra nella società. In regime capitalista il lavoro di bambini ben più piccoli di 14 anni serve solo ad abrutirli, ad ingrassare il profitto, al “progresso” dell’economia nazionale.
    I fautori del lavoro minorile “regolamentato” si basano anche su alcuni “studi economici” effettuati recentemente dall’Oil, che quadrano il cerchio. Per esempio nell’industria dei tappeti le conclusioni sono che sostituire gli attuali lavoratori bambini con adulti comporterebbe un aumento del costo di appena il 4%. Ma come dobbiamo interpretare questo “appena il 4%”? Che la forza lavoro equivalente degli adulti viene pagata solo il 4% in più delle misere paghe dei bambini che spesso vengono solo, si far per dire, nutriti, alloggiati e accuditi in luride baracche. L’aumento dei costi rimane così contenuto che quindi ci si può appellare alla “buona volontà” degli “investitori del settore”, che non devono temere per i loro profitti. Contro la distruzione della gioventù di milioni di esseri non resta che affidarci alla carità degli schiavisti!
    Lo sfruttamento capitalista è più bestiale verso i più poveri e deboli ed è compito dei proletari più forti e combattivi organizzare la lotta anche per la difesa del lavoro dei minori. La classe operaia d’occidente ascolta oggi il prezzolato canto delle sirene borghesi, dagli “artisti” di ogni risma ai sociologi e agli “studiosi”, dà retta a tutti i preti dell’ipocrisia piccolo borghese a tutto vantaggio dei grandi centri del potere mondiale.
    La strada per uscirne è una sola, la indichiamo senza esitazioni dal 1848 e si chiama Comunismo!
 
 
 
 


Uomini inutili (per il Capitale)
Minimo panorama della disoccupazione

    Stati Uniti - Per il fallimento della storica Polaroid rischiano di perdere il lavoro i suoi 3.000 lavoratori. Sono certi invece i 2.700 licenziamenti alla Daimler Chrysler: dovrebbero chiudere gli impianti situati in Ontario, Kelowna, Woodstock e British Columbia. Rolls Royce: 4.000 dipendenti. Boeing: 9.000 operai e 6.000 impiegati; in tutto il settore dell’aereotrasporto sono ad oggi 30.000 i lavoratori licenziati.
    Germania - 10.000 licenziamenti alla divisioni reti telefoniche della Siemens, 2.000 in Germania. Saranno chiuse metà delle 20 fabbriche sparse in tutto il mondo, mantenuti i tre impianti in Germania nonché le unità di produzione automatizzate e che forniscono un alto valore aggiunto in Brasile e in Cina. Lufthansa: il vertice della compagnia aerea tedesca ha dichiarato che non potrà evitare di tagliare tra i 6.000 e i 7.500 posti di lavoro, a meno che non sia introdotta la settimana lavorativa di quattro giorni.
    Gran Bretagna - 2.300 licenziamenti, il 40% della forza lavoro, alla British Telecom che pone inoltre fine alla join-venture con l’americana At&t nata solo tre anni fa.
    Francia - In seguito al fallimento della Moulinex-Brandt rischiano il licenziamento. 4.600 lavoratori, 3.000 in Francia, gli altri soprattutto in Spagna e Messico, cui si aggiungono i lavoratori dell’Ocean, compresa nel gruppo industriale, in Italia.
    Spagna - La compagnia aerea di bandiera, l’Iberia, taglia dell’11% le rotte; senza specificare si limita a dire che i tagli dell’organico corrisponderanno a quelli dell’attività; si stima intorno ai 3.000 lavoratori.
    Svizzera - 4.100 licenziamenti ufficiali (per il sindacato saranno 10.000), più altri 9.000 nelle agenzie sparse per il mondo. Questo è il programma della Swissair. Se le stime sindacali fossero confermate si tratterebbe del più massiccio taglio occupazionale mai avvenuto nella Confederazione.
    Italia - Alitalia: 2.500. FIAT: 35.000 operai in cassa integrazione; a Pomigliano ricambio dei lavoratori in affitto: non riconfermati in 330, neoassunti in 230; a Melfi fuori 200 ragazzi cui è scaduto il contratto a termine. Ocean: per il fallimento del gruppo Moulinex-Brandt di cui fa parte rischiano il posto 60 operai a Brescia, 420 a La Spezia, 160 a Udine. Alla Piaggio 300 lavoratori in mobilità e 2.000 in cassa integrazione.
 
 
 



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(Parte 3ª:  1 - 2 - 3 )
Cobas-scuola: L’eterna questione del «chi siamo?»
I COBAS PER L’ORGANIZZAZIONE E LA COSTRUZIONE DI UN SINDACATO DI CLASSE
Proposta di indirizzo per la costituzione del Sindacato di Classe a cura dei Comitati di Base della Scuola di Torino

 (Questa la seconda ed ultima parte del documento del 1992 la cui pubblicazione è iniziata nel numero scorso).
 
 

NUOVA FASE, NUOVI COMPITI

Oggi, finalmente, sta maturando nella coscienza dei lavoratori che la logica delle “compatibilità” è foriera di sconfitte e non può mettere in discussione lo status quo.

In questo processo i Cobas-Scuola hanno svolto una grande funzione: stanando la politica sindacale confederale e denunciando il suo asservimento hanno contribuito alla nascita e allo sviluppo della Autorganizzazione.In questa nuova fase però il compito è cambiato: ora occorre un salto di qualità, è necessario che il movimento abbandoni il suo spontaneismo e che si adoperi affinché si costruisca un SINDACATO DI CLASSE.

I Cobas della Scuola insieme agli altri organismi di base, alle strutture autorganizzate devono dar vita, in tempi molto rapidi, al processo di aggregazione delle forze per raccogliere il dissenso dei lavoratori nei confronti delle OO.SS. di regime.

Il primo passo da compiere è quello di dar vita ad un organismo nazionale intercategoriale autorganizzato articolato su scala nazionale e territoriale con una strategia comune ed unitaria sia per ciò che concerne le iniziative di lotta e di mobilitazione, sia per le parole d’ordine e per il programma; tale organismo dovrà raccogliere le varie organizzazioni sindacali di categoria autorganizzate, e dovrà fin da subito porsi il compito della costruzione del Sindacato di Classe.

Le capacità di mobilitazione dipendono dallo sforzo comune che si deve compiere per superare una visione “ristretta” di categoria e per abbandonare ogni sorta di bieco particolarismo. Le strutture che si sono già formate devono saper dare prova di grande responsabilità: ogni velleitarismo, ogni desiderio di primogenitura, ogni contrapposizione immotivata o pretestuosa, ogni mancanza di visione unitaria, sarebbe di grande nocumento e ritarderebbe enormemente la formazione del Sindacato di Classe. In questa fase dobbiamo auspicare un confronto ampio, chiaro, costruttivo sugli obiettivi, sui programmi e sui metodi di lavoro.

Come Cobas-Scuola dobbiamo impegnarci nella costruzione di un forte Sindacato Nazionale dei Cobas-Scuola, all’interno del quale intendiamo lavorare perché i lavoratori si indirizzino verso la costituzione del Sindacato di Classe.

Allo stesso modo auspichiamo che ciascuna struttura autorganizzata si adoperi nella propria categoria per accumulare le forze, e contemporaneamente dia luogo ad un processo di strutturazione territoriale intercategoriale, per evitare una dispersione inutile delle forze che renderebbe debole qualunque azione e mobilitazione contro questo o quel governo, contro la politica padronale e contro l’azione disgregatrice delle OO.SS. di regime.
 

LE PRINCIPALI CONCEZIONI DEL SINDACATO AUTORGANIZZATO

Riteniamo positiva la costituzione di organismi di base che rompono con il monopolio sindacale confederale in tutti i settori del lavoro dipendente, poiché la nascita di queste neo-organizzazioni apre la strada al processo di aggregazione delle forze per la costruzione del Sindacato di Classe.

Tuttavia all’interno del movimento dei lavoratori autorganizzati esistono le concezioni più svariate sulla natura dell’organizzazione sindacale.

1) La Confederazione Unitaria di Base

Alcuni lavoratori sono convinti di aver individuato nel modello proposto dalla Cub la strada per superare l’egemonia delle OO.SS. confederali di Stato.

A noi pare che tale forma di organizzazione abbia rivelato grossi “vizi” sia di carattere costitutivo, sia nel lavoro pratico-politico. Ci riferiamo all’accettazione nella Cub di strutture che hanno degli statuti spesso in conflitto o in aperta contraddizione con gli intenti generalmente affermati. Strutture aderenti alla Cub accettano i famigerati Codici di Autoregolamentazione che sono, e occorre ribadirlo, un’arma del padronato, del governo e delle stesse OO.SS. confederali di regime per impedire ai lavoratori di scioperare, per precettarli e per rendere innocue le forme di lotta. Accettarli è una colpa assai grave da ascrivere ad una neo-organizzazione che pretende di essere riconosciuta dai lavoratori come valida alternativa al sindacalismo di regime.

Oltre a ciò vanno criticati fortemente i distacchi, le forme di finanziamento attraverso la delega con le trattenute operate dall’Amministrazione, tutti fattori che costituiscono una forma di istituzionalizzazione palese ed ingiustificabile.

Un’altra questione riguarda l’analisi che la Cub fa del sindacalismo confederale: essa ritiene che Cgil Cisl Uil abbiano subito una “mutazione genetica” intorno alla seconda metà degli anni ‘70 e che perciò, oggi, siano irriformabili. Vorremmo dire a questi lavoratori e a tutti coloro che condividono la tesi della “mutazione genetica del sindacato confederale”, di utilizzare la memoria storica del movimento operaio per analizzare criticamente come nacque la Cgil del dopoguerra, largamente intrisa di spirito collaborazionista interclassista, che ne minò la capacità di lottare contro il sistema capitalistico, e di metterlo seriamente in discussione, fin dall’inizio.

L’ultima critica che abbiamo da rivolgere a questa neo-organizzazione riguarda il metodo di lavoro nella fase di preparazione delle lotte e nel più ampio processo di aggregazione delle forze Autorganizzate che da più parti si sta tentando di fare. Ci pare che non vi sia da parte della Cub sufficiente volontà politica di lavorare con “spirito unitario” per la riuscita delle mobilitazioni: troppo spesso i lavoratori si sono trovati di fronte a date e scadenze già decise, proclamate unilateralmente, senza la ricerca di quel minimo comune denominatore che possa permettere l’indizione di mobilitazioni dell’Autorganizzazione unitarie su obbiettivi comuni decisi comunemente. Certe forzature ci sembrano francamente sintomi di sopravvalutazione delle proprie forze e desiderio di primogenitura delle lotte che contribuiscono a frammentare il fronte dei lavoratori più che ad unirlo come sarebbe necessario.

2) Il Sindacato Lavoratori Autorganizzati

Lo Sla si pone l’obbiettivo di costituire mediante il sindacato dei Consigli “un embrione di potere alternativo a quello dominante” (art.3 c.7 dello statuto). L’esperienza storica del movimento operaio ha già dimostrato l’illusorietà di tale posizione. Reputiamo però che il limite maggiore della Sla è aver individuato nella scarsa democrazia operante nei sindacati confederali l’origine del loro opportunismo.

Lo Sla confonde l’effetto con la causa. Proprio perciò esso pone la consultazione democratica della base e la consultazione referendaria – alla quale partecipano tutte le classi mettendo una pesante ipoteca su decisioni che riguardano solo ed esclusivamente i lavoratori dipendenti – come la garanzia assoluta contro la degenerazione opportunista dei vertici sindacali.

3) La forma-Cobas

Un’altra concezione dell’Autorganizzazione è sostenuta da coloro che universalizzano la forma Cobas come forma suprema di organizzazione e considerano «derisoria la stessa eventualità di costruzione di nuove macchine partitiche e sindacali generatrici (di per sé? ndr) di nuovi ceti, magari sedicenti rivoluzionari, di professionisti della politica...» (“Il dado è tratto”, in “Cobas Comitati di base della scuola”, n.10, ottobre ‘92). Parrebbe di capire qui e altrove (vedi “La forma sindacale e i Cobas”, di P.Bernocchi) che il movimento è tutto mentre l’organizzazione dei lavoratori, partito o sindacato, produce inevitabilmente la burocratizzazione, quindi i “mostri”.

I Cobas vogliono pervenire ad “una assoluta interconnessione tra progetto politico, sindacale e culturale” (P.Bernocchi in “Socialismo o barbarie”, n.0, ‘92), e nell’ipotesi di Statuto della Associazione federativa Cobas-Scuola, l’articolo 2 recita: «L’Associazione svolge, ad un tempo, attività politica, culturale, nonché le funzioni che, di consuetudine, vengono definite sindacali».

Queste teorie pretendono un’originalità e una modernità che non hanno: si esalta, semplicisticamente, la condizione “superiore” della forma Cobas, contrapposta al “rigor mortis” delle forme “professionali del sindacalismo della Cgil, Cisl e Uil”, e dei partiti. Nel tentativo di superare la necessità della forma partito e della forma sindacato, non si prende minimamente in considerazione la questione dello Stato e della conquista dei mezzi di produzione da parte del proletariato, condizione indispensabile per pensare alla sua emancipazione. Tutto si “risolve” sostenendo che la forma-Cobas “assolutizzata” supera in un sol colpo la forma partito e la forma sindacato.

Nel citato articolo “Il dado è tratto” si afferma: «La politicizzazione di tutto il lavoro dipendente, la sua autorappresentazione politica, il suo istituirsi in nuovo potere universale (ecco la “soluzione”! ndr): questa è la Rivoluzione». Della Rivoluzione sono state date molte definizioni, ma questa ci pare veramente singolare.

Queste posizioni pretendono di essere ultramoderne, mentre non sono che copie sbiadite di tentativi grandiosi che coinvolsero milioni di lavoratori in determinate fasi della storia del movimento operaio e che fallirono miseramente.

Possiamo convenire, con chi sostiene certe affermazioni, che non voglia riprodurre i vecchi errori dei sindacati del dopoguerra, però è davvero molto semplicistica e politicamente errata la “soluzione” che viene proposta.

È necessario superare il politicantismo che perpetua gli apparati burocratici, ma non dobbiamo confondere i compiti di un’organizzazione sindacale con i compiti dell’organizzazione politica. Questo genere di eclettismo non aiuta a comprendere la differente natura degli strumenti organizzativi necessari ai proletari, il partito e il sindacato, per lottare seriamente per l’emancipazione di tutto il lavoro salariato e, conseguentemente, di tutta la società. Il sindacato può svolgere anche funzioni politiche e culturali, ma, da sé, non può essere il “grimaldello politico-sociale” che abolisce lo stato di cose presenti.

Farsi illusioni su questo, cercando “nuove” teorie che tutto confondono e tutto rimescolano, proponendo “soluzioni” apparentemente moderne è, a nostro avviso, indice di scarsa analisi della situazione concreta e conduce, quindi, ad un’inevitabile impotenza politica.

“La lotta di classe non è un pranzo di gala”, non la si può fare con le chiacchiere; essa si fonda sulla grande mobilitazione delle masse ma ha bisogno di un partito rivoluzionario che ne assuma la direzione per cambiare lo stato di cose presenti. Pensare che la forma Cobas sia questo è sintomo di grave confusione teorica.

Gli stessi estensori dell’ipotesi di statuto dell’associazione federativa Cobas-Scuola al comma 1 del citato articolo 2 dichiarano che: «L’associazione ha come scopo sociale e ragion d’essere la difesa ed il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro di insegnanti ed Ata nonché la difesa ed il miglioramento della scuola pubblica». È questo, ci chiediamo, il compito politico culturale e sindacale della forma “superiore” Cobas che supera tout court la necessità del partito e del sindacato di classe? La politica culturale di un’organizzazione di tipo sindacale assolve il compito politico del partito di classe, il compito di emancipare i lavoratori? Basta davvero così poco?

Se di questo si tratta, se questa è la «politicizzazione del lavoro dipendente, la sua autorappresentazione, il suo istruirsi in un nuovo potere universale (...) la Rivoluzione che oggi si presenta nuovamente possibile e che forse, tra poco, milioni di donne e di uomini sentiranno necessaria», significa che costoro sono nel mondo dei sogni e scambiano i desideri per realtà. Un’organizzazione eterogenea, spesso intrisa di pregiudizi piccolo-borghesi, qual’è l’organizzazione sindacale, che, non dimentichiamolo, si muove (per ora) su di un terreno borghese, è fisiologicamente e costitutivamente impossibilitata ad assolvere quei compiti che hanno come oggetto la presa del potere politico.

L’organizzazione sindacale (compresi i Cobas) può essere una valida palestra e può diventare in determinate circostanze uno strumento rivoluzionario per i proletari nell’azione di critica al sistema capitalistico e per il suo superamento, se il sindacato diventa un organismo di preparazione rivoluzionaria, e se tale appare alle masse per l’azione che riesce a svolgere.

Ma solo un forte partito che guidi le masse lavoratrici organizzate nel sindacato di classe, potrà portare a compimento la questione dell’abolizione dello stato di cose presenti, e sarà solo la mobilitazione permanente delle masse ad impedire la tendenza alla burocratizzazione delle organizzazioni dei lavoratori o del partito dei lavoratori.

Noi possiamo e dobbiamo lavorare fin d’ora perché queste condizioni si realizzino, perché sorga un’organizzazione dei lavoratori non burocratica, con la consapevolezza però che il “ciarpame borghese”, come diceva Marx, intriderà ancora per molto tempo ogni genere di organizzazione che il proletariato riuscirà a darsi.
 

NESSUNA GARANZIA

Leggendo gli statuti, i preamboli, i documenti ufficiali o meno di tutte le strutture autorganizzate si coglie il terrore che queste organizzazioni hanno di degenerare.

Incapaci, la maggior parte di queste, compresa buona parte dei Cobas-Scuola, di cogliere la reale natura dell’opportunismo, si affannano alla ricerca di garanzie di ordine costituzionale, elettorale, di forme organizzative per impedire che l’organizzazione degeneri, non rappresenti più gli interessi dei salariati ma dello Stato del capitale.

Questa ossessione di tutte le strutture autorganizzate è indice della loro estrema debolezza, della scarsità dei loro legami con il proletariato e riflette una concezione idealistica piccolo-borghese e non materialistica del fenomeno storico definito “opportunismo”. L’opportunismo non è un fatto di carenze “morali” degli individui, siano essi capi o elementi di base, ma un fatto sociale, un compromesso tra le classi che avviene in profondità. Il capitalismo in date fasi della sua storia offre patti al proletariato. In cambio di garanzie sociali e di un buon salario chiede la rinuncia alla lotta di classe intransigente e in modo particolare chiede al proletariato di abdicare ad ogni pretesa al potere politico, premessa per il passaggio ad un’economia diversa da quella capitalistica.

Lo strato del proletariato che si fa mediatore tra l’interesse del capitale e l’interesse immediato della gran massa del proletariato, che in questo modo per il classico “piatto di lenticchie” abdica alla sua funzione storica e si rende complice dell’imputridimento della attuale forma sociale di produzione, storicamente è stato definito con il termine di aristocrazia operaia. Questa aristocrazia domina l’apparato sindacale e impregna la sua prassi delle proprie concezioni collaborazioniste. Essa costituisce il puntello più solido della borghesia al potere nello Stato e nelle imprese.

Il problema quindi della degenerazione delle organizzazioni dei lavoratori salariati non è di ordine morale, elettorale, di forma, ma economico e sociale. Essendo l’opportunismo un fenomeno economico-sociale che coinvolge in profondità capitalismo e classe operaia è risibile pensare che possano esistere garanzie di tipo giuridico, elettorale, organizzativo che preservino dalla degenerazione opportunista il movimento operaio.

L’opportunismo è il prodotto di un patto contro natura tra capitale e lavoro salariato. Tale patto può reggere finché il capitale non ha subito la sua “critica interna”: la crisi. Il cambiamento dei rapporti di forza in favore degli elementi radicali e classisti all’interno del proletariato non può operarsi che a partire da una crisi economica e sociale generale di estrema profondità. La chiusura lenta ma regolare delle fabbriche, l’aggravamento della situazione economica nelle branche decisive dell’industria e dei servizi, il dilagare della miseria, man mano che la crisi di sovrapproduzione si trasforma in penuria, dai paesi in condizioni coloniali e semi-coloniali alle metropoli sviluppate, faranno sì che i lavoratori si libereranno progressivamente dell’influenza dei burocrati sindacali di regime. Le stesse attuali strutture autorganizzate sono il prodotto dell’inizio della crisi, e quindi riflettono lo sfilacciarsi del controllo dell’opportunismo sul movimento dei salariati.

Non è lo sfrenato attivismo di un pugno di militanti che potrà rilanciare le masse operaie nella lotta frontale, né meccanismi elettorali, forme speciali organizzative, o addirittura, come pretendono alcuni, una legge dello Stato che permetta all’iscritto di denunciare un dirigente per tradimento opportunistico, che potrà impedire ad un rinato movimento di degenerare. Non a caso è stato scritto che la lotta di classe non è una questione di forma di organizzazione ma un problema di forza. Per questo il proletariato non deve legarsi le mani con nessun limite costituzionale, elettorale, formale eve essere in grado di piegare il padronato con rapporti di forza vincenti; le leggi, le costituzioni scritte dalle classi dominanti, non sono “al di sopra delle parti”, non sono neutrali, non possono garantire al movimento dei lavoratori, dei diritti che esso deve conquistare con la forza, in prima persona, a maggior ragione quando questi diritti sono stati violati dalle proprie organizzazioni fondate per difendere i propri interessi.
 

NATURA E COMPITI DEL SINDACATO DI CLASSE

Oggi, abbiamo un compito urgente da assolvere e tuttavia non meno importante per il processo di accumulo delle forze da impiegare per l’emancipazione del proletariato: si tratta di costituire un forte Sindacato di Classe che sappia superare il particolarismo, gli interessi egoistici di categoria, che sappia unire e combinare le necessità di ogni categoria del lavoro dipendente pubblico e privato, degli operai agricoli, dei pensionati, dei disoccupati, che sia in grado di garantire con la sua azione una reale difesa degli interessi materiali e ideali delle masse lavoratrici al di fuori della logica delle “compatibilità” e della “codeterminazione”.

(FINE) - (Parte 3ª:  1 - 2 - 3 )

 
 
 


In sciopero l’Ilva di Taranto

    Siamo intervenuti a Taranto allo sciopero dell’Ilva di martedì 25 settembre distribuendo ai lavoratori in corteo il nostro testo di denuncia della guerra imperialista, anticipato per l’occasione da poche righe di inquadramento della lotta tarantina nel contesto della crisi economica internazionale.
    Lo sciopero è ben riuscito, secondo i sindacati vi hanno partecipato in 5.000, cifra forse gonfiata, ma significativa è stata la notevole presenza di giovani operai, fatto nuovo visto che per molti di loro la condizione precaria legata al contratto di formazione lavoro (di durata triennale) li rende ricattabili e quindi poco inclini alla lotta e ad esporsi (una definizione giornalistica per costoro è quella di “popolo degli invisibili”).
    Allo sciopero ha aderito anche la Slai, ma il volantino a sua firma invitava i «lavoratori d’avanguardia e di tutte le tessere sindacali» a frequentare il circolo del partito maoista Rossoperaio!
    Il motivo dello sciopero è dato dalla paventata chiusura delle cokerie a seguito dal sequestro giudiziale di alcune batterie malmesse e molto inquinanti, azione promossa dalla giunta comunale a favore della “città”, visto lo scempio ambientale a cui sono sottoposti soprattutto alcuni quartieri, come il proletario Tamburi.
    In fabbrica il timore dei lavoratori è legato alla perdita del posto di lavoro che potrebbe coinvolgerne ben 4.000, tant’è che già il giorno 20 erano scesi spontaneamente in sciopero bloccando nevralgiche vie d’accesso alla città. Così i confederali, loro malgrado, hanno dovuto indire lo sciopero di 4 ore, sebbene un bonzo della Cisl ad una Tv locale abbia confessato che l’indicazione delle loro centrali è quella di tenere ferme le piazze, per evitare autunni caldi, «a maggior ragione dopo i fatti di New York». I sindacati tarantini stanno vivendo quindi con fastidio la crociata ambientale della giunta comunale, temendo blocchi all’attività produttiva che cagionerebbero perdite per l’azienda e perturbazioni sociali: in caso di azioni giudiziarie infatti non è applicabile la cassa integrazione guadagni e i lavoratori sarebbero sospesi a zero lire.
    In questa vertenza gli operai si sentono frastornati perché, da una parte, vengono mobilitati per la difesa dell’azienda, in sostanza a fianco del padrone contro l’amministrazione comunale, dall’altra sentono bene il problema dell’inquinamento perché costretti a vivere e in fabbrica e nei circostanti quartieri degradati! Lo dimostrano i fischi che si sono levati dal corteo contro il sindaco che, in sciarpa tricolore, attendeva i lavoratori davanti al municipio per unirsi a loro. Il sindaco, la forzista Di Bello, ben poco si interessa alla salute dei lavoratori e forse è strumento di un altra banda borghese, opposta a quella dell’acciaio e al padrone Riva.
    Infatti la “sensibilità ambientale” sta attivando le brame di palazzinari che già propongono per i poveri abitanti del quartiere Tamburi la costruzione di un nuovo complesso, “Taranto 3”, magari col consenso finanziatore degli enti locali, volontà “umanitaria” che vorrebbe inghiottirsi un bel pezzo di città!
    Il borgo nuovo Tamburi risale al primo dopoguerra, esisteva quindi già prima dell’insediamento della Italsider e fino a prima della Seconda Guerra Mondiale era considerato una zona perfino salubre, rispetto ai vicoli perennemente umidi e maleodoranti del centro, tanto che vi mandavano a guarire i malati alle vie respiratorie. È stata la fame di acciaio del capitalismo italiano a impiantare il mostro siderurgico a ridosso e sopravvento alle case, incurante della salute proletaria ma molto attento, invece, alla funzionalità del luogo dove veniva impiantato: con tanto spazio a disposizione (il doppio dell’area urbana) e in riva allo Ionio, approdo ideale nel cuore del Mediterraneo per una flottiglia carica di carbone e minerale da sbarcare e per l’imbarco di prodotti lavorati per tutte le rotte. Il IV centro siderurgico l’IRI lì lo doveva assolutamente costruire. A Taranto come a Milano la zona industriale, che è anche Agip, Cementir e Belleli, avrebbe innescato una dinamica migratoria per concentrarvi la forza lavoro necessaria, tratta dalla disgregazione contadina di tutte le province del Mezzogiorno.
    Lo smercio dei prodotti siderurgici negli ultimi mesi sta però diminuendo, segno di difficoltà di mercato legate alle dinamiche mondiali, fattore che potrebbe richiedere una riduzione di mano d’opera, almeno temporale. Ma il discorso da fare è più ampio: conviene al capitalismo italiano produrre ancora acciaio? E forse, però, con la guerra tutti i conti saranno da rifare. Vertenze sindacali in merito sono aperte a Genova, a Trieste e a Taranto. Un primo incontro tra il ministro e le parti sociali ha portato all’affermazione della linea industrialista, ma questi incontri sono sempre forieri di ristrutturazioni le cui conseguenze sono a carico dei lavoratori.
    Intanto, il giorno stesso dello sciopero, un lavoratore si è infortunato gravemente cadendo da 10 metri e due giorni dopo, il 27, un operaio della centrale Edison che serve il centro siderurgico è morto per inalazione di ossido di carbonio.